Quello che so di te di Nadia Terranova

Recensione di Alessio Barettini. “Quello che so di te” di Nadia Terranova, Guanda Edizioni, 2024
Due storie che si guardano da lontano e che l’autrice decide di fare incontrare, come se dalla sua posizione avesse notato il pericolo che nessuna delle due poteva sospettare. C’è la storia della maternità, di una bambina appena arrivata e delle conseguenze che produce nella vita della mamma-autrice-narratrice, e c’è la storia di Venera, bisnonna della stessa, un tempo internata a Messina, circa cento anni fa, per un tempo totale di undici giorni.
Cosa muove questa narrazione? Il desiderio di confrontarsi con quella che chiama la sua Mitologia Familiare per fare luce sull’episodio che continua a preoccuparla, anche in sogno. Informazioni incomplete, sospetti, desiderio di far luce intorno a un destino che appare difficile da accettare a ogni livello della discendenza.
C’è una storia per ogni madre, così torno sempre a Venera, madre della madre della mia; ci sono anche dei figli maschi in questa linea, ma è quella delle donne che mi porta fino a lei. (p.13)
La storia di “Quello che so di te” è quindi una ricerca di una verità familiare, l’esigenza di dare ordine al caos che una nascita porta con sé. Uno sguardo al passato per scoprire di poter fidarsi del futuro, e allo stesso tempo una riflessione sulla maternità di una scrittrice a tu per tu con il desiderio di tornare a scrivere e la consapevolezza di quale significato ora questo possa avere, ora che c’è una figlia, e se c’è una figlia c’è desiderio di salvarla, ma come poterlo fare, con la scrittura?
La ricerca si fa quasi mistica, dunque, una compagnia dell’anello interiore alla ricerca di una nuova forza, una forza giusta che possa sistemare il passato, spiegare il presente, guardare con fiducia al futuro. Così, le energie rivolte a quei sogni e a quei desideri, la narrazione scava nella roccia del passato scoprendo passaggi che non sospettava, piccoli errori nelle storie familiari tramandate che portano a dubitare le ragioni dell’internamento. Cosa costrinse Venera a quella Clinica per malattie nervose? Qual era il punto di vista del marito? Chi era davvero questa bisnonna così presente?
Seguendo la tradizione delle tragedie classiche, Nadia Terranova costruisce il suo spazio di verità mostrandone, pezzo dopo pezzo, un quadro generale che si rivela completamente diverso da quello che ci viene presentato all’inizio. Ossessionata oltremisura dai lasciti di uno stigma (una donna internata è sempre stato uno stigma, anche se qui si parla di pochi giorni di degenza), l’autrice si mette sulle tracce della verità cercando documenti, testimonianze, andando a spulciare l’archivio di quel manicomio, mettendo insieme telefonate notturne a zie con la risposta sempre pronta, a una condizione incerta, precaria, di madre, a cui doversi abituare.
Così la storia di Venera la bisnonna si fa controluce per un presente di dubbio, di riflessione esistenziale (curioso in questo senso il personaggio La Dok, una sedicente esperta online di maternità che passa il tempo a sbattere in faccia alle sue follower quanto siano importanti il distacco e l’anaffettività), di ansia da protezione che per chiudersi sembra dover passare attraverso la risoluzione del problema di Venera, una restituzione necessaria nella storia familiare che ora è andata avanti.
Così “Quello che so di te” si fa pretesto per riflettere sul ruolo sociale delle madri di ieri e di oggi, sul linguaggio della psichiatria di ieri e di oggi, sul ruolo dei mariti e più in generale dei maschi, di ieri e di oggi. La scrittura palesa volentieri questo scarto, la ricerca familiare tiene conto delle imperfezioni delle tradizioni e del caso, ma poi ricade nei luoghi comuni proprio quando parrebbe averli abbandonati.
Nel 1928, mentre lascia la sua seconda moglie all’ingresso del manicomio, il granatiere è sconfitto. Non è riuscito a cambiare il finale all’amore. Anche questa donna gli è stata rubata da una malattia e si dissolverà, è un bozzolo, una farfalla che si ritira. La vita ha ripreso a derubarlo, come in una lotta con i bastoni. Andò felice al talamo…Adesso ha anche due bambine di cui occuparsi. Come può salvarsi? Come si salvano i padri? (p. 63)
Così l’autrice arriva ingiustamente ad affermare che “i padri impazziscono e non si salvano”, ed è ancora una volta la scrittura a farsi tramite di quel che lei non può dire o non può accettare (“Scrivere è interrompere questa linea di pazzia”). Salti, verticalità, opposizioni tenute insieme da una scrittura lenta, che cerca di rendere conto di tutti gli aspetti della propria interiorità, che vuole comprendere ogni ipotesi possibile: “un conto è sognare il passato, un conto è andarselo a prendere”, afferma con la consapevolezza che qualcosa sfugge, sempre, e che man mano che la ricerca continua ne è proprio l’io la causa, con le sue convinzioni che non guardano dove dovrebbero, che ingannano e continuano, forse, a farlo. Forse, perché lungo tutto “Quello che so di te” siamo circondati costantemente da timori, che l’autrice affronta in sequenza, senza sapere se riuscirà a vincerli.
Da quando Venera è uscita dal sogno per entrare nella mia vita in forma di faldone, provo per le parole della psichiatra lo stesso effetto che mi suscitano le vecchie locandine horror, una sorta di turbamento naturale per oggetti in cui l’anomalia e l’orrore sono diventati crosta, come nei relitti di mare. (p.108)
Per questo “Quello che so di te” è un romanzo sui limiti, sulla mortalità, sul fallimento, e soprattutto sull’accettazione di tutto questo, sulla scoperta che siamo esseri imperfetti che vivono un mondo imperfetto. Un romanzo di maturazione personale che avviene attraverso la linea della discendenza, nell’idea che gli errori dei nostri antenati possano essere interrotti. Un resoconto dell’anima.
