Archeologia cromatica: tutti i colori dell’Io

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “Archeologia cromatica” di Gianfranco Cefalì, Qed Edizioni, 2026
Tutto è vero, tutto è falso. Può essere un’invenzione di una sola mente, così come il gioco narrativo di Anna, Claudia e una donna senza nome. Di fatto c’è una moltitudine di colori con cui vengono dipinti i ricordi, nonché la necessità di staccarsi dalla realtà per costruirne una a propria misura.
“Archeologia cromatica” di Gianfranco Cefalì è un tranello ordito da più personalità, in cui non ci sono protagonisti, ma confuse immagini che si ricompongono solo per un attimo. È un romanzo estremo quello dell’autore lametino, che si delinea in diversi stadi della coscienza e che tratta dell’età più dura: l’adolescenza. Ciò che dovrebbe formare si fa prigione. Nessuna esperienza appare definitiva.
Tutto ha inizio dalla volontà di Anna e Claudia di trovare rifugio su un tetto. È da lì che le due scrutano il mondo. Quando vi penetrano all’interno si sentono disorientate, si percepiscono distanti. La loro prima esperienza di vita, che ha anche un qualcosa di erotico, è la fuga verso il mare. Nulla di speciale, a ben vedere, fin quando non si imbattono in una ragazza misteriosa che assume il ruolo di “colei che divide” e che mette zizzania.
C’è tutto in questo incontro, persino una tensione omoerotica che si sublima in una gelosia autolesionista. È lì che avviene il distacco tra Anna e Claudia, una sorta di dichiarazione di indipendenza attraverso cui entrambe si lanciano in una vita piena, spericolata. È qui che ci viene chiesto di partecipare, come se fossimo i giudici di questa sfida che nasce all’improvviso tra le due adolescenti.
Eppure, tutto è un flusso di coscienza che potrebbe essere attribuito a ciascuna delle protagoniste. A un certo punto l’una prevale sulle altre. Ma è difficile identificare chi è. “Archeologia cromatica” diventa quindi l’indagine di un’anima su sé stessa. Non si arriva al termine con una assoluzione, ma con una importante consapevolezza. Leggere in questo caso diventa un’esperienza attiva. Interagiamo, perché entriamo nel libro del libro che l’autore ha pensato per i suoi personaggi.
Il gioco di specchi è palese, ma è anche divertente. Non è un rompicapo, ma un esperimento che ciascuno di noi fa quotidianamente raccontandosi un fatto che ha vissuto. Il proprio punto di vista è assoluto e presume di essere quello più completo di tutti gli altri. Non è anche questo il peggiore degli inganni che ogni giorno costruiamo verso noi stessi?
Ecco, “Archeologia cromatica” non è solo un romanzo, ma un’esperienza che si vive attraverso la lettura. È una incessante richiesta di verità. Ma ciò che si palesa in maniera estrema è anche frutto di un infantile bisogno di soddisfare i propri capricci. E questo di Cefalì è un romanzo diabolicamente capriccioso. Buona lettura.
