Lettera a Moira Lennars

Lettera a Moira Lennars

“Lettera a Moira Lennars” è uno scritto di Rocco Giudice. In copertina una foto inviataci dall’autore

Moira carissima,
ché averti amata un tempo è amarti sempre, non potevo non pensare a te in questi giorni febbrili, in queste notti insonni. Averti avuto accanto nei momenti difficili mi ha dato coraggio, ma proprio perché sei una donna che trova in se stessa motivo di coraggio e di felicità: non potrei mai essere davvero del tutto grato a persone anche solo dall’aria infelice. Una felicità senza segreti è il segreto che ci è rivelato da ogni occasione di felicità. Per es., mi dà modo di accrescere un sentimento di così rara fortuna anche solo informarti di qualunque cosa possa darmi motivo di provarne fosse pure la nostalgia, per quanto, nella fattispecie, si tratti di così poca cosa che potrebbe suonarti risibile. Ugualmente conto che potrai capire. Potresti, anzi, averne più lieta nuova che non ne rechi a me qualche più chiaro segno d’attenzione, non dirò di benevolenza, da parte del cielo, del destino, del caso. (…) Esperienza e occasioni di confronto sembra giustifichino un consuntivo, per quanto provvisorio, cui non può arrecare troppe minacce o aggiustamenti il futuro che la mia età mi fa sperare ancora. In vista della dirittura d’arrivo, nulla potrebbe cambiare la mia vita più di quanto possa fare la vecchiaia. Non mi sembra neppure peggio di tante cose che ho già vissuto. Certo, non rinuncerò a volerne ancora una razione, piccola o grande che sia, di indiscriminata, piena, totale felicità, l’unico modo per perdonarle di farsi desiderare troppo e inutilmente e di essere, spesso, quanto di più lontano dall’idea che ne avevamo, così da eludere le nostre aspettative, compresa quella di superarle: detto a difesa del mio residuo candore e del mondo, cui dedichi una attenzione che non merita del tutto e di cui sono un po’ geloso, Moira. Il mondo: voglio dire, tutto quello che si tira in ballo se non si ha di meglio, il mondo. Scusami, ma sai che non è solo – legittima – gelosia, mancando sempre di qualcosa che lo renda davvero unico ai miei occhi, dato che ti somiglia così poco. Fosse così, sarebbe facile amarlo, compito che rientra nella legge più dura di tutte: amare senza eccezioni (e senza condizioni e attenuanti del caso). Siamo circondati dal mondo: giocoforza arrendersi.
Ma non come fosse un cedimento in una prova di forza: ogni nostra riserva è superata dall’adesione allo stato di cose in cui ci troviamo. Tutto è così fantastico. Prendiamo questo “tutto” in piccole dosi. A nostra misura. Il fatto è che non posso dare tutto me stesso a tutti, cioè, a ogni cosa e al suo opposto. Provarci non mi ha reso più saggio né una persona migliore né più degna di rispetto. Occorre anche ricordare, vista la facilità con cui dimentichiamo le cose più semplici, che l’amore può essere infinito (sembra che il divario con l’infinito non sia sufficientemente esteso per tenerci a distanza dall’annetterlo come parente prossimo: insomma, che l’infinito non si basti, proprio come non ci bastiamo noi), ma questo non implica che sia anche eterno. Che l’amore sia una riserva perennemente disponibile cui attingere, non possiamo sostenerlo. Affidato a esseri mortali, l’amore non è in mani sicure, che possano reggerne il peso sempre e incondizionatamente. Le mani ci sono date più per afferrare che per trattenere. Oppure la vita è troppo breve e noi, troppo limitati per poter accogliere tutto quello che ci viene offerto.
Quanto a quella che mi resta da vivere, non credo mi lascerà tempo per fare più di quel tanto che ho fatto, almeno, per equilibrare il bilancio. Più facile trarre un bilancio dell’esperienza che divinarvi qualche senso: il vuoto di questo dovrebbe essere colmato da una somma forfettaria di assai relativo profitto, se vi sembra un cambio alla pari. Questi conti li faccia chi vuole. Sento che la mia vita ha esaurito le possibilità accordatele. La licenza di vivere e di amare mi è stata ritirata. La mia domanda di felicità non è stata accolta. Era mal formulata, male intesa, forse: e presentata a persone che non erano autorizzate a concederla. Non era in loro potere, in effetti. Non avrei dovuto riporre in altri speranze che gli attribuivano responsabilità soltanto mie. Ma ora che non ho più progetti né prospettive di fronte a me, ogni cosa che faccio è importante per se stessa. Forse, è stato sempre così: ma saperlo fa una certa differenza. Non devo più mirare a nulla che, poi, possa lasciarmi deluso perché io debba temere di vedere fallire i miei tentativi di raggiungere un qualche scopo. (…) Per alcuni, la morte è una liberazione, tardivamente raggiunta o mai troppo presto strappata ai giorni che, pure, ci sono dati così avaramente. C’è chi è capace di vergognarsi di morire, specie dopo aver acconsentito con tanto entusiasmo a vivere. Una cosa così da stupidi, oltreché da vigliacchi, morire, come se ne potesse fare a meno o perché lo fanno tutti. Si è così poca cosa che non avere tutto quello che ci fa comodo, non essere perfetti quanto ci vorremmo. Non essere Dio, insomma, è l’unica scusa che non ci possiamo permettere per assolverci dalle nostre inadempienze. Non cerchiamo scuse dove non c’è dato scampo.
Ma, detto anche questo e nel modo più chiaro: è da vigliacchi vivere solo perché c’è di peggio e perché non vorremmo essere da meno delle piante, che non saprebbero fare diversamente. Al contrario, questo confronto riesce intollerabile a chi sente la morte come un’ingiustizia, un’offesa personale quanto lo è la vita, dal momento che ci sarà tolta con lo stesso arbitrio con cui ci venne comminata e di cui fare vendetta sopprimendosi, ripicca subita mentre pensiamo di farla. C’è chi trova sia l’unico modo con cui appianare ogni differenza umana, ogni sopruso patito dalla società o dalla sorte e per cui non c’è rimedio. O il sigillo definitivo alla vanità di tutto questo. Molti si rassegnano: altri sono del tutto indifferenti. A me non sembra giusto, questo atteggiamento di superiorità: sapendo assurda ogni recriminazione, non voglio disprezzare o compiangere chi è stato capace di non esitare e non fuggire, messo di fronte alle prove cui è andato incontro.
La fiducia che ho in te è una delle mie qualità migliori: mi sono sentito amare da te come da nessuna che ho amato più di te, Moira. Sarebbe patetico, di un’ipocrisia in sovrappiù alla meschinità delle chiamate di correità all’ingrosso: per nascondersi dietro l’ammissione di un errore come ne commettono tutti, scusa che è un errore peggiore di quelli da cui dovrebbe scagionare: o appellandosi al “male radicale” come giustificazione personale. Non sono così ingegnoso. Ha più a che fare col fiuto che attira infallibilmente la bestia da preda verso il rancio: solo che si tratta del sentore inconfondibile e irresistibile della sconfitta, che funziona perfino quando nessun rimprovero potremmo addebitarci. Spavalderia, incoscienza, autolesionismo. La mia specialità. Per questo non avrebbe senso pentirsi. Per questo non mi aspetto indulgenza. Quanto può essere usato contro di me in fatto di inconcludenza, di inconseguenza, di irresolutezza e tutt’al contrario, di avventatezza, non potrebbe essere consegnato ad altri che a te, Moira, cui devo più che ad altri. Per esempio, se non la felicità, l’amore che mi aspettavo da chi sarebbe stata disposta anche a essere infelice insieme a me. (Come vuole quella formula magica: “Nella buona e nella cattiva sorte”.) Quanto può essere usato contro di me in fatto di inconcludenza, di inconseguenza, di irresolutezza e tutt’al contrario, di avventatezza, non potrebbe essere consegnato ad altri che a te, Moira, cui devo più che ad altri. Per esempio, se non la felicità, l’amore che mi aspettavo da chi sarebbe stata disposta anche a essere infelice insieme a me. (Come vuole quella formula magica: “Nella buona e nella cattiva sorte”.)
È stato così stamattina, quando un’euforia panica mi ha afferrato: ho pensato a te. Che avresti capito. Se troverai, qui, banali osservazioni, perdonami: sono ancora sotto l’effetto di quello stato di grazia. Potresti non capirmi perfino tu. Allora, sarei io a sentirmi escluso dal non poter condividere con te, se non la gioia di quest’oggi, la tua perplessità o il tuo fastidio. Un riflesso su di un muro, il muschio da cui è istoriato, l’ombra dentro uno specchio, il rumore reminiscente della pioggia in edizione serale e le betulle luccicanti nel disgelo. I dettagli più insignificanti appaiati alle occasioni più rare, che meglio di tutte potrebbero illuderci. Nella realtà così com’è può esserci più libertà di quella che reclamiamo contro di essa.
Ora che le persone più care mi lasciano, è come se le parole portassero, con quella di tutti loro, l’immagine che avevo di me stesso. Ora che il giro di boa dei cinquant’anni compiuti e suonati a festa fa sentire la stretta asfissiante del tempo trascorso, ogni testimonianza del passato accresce il senso della perdita. Da questo, non mi salva neppure la poesia: né lo vorrei. Come Varlaam Śalamov scrive di Mandel’śtam, non ho vissuto per la poesia, ma di poesia. Nelle parole in cui l’ho espressa riconosco la mia vita più che in me stesso. Continua in me come vissuto ciò che è vivo nelle parole di quell’altro che io ero e così, mi appartiene più del ricordo che ho di lui. È in questo viaggio di ritorno che mi riconosco, sorpreso dal ricordo che solo allora diventa il passato, fuori della storia perché essa continui con me oltre di me. La vita sembra possibile solo nell’oblio di se stessi, nella successione di atti la cui luce è resa tollerabile dall’ombra che la scorta. La poesia è l’eco in risposta e insieme, di adesione alla vastità di quanto ci sovrasta: che rimane là dov’è: ma non è più da temere. Puoi fartene un’idea di fronte a questo nostro mare chiuso e poco profondo. Rincantucciato, naufragato fra terre cui può saldarsi ghiacciando nei mesi invernali. Strategia d’adattamento, doppia personalità… Un mare suo malgrado. Può ospitare solo le strette correnti e le magre onde che lo increspano, fili di pensieri che rinnovano una intesa che fa della distesa d’acque baltiche l’immagine liquida dell’indole nazionale. Ritrosia, diffidenza, forse, ma senza introversione nostalgica per gli spazi oceanici, di cui offre un compendio: o una laguna megalomane, ma solo per l’angustia da porto sicuro delle terre che bagna. Un mare scarsamente portato a fare grandi confessioni o a suggerirle. Il mare come noi. Mancanza di segreti, non di carattere. Seduto o in piedi al cospetto dell’autocrazia marina, non devi fare molto per intenderne il messaggio: che il pensiero e l’infinito si somigliano come due gocce d’acqua: o come due amici che si incontrano in uno specchio.
A nuocere davvero è l’ignoranza delle nostre possibilità e nel caso in cui siamo tanto lucidi da riconoscerle, il rifiuto delle responsabilità connesse. Ci imbattiamo nella verità: e cambiamo strada. La coscienza non perdona. Le leggi dello Stato non possono sgravarci da questo peso se non arrogandosi ogni nostro diritto. La lingua e la poesia che ne è l’organo di senso sono legge a nessun codice normativo soggette. Nemmeno la legge di gravità può limitarne il raggio d’azione. L’uomo della strada e l’uomo sulla Luna non hanno nulla da invidiarsi. È possibile vivere come se ci si scordasse di stare su questa Terra: così come lo è anche scordare di essere stati su quella Luna per continuare a sognarne una tutta per noi. La nostra coscienza non ce la tocca né toglie nessuno. Possiamo solo venderla, in un modo o nell’altro. Nessuno può privacene senza il nostro consenso: possiamo solo fingere che non sia così. Questa autodifesa retrospettiva è fra le più antiche e preziose eredità della specie, perfezionata dalla civiltà. La nostra gratitudine può accontentarsi di molto meno.
Quindi, perché la poesia. Prima non lo sapevo. Che non vale solo per chi lo sa. Proprio come non occorre sapere chi siamo per essere quello che siamo. La poesia è la musica che manca alla musica per essere poesia. Nella poesia, il silenzio è un’eco della musica che non ha bisogno del suono per esistere: l’assenza che illumina un mondo che non ha bisogno di null’altro per esistere, nemmeno di esistere. La poesia esiste se diventa quel mondo che solo per suo tramite è vero e reale – oltre la speranza di trovarlo e a dispetto della possibilità di giungervi. Approntiamo un riparo da una abbagliante flagranza, che eccede le nostre capacità percettive, raccattando come briciole le impressioni selezionate dal nostro apparato sensoriale in uno stato di veglia drasticamente circoscritto. Una illusione prossima allo stato onirico. Sappiamo, allora, che il mondo reale non è meno distante dalla nostra comprensione di quello che rimane irraggiungibile: e questa consapevolezza può apparire uno scacco o un’illusione solo fuori della poesia. L’ordine del mondo non ammette una sfida così palese. Questo spiega perché il potere, qualunque faccia abbia, si preoccupi tanto della libertà di parola. Questo spiega anche quanto sia necessaria la poesia: perché solo la poesia afferma che nessuna parola ci appartiene. Se questo è vero per la parola, vale anche per il dominio esercitato sugli uomini e sulle cose. Non serve neppure dire che essa è libera: la parola viene prima di ogni pretesa di definirla. Il potere politico si scontra con un limite in ciò che non gli compete e non può essere tradotto in termini di legge. Lo diremmo un contropotere, se non fosse che una tanto radicale negazione del potere non è neppure una forma di potere che neghi o si contrapponga ad alcunché.
Perciò, alle parole non finisco di essere grato anche ora che le sento allontanarsi. Se prima traevo energia dallo scriverle, quella che mi tolgono per il fatto che non mi appartengano, ormai, più che agli altri non mi fa sentire defraudato di nulla. Da questo, se non mi viene alcuna consolazione, non mi deriva alcuna tristezza. Sarebbe assurdo cercare conforto da qualunque disgrazia nell’effetto placebo della poesia. Nessun rifugio o una compensazione: semmai, il poeta tenta di andare oltre le parole. Vediamo sempre per speculum et in aenigmate . Il poeta “usa” le parole per uscire dal linguaggio e per questo, deve uscire da sé per incontrarle; e quando ha trovato le parole, non trova la sua voce. Al livello più alto, egli non è più legato a un’esperienza determinata: essere un poeta è una responsabilità troppo grande per chiunque deve accontentarsi di essere una persona. Così, sembra che questa incombenza ricada solo su chi non ne sarà all’altezza: contraddizione che non gli sarà perdonata. In tal modo, egli finisce per ribadire la condanna che sente su di sé, assumendola come un compito, dal momento che dovrà ottemperare comunque questa elezione alla vita che non gli è concesso vivere. Come se, essendo se stesso, commettesse un reato.
Questo attira o compendia ogni altra fatalità, con cui, per sovrappiù d’addebito e d’offesa, non ha nulla a che fare: il poeta non è mai incolpevole o non consapevole, queste sono circostanze neppure attenuanti: se nessuna sventura in atto provvede, è perché egli è ancora immaturo rispetto a quelle che gli sono assegnate, che gli capiteranno o in mancanza di segni che gli diano il conforto di non essere trascurato, che si va a cercare.
Consideriamo, dunque, il poeta, quale straordinaria figura egli sia, nel pur così vario repertorio umano: fosse solo per somma degli esiti avversi che convergono in lui come termine e fine del rincorrersi reciproco o a saldo di ogni non riconosciuta fortuna, quanto poco egli deve curarsi della sorte che gli è data.
Solo le parole restano estranee a tutto questo coacervo di cause e a lui per primo. La poesia è, con questo, solo con questo, meno indulgente della rovina cui egli è votato comunque. Esenti da vicarie funzioni legiferatrici, le parole non hanno l’obbligo di salvare nessuno.
(…) La vita non offre abbastanza motivi per vivere. Dobbiamo inventarcene qualcuno per conto nostro: essa stessa ce lo chiede. La versione di quello che essa è per noi. Un contributo personale alla varietà delle cose, all’esperienza, anche quella della lingua, non come specchio del mondo, non come un elastico fatto per tenere insieme nozioni da ammucchiare e poi, catalogare in un comparto o l’altro del sistema del sapere – il posto che un libro occupa nello scaffale di una libreria. Il mondo visto attraverso una delle lingue parlate dagli uomini: per appartenergli più di quanto possiamo dirlo nostro. Come la vita: un dono, che non smette di essere un dono anche se lo hai sciupato. O all’opposto, una condanna da cui non c’è riscatto neppure scontandola, ma che possiede una sua incancellabile purezza, anche senza la surrettizia elezione che si arroga l’aura del maledettismo (l’ambroise et le nectar vermeil… ce beau diadème éblouissant et clair ) per farne tenebrosa o lieta sublimazione – a carico o a beneficio degli altri, secondo che più gli converrà.
Ci sono in giro abbastanza cose di cui stupirsi, rammaricarsi, sperare e disperare e affascinare per capire che è inevitabile sentirne la poesia e che sarebbe impossibile farne a meno. La poesia non è un oggetto di discorso né uno strumento di conoscenza, ma una forma di vita o una strategia di sopravvivenza, una sorgente di energia rispetto a cui le stesse idee sono troppo materiali, le parole, oggetti impenetrabili quanto le cose che ne sono indicate. L’albero radicato in ogni foglia; l’autoritratto non speculare di uno specchio; un calco sonoro del silenzio o del ritmo che rende l’eco uniforme anche quando la distanza muti; la firma autografa di un alfabeto di nomi, parole, segni che li appone alla realtà delle cose così come sono e in cui essi non possono essere commutati, ma cui fanno da codice d’accesso, loro malgrado o in virtù di una magia di cui le stesse parole hanno perso il segreto, non l’incanto che lascia.
Questo divario è come un varco per la verità in cui essa può nascondersi o manifestarsi. La distanza fra parole e cose, fra le parole e il senso oltre di esse è un orizzonte di cui nessuno, nessuna persona o regime politico, può disporre senza esserne vincolato né escluderlo senza esserne delegittimato. Quell’orizzonte, in definitiva, è il verso. Esso è la linea di demarcazione per il cui tramite la parola, trovando in questo movimento il suo senso, (es)tende lo sguardo e la visione. Solo così la poesia può, ben più che testimoniare, illuminare il mondo. Il verso è un frammento delle origini, la prima immagine del mondo com’era nella mente di Dio un istante prima che lo creasse – non come noi, che tutto quel che facciamo è per dirgli addio.

Testo tratto dal romanzo epistolare inedito “Poeta in Estonia.”


Chi è Rocco Giudice?

Rocco Giudice è nato a Palagonia, in provincia di Catania, nel 1957. Ha pubblicato le raccolte di racconti Sotto il trono del pavone (Pellicanolibri, Catania, 1994), Il gong della luna nuova (Res in Artibus, Catania, 2000), Tetralogia minima (Res in Artibus, 2001) Gli ultimi numeri della serie vincente (Newl’ink, Acireale, 2012), La festa dell’ultimo anno (Carthago, Catania, 2016). Ha pubblicato le poesie di Omaggio a mr. Berryman (Res in Artibus, 1999), biografia in versi del poeta americano John Berryman; Versi apocrifi (Newl’ink, 2013), Atlante degli addii (Newl’ink, 2017), Salva in memoria (Res in artibus, 2022), Paesaggio con chimere (Gruppo editoriale Bonanno, Acireale-Roma, 2023), La nuova fiera (Res In Artibus, 2024), In linea d’aria (Qed edizioni, 2025). È autore dei saggi Tre versioni della Natività. Botticelli, Baldung Grien, Caravaggio (Newl’ink, 2020) e Dialogo tra nuvole di immagini e parole. Antonello, Baudelaire, Courbet, Moreau (Newl’ink 2021). È stato co-fondatore e caporedattore della rivista internazionale di Lettere e Arti Colophon (1996-2002). Successivamente, ha collaborato con articoli, racconti e poesie alle riviste Nextl’ink (2008-2011) e Newl’ink (2012-2016). Vive a Catania.

 

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