Il ritorno del Pavone digitale dell’IA

Il ritorno del Pavone digitale dell’IA

Tratto da “Il ritorno del Pavone digitale dell’IA, ovvero dell’immaginazione protesa” di Giuseppina Sciortino, Zurumpat edizioni, 2026

L’immaginazione umana, da sempre, si nutre di strumenti: fu così con la stampa, poi con il cinema. Ma oggi, con l’intelligenza artificiale, succede qualcosa di completamente inaudito. Ci troviamo di fronte a un dialogo asimmetrico tra l’essere umano e un apparato artificiale e condiviso, un simulacro attivo dell’immaginazione, capace di generare racconti, dipinti, musiche, come se possedesse una propria personalità, intelligenza, immaginazione, tutte qualità, queste, da sempre considerate prerogativa esclusiva dell’uomo. Questo fenomeno affascina, ma al tempo stesso destabilizza. Ci costringe a porci domande radicali: che cosa significa davvero immaginare? Dove finisce la creatività e dove inizia la rielaborazione? È possibile parlare di immaginazione per le macchine?

Se esistesse un’immaginazione delle macchine, essa non sarebbe che un’ombra riflessa della nostra: ciò che accade quando un sistema non umano apprende a combinare parole, immagini, suoni in modo nuovo, attingendo a una memoria che non gli appartiene. Le macchine non hanno esperienze, ma possono mescolare tracce delle nostre, fino a generare qualcosa che ci sorprende. E forse, proprio in quella sorpresa, si annida già una forma embrionale di immaginazione.

Chiaramente, non si tratta di un’immaginazione calda, viscerale, ma di un’immaginazione algoritmica, fatta di schemi, probabilità, somiglianze, che però conserva la capacità di evocare, impressionare, come la mano di un pittore che rappresenta il vento: non ne riproduce la carezza, ma rifrange la luce in modo da suggerirne il passaggio.

Dunque, l’immaginazione simulata è solo apparenza? Sì e no. Sì, se ci si ferma alla superficie: sotto di essa si troveranno numeri, regole, matrici, pesi. Ma se si guarda più a fondo, […] allora si assiste a uno spostamento di prospettiva. La macchina non immagina nel senso umano, eppure può commuovere, piacere e ripugnare, spingere l’umano oltre sé, dal noto all’ignoto, dal reale al possibile. In fondo, anche la mente umana è fatta di sinapsi e impulsi elettrici, materia grezza da cui nasce la Divina Commedia. E allora forse, sì: anche da ingranaggi e algoritmi può nascere qualcosa che non sapevamo di sapere.

Insomma, le macchine non sognano, ma possono simulare sogni. […] Le “immaginazioni” artificiali sono specchi curvi del nostro inconscio collettivo.

A questo punto, potremmo perfino spingerci a immaginare […] una nuova categoria […] non più chiusa nell’individuo, ma estesa, condivisa, codificata, replicabile e che tenda per sua natura a farsi mito, […] mito come archetipo, forma innata dell’inconscio collettivo, struttura originaria della psiche. Chiamiamola allora “immaginazione protesa”.

Se questa funzione mitopoietica si estendesse alle macchine […] allora l’intelligenza artificiale non si limiterebbe a produrre storie, immagini, visioni, ma entrerebbe nel dominio stesso dell’archetipo. In tal modo, […] la macchina […] diverrebbe camera oscura dell’archetipo: non semplice custode di dati, bensì generatrice di figure, pulsioni, visioni una volta relegate al campo del sogno, del mito, della poesia.

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