Moenia: Pietro Romano lungo il confine

Credo davvero in coloro che vivono ai margini della Repubblica delle Lettere, i cosiddetti «eretici» scartati dalle ripugnanti bolle di pseudo-intellettuali che hanno il solo merito di aver appreso l’arte della «massima esposizione». Allo stesso modo sono convinto che troppi siano coloro che, pur dichiarandosi «fuori dal sistema» sgomitano per entrarvi.
Siano allora le benvenute quelle persone che come Pietro Romano, poeta siculo che seguo da quasi un decennio, non solo «se ne infischiano» di tutto ciò che sta loro intorno, ma continuano il loro percorso di crescita con la consapevolezza che «tutto è fumo che divora fumo». E che sia proprio questa la forza della sua poesia?
«Moenia» ha la il potere dell’essenzialità. La realtà non è uguale per tutti, a ciascuno parla in modo diverso. C’è chi la legge con distacco e chi la ignora. C’è chi la manipola e chi la infarcisce di sé stesso. Romano fa parte di coloro che l’assorbono senza curarsi del dopo, perché in questo atteggiamento vedono l’unico modo per farsene partecipi.
Il poeta diventa quindi il confine e il baluardo del proprio sentire. Si riempie della realtà tanto per conoscerla quanto per difendersi da essa. Ma anche se la fortificazione è stata ben costruita, anche se è riuscita a resistere agli attacchi, la battaglia avrà lasciato delle crepe. Questo per dire che nessuno è immune dal dolore, pure quando ne siamo spettatori. Persino la crudeltà, il cinismo, l’atarassia diventano veli. L’uomo è sostanzialmente emozione.
Tra i malati e i carcerati. Pietro Romano si siede tra loro. Non ci fa capire se si riferisce a una sola persona o a una moltitudine. Potrebbe rivolgersi a un familiare, a un amico, a qualcuno che ha incontrato per caso. Non importa. Certamente, le sue parole sono il succo di una esperienza. Tre, quattro versi massimo sono esaustivi? Sì, se ciò che ci importa della vita non sono la morale della favola, i significati nascosti o le chiarificazioni. Sì, se noi vogliamo «Essere presenti», accettando di oltrepassare la finzione. Ecco allora che tutto si mette in dialogo con noi.
«Moenia» è questa verità, è questa reciprocità. Logicamente, più siamo pronti ad accettare più essa sa svelarsi. Ma non del tutto soddisfatto della mia interpretazione, ho posto a Pietro Romano una semplice domanda: «Cosa spinge un uomo a interrogare il dolore?».
La sua risposta è stata la seguente: «Né il pensiero né le parole sono sufficienti a colmare la ferita originaria a cui si richiama la vita. Interrogare il dolore è una delle vie percorribili per garantirsi almeno una tregua temporanea dalla consapevolezza che ogni risposta ottenuta cadrà, con un tonfo secco, nel vuoto. Scrivere è per me necessario come respirare. Non so però se mi sarà sempre dato e soprattutto, citando Cristina Campo, un giorno bisognerà rendere conto di ogni parola.
«Si scrive perché la realtà così com’ è non è sempre tollerabile. Si scrive perché si chiede salvezza a uno strumento effimero, che si tiene in vita per la mera attitudine alla ricerca e alla domanda di un essere umano tra tanti. E pur consapevoli che una risposta non è data, non è concessa.
«Si scrive per ricongiungersi alla propria voce interiore, ammesso che ne esista una e che non inganni. Si scrive perché si chiede comunione tra il Sé e la propria interiorità. Si scrive perché in dolore si possa essere pari a stupore e gioia che nascono “da un fiore colto e l’altro donato”. Si scrive perché non c’è senso. Si scrive perché è soffrire a ogni vuoto di oblio».
Dopo ciò, non posso che augurarvi una buona lettura con «Moenia».
