Duramadre: ciò che resta della Calabria

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “Duramadre” di Erica Cassano, Garzanti, 2025
«Duramadre» era ed è la Calabria, nel bene e nel male. Essa è ancora oggi la regione in cui troppe cose sono tenute nascoste per «vergogna». Anche se tutti sanno, è bene che ciascuno finga una certa inconsapevolezza.
Questo rapporto con la negazione di ogni verità, anche di quella più palese e manifesta, rende ancora oggi la nostra regione una terra impenetrabile. Certo, per Erica Cassano non è stato difficile raccontare questo particolare fenomeno: lei è nata qui. Ciò non toglie che narrare è sempre una sfida allettante, immaginate cosa capita quando bisogna fare i conti con qualcosa che ci ha nutrito.
Ed ecco «Duramadre», ambientato negli anni Sessanta del Novecento in un paese della provincia calabrese. Qui approda Celeste, una professoressa che per amore si trasferisce da Napoli. Il suo futuro marito è Tonio, uomo pieno di timori, indebolito ancor più dalla madre e dalla sua rabbia cieca. Celeste non è ben accetta dalla famiglia di lui. I motivi sono tanti, ma il principale è uno: lei è più grande di Tonio di molti anni.
Di qui i facili appellativi nei confronti di lei, tra i quali spicca quello di essere una strega che ha attirato con un inganno il suo futuro consorte. E soprattutto, potrà avere dei figli? È questa la vera vergogna: il fatto che lei non possa dare al prediletto della famiglia, colui che addirittura ha potuto studiare, una discendenza.
Ma a farne una questione di principio sono la madre e le sorelle di Tonio. Lui e il padre, infatti, subiscono, restano lì a guardare, a lasciarsi trascinare. Ecco quindi quel matriarcato che guida le società del Mezzogiorno, in cui il padre è un’ombra, un tabù che incarna il ruolo dell’autorità di comodo e che si impone solo simbolicamente sulla controparte femminile.
Ciò non vuol dire che in questo contesto la donna viva libera, anzi tutt’altro. Lei è forte perché obbediente, perché capace di sacrificarsi, di dimostrare la sua austerità e di perdonare all’uomo i suoi atti di libidine. È questa la «vergogna» che le donne portano con loro: sapersi agnelli sacrificabili. In nome di questo sacrificio sono quelle che influenzano le scelte di tutti.
Celeste non può accettare tutto ciò. Lei ha conosciuto un’altra vita e, soprattutto un altro Tonio. In città, loro due erano sereni, in Calabria ogni cosa è svanita. Ma la famiglia di Tonio non è immacolata, anzi più prova a nascondere i propri guai, più appare goffa. Tutto viene confinato in un limbo che trasforma le carte in tavola. L’omertà è forza e il silenzio è un luogo nel quale si agisce.
Ma la Calabria è ancora questo? No, alcune cose sono cambiate, ma non si può dire che questa terra abbia fatto del tutto i conti con la sua «vergogna». Cassano la mette in primo piano rendendo «Duramadre» un racconto senza tempo, che non si schiera, ma che mostra.
La Calabria qui descritta non è né buona né cattiva, tanto meno lascia che una «forestiera» rendima i diseredati. Celeste infatti non è colei che porta l’emancipazione, ma proprio quella che non riesce a capire, trasformando tutto in una lotta personale. È difficile per lei capire che questa regione sa accogliere, ma non si lascia ammaestrare.
La Calabria ha la testa dura e vuole imparare da sola. Chissà, forse un giorno ci riuscirà. Intanto, riconosco a Cassano il merito di aver mostrato senza veli una nostra «categoria dello spirito».
