Manifesti elettorali: ciò che resta di un mito

“Manifesti elettorali: ciò che resta di un mito” è un articolo di Martino Ciano
Manifesti elettorali: pochi. Perché? Bo’, chi lo sa. Però, guarda che strano! Qui, a Tortora, anno del Signore 2026, c’è stata una campagna elettorale.
Vedi come sono tutti incazzati e spavaldi. Ecco, questi due elementi sono i segni inequivocabili della lotta politica locale. È stato emozionante ascoltare i soliti insulti o leggere quei post sui social con cui si è cercato di emancipare il popolo.
Parola d’ordine: cambiare. Cambiare, ma perché? Bo’, mica me l’hanno fatto capire. Bisogna scegliere per forza “l’unico”, visto che c’è una sola lista in corsa, solo per il gusto di attuare una rivoluzione? E quelli che non vogliono andare a votare perché non hanno niente e nessuno da scegliere? Hanno le loro ragioni, oppure sono nell’errore?
Vabbè, ognuno faccia ciò che vuole. Tanto, in questa tornata, bisogna ammettere che nessuno ne ha azzeccata una giusta. Ma è pur vero che ogni stagione ha avuto il suo azzeccagarbugli.
Comunque, una campagna elettorale così non l’avevo mai vista. Però, è stato come assistere alla solita televendita che alla fine ti dice: Paghi due e prendi tre, anzi quattro». È come se a un certo punto le forze migliori, quelle arcane che nessuno ha mai avuto il coraggio di evocare, si siano concentrate su questo paesello in cerca di redenzione. È mancato solo che il cielo si aprisse e che le acque si muovessero verso i monti.
Peccato, ci speravo.
Pane, amore e fantasia. Ma niente miracoli. Come sempre, nulla di nuovo e di innovativo. Pure in questa occasione, tutto si traduce in: «Quello di prima non è servito, noi siamo diversi. Provare per credere». Finito.
Cacchio, io volevo gli effetti speciali. Invece solo promesse.
Come detto, manifesti elettorali ne ho visti pochi. Un tempo le liste si facevano i dispetti. Ci si copriva a vicenda e vinceva chi assoldava la squadra di attacchini con più esperienza. C’erano notti insonni e dei lunghi coltelli. C’era poi chi il manifesto se lo attaccava sulla macchina come segno di riconoscimento. Era l’epoca delle tifoserie organizzate. C’erano persone che conoscevano vita, morte e peccati di ognuno.
Questa volta è capitato che si andasse nelle frazioni montane per cercare il voto e anche per capire dove si trovasse il confine calabro-lucano, che è un po’ come il 38esimo parallelo.
Niente manifesti elettorali per le strade; niente muri deturpati; niente carta sui marciapiedi; niente affissioni selvagge. Nessun spazio urbano invaso da facce sorridenti che promettono benessere per tutti. Nessun “vota e fai votare”. Questa città troppo pulita sta a indicare che non c’è vita. Questi luoghi senza manifesti elettorali, lasciano in evidenza solo quelli funebri.
Tutto è troppo semplice sui social. Io vorrei la piazza e gli scontri. Le litigate davanti ai bar e gli inni di gioia. Dov’è andata la campagna elettorale che conoscevo? Cos’è questa politica di parolacce solo sui social.
Però, c’è stata una campagna elettorale. Una come tante, ma senza manifesti elettorali.
