La signora Meraviglia di Saba Anglana

La signora Meraviglia di Saba Anglana

Recensione di Alessio Barettini. In copertina: “La signora meraviglia” di Saba Anglana, Sellerio editore

Romanzo dallo sfondo mitologico, favolistico, che illustra un compimento, un lungo percorso, quello dell’ottenimento della cittadinanza, come un’iniziazione intrisa di rituali bizzarri, grotteschi, tristemente seri ma non autorevoli.

Saba Anglana intreccia un prima e un dopo lasciando che i due elementi sfumino l’uno nell’altro. Il prima: una storia di famiglia, di identità africane già mischiate, la Somalia, l’Etiopia e l’Italia conquistatrice, una donna Dighei, zia della narratrice/autrice (il romanzo è scritto in prima persona e la narratrice coincide nel nome con l’autrice), che lega i due tempi. Il secondo, presente, l’Italia.

Quarant’anni di permanenza e la necessità improvvisa di ottenere questo documento, che per la narratrice, più che per la zia, diventa qualcosa di imprescindibile, una Meraviglia, dopo un dialogo con un’impiegata scocciata che funziona come innesco per desiderarla ancora di più, per farla diventare una ragione di vita.

Il mito mette le sue radici appunto in Africa, dove la situazione non appare diversa, un’identità precisa non c’è, sembra che tutto dipenda da contingenze, da idee sbagliate, in mezzo a tanta confusione ideologica, morale, quotidiana. Esattamente come nel dopo, a Roma, dove le due donne si confrontano per cercare un senso a questa condizione di assurdo, tacito dissenso che non può che esprimersi negli sguardi solidali e nelle parole sommesse ma mai abbastanza condivise. Il leit motiv è la memoria, fra dialoghi e riflessioni, a volte accessorie a spiegare momenti presenti, altre volte lasciate da sole a illustrare pezzi di sé, senza didascalismi.

Sull’inizio in Italia c’è poco da dire. Dalla costa della Somalia siamo approdati a quella di Ostia a metà degli anni Settanta. In attesa che la casa comprata molto tempo prima da mio padre si liberasse dagli inquilini che la occupavano, andammo ad abitare vicino a dove fu assassinato Pasolini. (…) Ma che ne sapevano i miei che era una zona malata fino all’osso? Già era stato un successo organizzare tutto a novemila chilometri di distanza, da un altro continente.

C’è tutta una galleria di personaggi, le impiegate e l’avvocato, gli incontri casuali e la gente senza volto, a costellare il tentativo del conseguimento di questa carta, a rendere questa ricerca grottesca e quasi impossibile. Imbarazzi, inutili complicazioni, capovolgimenti della sorte si intrecciano con la storia della guerra civile in Somalia, storie apparentemente lontane e inconciliabili, segnate da diverse e simili maledizioni. Le due parti risultano però molto diverse fra loro. L’osservazione del presente appare critica, effetto di una letteratura civile, poco propensa a trovare fiducia al di fuori di sé stessa.

Mi domando se questa signora Meraviglia riempirà un vuoto o sarà riparo per la sua inquietudine. Forse aveva ragione la funzionaria del Patronato, sta diventando un’ossessione. Sto facendo una violenza alla zia? Di una cosa credo di essere certa, però: nessun documento al mondo, nessun atto notarile, nessun certificato di nascita può parlare di identità allo strato più intimo della mia o della sua coscienza. Il ragazzo tatuato scende, finalmente la signora anziana che gli stava davanti può sedersi al suo posto.

La ricostruzione della memoria entra nelle radici familiari, è un modo per ricordare, per non perdere le tradizioni, religiose e quotidiane, religiose soprattutto, nel senso lato del termine. Qui la centralità gira infatti intorno ad Abebech, madre di Dighei, e al suo spirito che la perseguita, segno di una maledizione che sembra imprescindibile.

Ci parlava, con quelle forze, che non erano poi così estranee. Le sentiva tutte sopra la sua testa quando si coricava. Un suono a cui la gente comune non era abituata, o che non voleva ascoltare. Almeno fino a quando quelle voci non potevano più essere ignorate. L’autrice sembra però la prima a scrivere per consolidare le proprie radici, quasi avesse perso l’istinto e il diritto di crederci: “Voglio sentirmi ancora figlia di una storia”, scrive, esplicita, mostrando un timore e un senso di sconfitta mescolato con il senso dell’attaccamento, una fede scettica, moderna, vittima di una modernità implacabile perché onnivora e ingorda.

La storia va ricostruita, tenuta insieme con “occhi che tengono al guinzaglio la memoria”. Una personale ricerca del tempo perduto che è certo tradizione ma anche tentativo di sistematizzare ciò che non va, una sorta di maledizione familiare che si riscontra nei vari mostri interiori, la Gorgone che abita nella narratrice, come lo Spirito che abitava sua madre, sono il segno di una storia familiare che la ricerca di un’identità, finanche burocratica, potrebbe forse raggiungere.

Questa faccenda della cittadinanza mi ha costretto a ricognizioni che sono diventate anche più approfondite del necessario. La cosa forse mi sta scappando di mano, ma il percorso è avviato. Prima la malattia dormiva sottopelle, ora risalgo alla sorgente, non riesco a fermarmi, non posso.

Così il Gioco dell’Oca della cittadinanza attraversa la vita di chi la richiede, mostrando, nelle sue richieste di definizione delle storie familiari, la necessità che la memoria penetri verso un recupero delle storie, a mostrare una normalità che però non sarà mai lasciapassare di un modo di pensare razzistico e miope, che viene aggirato da decine di digressioni, personali modalità per fare di questo percorso un successo, nato da un costante processo di riparazione del sé, tratto tipico in ogni migrante.

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