Balla ancora Tank Man di Francesco Pileggi

Articolo di Martino Ciano. In copertina “Balla ancora Tank Man” di Francesco Pileggi, Rubbettino editore, 2025
Ve lo ricordate Tank Man, l’uomo che si mise davanti alla colonna dei carri armati che, il 5 giugno 1989, attraversavano piazza Tienanmen, a Pechino? Ecco, per molto tempo quel gesto pacifico e rivoluzionario è diventato soggetto di poster, foto e magliette. Negli anni Novanta del Novecento, molti di noi, all’epoca adolescenti, ricorderanno che quel fotogramma era appeso sulle pareti di tanti locali, anche in Calabria.
Con il suo “Balla ancora Tank Man”, Francesco Pileggi rievoca in noi un’icona ormai andata perduta e che aveva profondi significati. È la fine che il mainstream ha fatto fare a tanti “personaggi rivoluzionari”. Pensiamo ad esempio alle magliette su cui campeggia Che Guevara, ormai retaggio di un “comunismo” di cui, a sentire certi politici, bisognerebbe vergognarsi.
Ma Pileggi non scrive un saggio malinconico, bensì un romanzo che abbraccia stili e linguaggi diversi, che pone il tema della necessità di una “rivoluzione del cuore e della mente”; soprattutto in Calabria, in questo teatro dell’orrore nel quale troppe nefandezze sono nascoste da una scarsa propensione all’autocritica. L’autore si aggrappa a quel postmodernismo che non ha avuto grande fortuna tra i nostri confini regionali, abbandonando i cliché del “romanzo di formazione”.
“Balla ancora Tank Man” è una storia di adolescenti che improvvisamente si fanno adulti, che sanno inserire dovunque l’ironia, che imparano più velocemente degli altri a fare i conti con i mali della propria terra. C’è tutto: fabbriche dei veleni, precarietà, ‘ndrangheta, orgoglio, omertà, connivenza e senso di rivoluzione. Ogni cosa è unita con uno stile solido, con parole che derivano da registri differenti, frutto di confronti serrati tra “ieri e oggi”. Sullo sfondo l’identità perduta e la cultura pop che ormai è la perfetta sintesi di una globalizzazione compiuta.
Sono forti gli echi della contaminazione culturale, che Pileggi aveva già messo in mostra nel precedente romanzo “Quando mia madre indossò la maglietta di Franz Beckenbauer”. Insomma, l’autore calabrese ci delizia con un’opera che non solo si fa leggere, ma che rimane impressa, ponendosi sulla scia “della letteratura impegnata”, che purtroppo dalle nostre parti è sempre più difficile trovare.
Una storia forte e una scrittura che stuzzica il lettore sono alla base di “Balla ancora Tank Man”, romanzo che si farà notare per la sua propensione a raccontare con audacia “il bene e il male” della Calabria, senza impartire lezioni sul coraggio di chi resta e sulla vigliaccheria di chi se ne va.
