Giovanna Cinieri: tre poesie tratte da “Piccola Stregheria”

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autrice tre poesie dalla raccolta “Piccola Stregheria” di Giovanna Cinieri, Stc Edizioni
Alla sua prima pubblicazione la tarantina Giovanna Cinieri incrocia i pieni e i vuoti della sua infanzia, della femminilità, delle tradizioni popolari e dei loro corpi, creando movimenti, improvvisi verticali e spazi inattesi grazie alle nostre ferite e oscurità e a ciò che infine esplode come catarsi di parole che osservano traiettorie fitte di smarrimenti che infine suggeriscono nuove rotte di senso.
Lo senti anche tu il cane che abbaia
il cumulo di bimbi lasciati fuori ad essiccare
non so a chi credevo
quando il coro di Chiesa faceva eterna l’estate
il prete passava tra lenzuola gonfie
neanche un’ombra faceva:
stese le sindoni non c’è volto
che appaia, più facile morire
che stare in piedi con il piatto
e in paese con il vento crollavano i balconi:
in cambio della sabbia diamo indietro il fiato
e quei baci giunti dentro il gomito
li chiamavi salvataggi all’imbrunire
ma io ti aspetto vivo nella pioggia
È un’arte di bambine costruire la stranezza,
fare a gara per i nomi sparsi dentro i labirinti
chiamarsi Jennifer, mai Maria,
transumare con il caldo sui balconi,
scomparire dietro il verso di un citofono
il suono di un cane,
mentre tu volevi che nessuno vedesse
dove eri casa:
nella misura delle bambole
coi capelli squilibrati e una postura a croce,
gli occhi sempre aperti sulle forbici di mamma
nelle mutandine larghe e le gambe lucide
di calze nuove bianche, un abbaglio da puttana
una specie di alba precoce,
che l’infanzia è la notte
con le matite tenute tra le dita,
fumavamo un’era giallo ocra
e il cuore in stile Dolce Forno Harbert
s’accendeva
tu ci infilavi qualcosa che somigliava a noi
una tenerezza senza forma
appena incandescente
io dicevo Jennifer, forse è pronto
e la notte era ovunque, soprattutto nei giorni
Inizia a capire la forma delle ossa
a partire da un’idea che non vuoi dire,
e le linee della carne quando è ferma
creano più di una parola.
il gioco in risalita del veleno: lo conosco,
è un veggente che sgrana tutto il pane
lo fa a briciole sul tavolo e grugnisce,
tanti Pater quante morti non avesti.
Guardo il corpo che io sono,
neanche fosse un’autopsia iniziata
si apre il petto sotto luci universali:
è abbagliante il suo sapere come spegnersi nel tempo.
e con la fede che mi resta
porgo schiaffi a Dio continuamente,
non perdono che l’abisso delle suppliche
