Contro il caro vita, contro ogni divisione

Articolo di Martino Ciano. Le proteste contro il caro vita continuano. Domenica 18 ottobre 2026 sono stato sulla statale 18, all’altezza di Tortora – primo comune della Calabria alto tirrenica – tra gli autotrasporti e gli agricoltori.
Se c’è una cosa che ho imparato partecipando a questa protesta degli autotrasportatori e degli agricoltori è che ancora le nostre pance sono piene e che ci piace giocare con le ideologie. Un popolo diviso infatti può essere frammentato ancora di più dai soliti noti.
Così, mentre al Sud Italia i camion si fermano strappando poca attenzione dai telegiornali nazionali – che si sono limitati a una freddissima e sintetica cronaca – al Nord le vetrine sfasciate e la devastazione hanno oscurato ogni messaggio di dissenso. Tattica trita e ritrita quella della guerriglia urbana per aumentare il dibattito degli indignati e dei benpensanti.
Ogni volta sembra che l’Italia sia sull’orlo della rivoluzione, ma chi ha buona memoria sa che, tanto ai gruppi di potere di destra che di sinistra, questi episodi appaiono come la manna dal cielo che si invoca e si provoca. E il popolo ci casa sempre. La narrazione degli atti vandalici è come l’oroscopo: nessuno ci crede, ma tutti sono convinti che ci sia un fondo di verità.
Non ci sono mandanti, solo un pubblico che crede ciecamente in ciò che vede e sente. Ma al di là di questo, domenica 18 ottobre 2026 sono stato laddove la Statale 18 cede il passo alla Fondo Valle del Noce, sul confine calabro-lucano. Gli autotrasportatori hanno parcheggiato in fila indiana i loro mezzi occupando solo una corsia. Sono lì da venerdì 16 ottobre 2026. Gli automobilisti che passavano sono scesi per qualche minuto. Hanno parlato con i diretti interessati. Ma non basta!
Contro il caro vita ci vuole l’unione costante, la mobilitazione generale, lo stop di ogni circolazione. La cosa più importante che ho sentito è che la protesta è «apartitica», cioè non accetta di essere strumentalizzata da bandiera alcuna. Nessuno invece ha sostenuto che sia «apolitica», perché tutto è politica, qualsiasi atto può trasformarsi in gesto politico. «Il lancio di mille pietre è un atto politico», diceva la compagna Ulrike Meinhof.
Ma questo non è un incitamento alla violenza, perché quella vista in Tv non è guidata da un «principio di esasperazione», ma è una «spettacolarizzazione della violenza» che piace tanto ai parlamenti, alle lobby, ai campi larghi rossi e neri, a coloro che vogliono guidare questo mondo. La presa della Bastiglia, la Rivoluzione Bolscevica sono state guidate dalla «pura esasperazione», ma poi sappiamo come sono finite. Nessuno è riuscito a eliminare «lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo», ma sono state inventate altre sottilissime forme di sfruttamento.
E poi diciamocelo serenamente: non abbiamo davvero fame, ma siamo solo disillusi e stanchi. I figli violenti dei miei coetanei Millennials incarnano le frustrazioni adolescenziali represse della mia generazione. Noi abbiamo goduto del miraggio, ma sul più bello è stato spento e siamo stati gettati nella realtà nuda e cruda, tanto da invocare governi autoritari e uomini forti al comando.
Proprio noi sogniamo la dittatura, dimenticando quante volte un «No» dei nostri genitori ha suscitato reazioni isteriche o profondi silenzi. Oggi infatti siamo invidiosi dei tanti capricci che i nostri genitori, diventati nonni, accordano ai loro nipoti. Certo, è dura svegliarsi al mattino e sapere che quei sogni di progresso, stipendio fisso, vacanze e risate con cui siamo stati allevati erano ami per pesci piccoli e poco ispirati.
Ci siamo scoperti così precari da mandare i nostri figli a lottare per noi. «La generazione anni Ottanta-Novanta del Novecento è stata procreata a suon di seghe». Non aveva torto quel comico che pronunciava questa battuta durante una nota trasmissione del lunedì sera in cui si sbeffeggiava la domenica calcistica. E questi figli vanno, non sapendo che un giorno se ne pentiranno, perché come siamo stati svenduti noi, sono stati svenduti loro. Loro non hanno neanche assaporato per un po’ il sogno, ma sono stati subito catapultati in un mondo che non promette alcun futuro.
Allora, io mi tengo stretta la protesta degli autotrasportatori e degli agricoltori che hanno deciso di fare tappa a Tortora. Contro il caro vita ci vuole la mobilitazione coscienziosa del popolo. Nessuno cada in provocazioni, perché quegli imprenditori, quei lavoratori, quelle famiglie sono l’inizio di qualcosa di più forte.
I sindaci assenti devono spiegare al popolo la loro inerzia, il loro rispondere agli ordini di partito, all’ipocrisia delle bandiere ufficializzate nelle stanze dei circoletti. Coloro che si affacciano timidamente per dire «io c’ero» sappiano che quello non è un teatro. Ci vuole più di un portafoglio vuoto per gridare «Contro il caro vita».
