L’empio Enea: Gramigna e ciò che resta di un confronto

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “L’empio Enea” di Giuliano Gramigna, Il ramo e la foglia Edizioni, 2026
Pubblicato nel 1972, poi scomparso dalla scena come gli altri romanzi di Giuliano Gramigna. E anche in questo caso non riesco a comprendere perché un’opera del genere sia stata assente per tanto tempo.
Ciò che troviamo in queste pagine rientra in quel filone in cui convivono, per forza di cose, Giuseppe Berto e il suo “Il male oscuro“, come pure “La vita agra” di Luciano Bianciardi. “L’empio Enea” narra di un passaggio generazionale, quindi di un confronto tra un padre malato e un figlio che combatte contro le patologie della modernità e del benessere.
Ancora non possiamo parlare di qualcosa di endemico, ma di un malessere che pur stando ai margini si rivela con aggressività. In una Milano che comincia a ostentare la propria opulenza, il figlio vede nel padre la fine che farà. Questo pensiero legato alle promesse di eterna giovinezza non riescono a fare pace tra loro. Ciò vuol dire che un vero confronto non ci sarà. Tutt’al più assisteremo a una reciproca pietà.
Il romanzo si snoda come un flusso di coscienza nel quale sembra non esserci un unico soggetto. Ancora non c’è una schizofrenia marcata, ma solo una incapacità di riconoscersi. Tutto appare come se fosse “agito” da qualcun altro. E così, anche il rapporto padre-figlio è castrato a priori. Non esiste un complesso di Edipo, perché non ci sono vere e proprie età da superare.
Ma come detto, intorno a questo rapporto, il protagonista pone in discussione ogni cosa. Il mondo viene interpretato pezzo per pezzo. In questo processo di decostruzione ogni cosa viene gettata tra le fiamme, anche se manca la componente principale: la mondanità. Tutto si svolge in una casa e nelle sue stanze. Laddove si attraversa lo spazio aperto, ogni ambiente si fa non-luogo claustrofobico.
Cosa resta quindi? Siamo davanti a un romanzo sperimentale, frutto di quella passione letteraria che è andata dimenticata e che si guarda con nostalgia. Certo, oggi sarebbero anacronistiche tante formule, ma per quanto mi riguarda metterei la firma per leggere qualcosa di simile.
Come detto, Gramigna richiama nel suo scritto Joyce e Gadda, ma anche quella visione virgiliana che renderà l’Eneide il poema eterno per antonomasia. Una cosa è certa: l’autore gioca con la tradizione e la modernità. Si diverte a rompere gli equilibri. Avvertiamo che il flusso dionisiaco, pian piano va verso il nichilismo dei nostri giorni.
L’operazione della casa editrice “Il ramo e la foglia“, che, dopo la pubblicazione di “Marcel Ritrovato” ha ripreso tutta l’opera di Gramigna, è di sicuro lodevole. Logicamente, che di questa cosa si stia occupando una piccola realtà, la dice lunga su quale siano le scelte delle major.
Nulla di nuovo sotto il sole, ma è bene rimarcare questo aspetto, affinché il sostegno sia massimo.
