I nostri paesi sono irriconoscibili: è rimasta solo la cannizza

I nostri paesi sono irriconoscibili: è rimasta solo la cannizza

“I nostri paesi sono irriconoscibili. É rimasta solo la cannizza” è un articolo di Saverio Di Giorno. In copertina una foto dell’autore

Dovrebbe vedervi ora Cesare Pavese affannati come siete a raccogliere ogni spicciolo che cade dalla tasca di un turista. Non vedrebbe più nenache i lontani parenti di quegli abitanti cortesi e silenziosi che aveva descritto negli anni dell’esilio a Brancaleone. Non troverebbe le donne che si pettinano in strada e portano sulla testa le anfore. Non si ritrova nulla che sia realmente calabrese nei paesi cosiddetti turistici. Sempre lui, Pavese, più tardi avrebbe scritto che un paese è dove c’è qualcosa di tuo. Ormai niente potrebbe davvero essere appertenuto a qualcuno in questi paesotti colonizzati da un esercito di camicie di lino e bracciali. I nostri paesi sono irriconoscibili.

Solo si intravede, se si curiosa tra le lamiere di qualche baracca, la cannizza (o cannistra, a seconda del luogo). É rimasta solo la cannizza, con i suoi fichi in attesa. Nella cannizza c’è l’attesa e il vento. Non c’è nient’altro sul territorio che sia autentico, tutto il resto sono paesi irriconoscibili.

Dove sono finite le sedie di plastica ai bordi delle piazze, sostituite da schifose sedie in legno fintamente fatte a mano e sudicie di profumi. Dove sono finiti i vecchi con le canotte bianche e le donne nere con i gamboni stretti nelle calze. Li hanno fatti nascondere, li hanno fatti vergognare o sono diventati incamiciati e orribilmente presentabili.

Dove sono i selciati e i muri con i cocci: che forse ora che sono bed and breackfast sono troppo pericolosi per mani delicate? Dove ci si volti, c’è una veranda che potrebbe essere fotografata, un tavolino perfetto da inquadrare. Verrebbe voglia di disordinare giusto per metterci un po’ di imprevisto, di vita. Ma non ci sono più le finestre mezze sbarrate da cui spiare?

La gelosia per il privato (è contruocchij!) e la storica strafottenza per il pubblico? Tutto è in bella vista, fotografabile: per poi riguardare le foto e non capire se proviene da San Nicola, Diamante, Portofino, Taormina o un qualsiasi altro paese della Grecia o della Spagna addirittura. Non c’è nulla più che possa suscitare un ricordo di infanzia, nulla che vedendolo finalmente qualcuno possa dire «è mio».

É rimasta solo la cannizza, ogni tanto. Il telaio fatto di canne, appunto, che diventa un letto caldo per fichi o talvolta pomodori. Gli intrecci che fanno passare aria così da essiccare senza bruciare. E i fichi attendono: induriti dal vento, accigliati dal sole.

Come facevano i vecchi nelle piazze o i ragazzi a bordo strada. Il vento li raggrinziva e il sole li cuoceva: aspettano che sia il tempo loro. Ognuno sul proprio telaio di intrecci e incroci. Sullo sfondo di entrambe le attese, le canne che crescono abbondanti nei nostri canali. Le canne sono insopportabili, remissive, le puoi insultare e non reagiscono mai. Aspettano che tutto passi, come i vecchi.

E ancora nascosta in qualche piazzale sfuggito alle rifiniture, è rimasta solo la cannizza. Con i suoi fichi. Ora gonfi e succosi, lucidi e turgidi come capezzoli, belli da fotografare. Assediati da formiche e insetti, imprenditori e mafiosi. Aspettano di diventare rugosi e induriti per le crucette (ah! Calabria ti fai pure i dolci a forma di croce!).

Quando nessuno li fotografa più, ecco, allora sarà il loro tempo. Come pure le canne prone a seguire ogni alito di vento e a farsi piegare da ogni piena. Pronte ad arrendersi a tutto tranne che al tempo. Quando saranno andati turisti e sindaci, imprenditori e figli. Quando nessuno fotograferà più e più ne scriverà alcuno. Secca e cotta come i fichi. Sarà allora arrivato il tempo di questa terra.

Ma Pavese scriveva di Brancaleone. E da quelle parti ci sono ancora sedie di plastica e canottiere. Non ci sono paesi irriconoscibili. Ci sono ancora paesi non razziati dai barbari profumati pronti a rivendersi ogni metro di spiaggia o di terra (e si parla dei calabresi, ovviamente!).

Paesi incuneati tra promontori o incastrati dentro le montagne, che si sono salvati alle invasioni del cemento. Bisogna risalirsene come facevano i marinai ai tempi dei saraceni, nascondersi nelle grotte e nei trafori. E aspettare che passi. Qualcuno rivedrà quei vecchi uscire fuori dagli anfratti dove si sono nascosti.

La Calabria li tiene in ventre e non ha fretta di partorirli. Non vuole che vengano educati dai nostri imprenditori imbarbariti dalle buone maniere. Pronti a svendersi educatamente la sorella, salvo poi criticare chi la copra e la devasta: branchi invasati dall’ ansia feroce di godersi l’estate, lasciano sbrdoloare entusiasmi e urla.

Almeno a loro è rimasta una spontena vitalità, rozza e primitiva, non ancora sotterrata dalle odiose buone maniere dettate da quattro spicci.

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