Giornalisti: battitori frustrati, depressi, senza gloria né soldi

Esiste una categoria di poveri di cui nessuno parla: sono i giornalisti, impotenti, silenziosi e morti di fame. L’articolo è di Rosanna Pontoriero. In copertina una foto tratta dal web
Batti, batti… Con la schiena curva e gli occhi lucidi. Tu che sei schiavo delle parole, di fonemi e morfemi, senza soldi né gloria. E non è affatto una similitudine iperbolica: i migliaia e migliaia di giornalisti, che lavorano in giornali e siti provinciali e regionali italiani, sono anime invisibili, che digeriscono frustrazione e malessere. Urli muti, ossimoro che spero renda l’idea: perché, a differenza di qualsiasi altra categoria, non hanno neppure con chi sfogarsi. Il lettore, spesso, usufruisce del lavoro di un bracciante malpagato, vessato e neanche pienamente libero di esercitare la propria professione. Un cambiamento tellurico, dato da una infinità di motivazioni, tutti apparentemente concatenati, che hanno prodotto la fine sostanziale di un mestiere. Chi resiste, quasi sempre ci perde. Chi si adegua, quasi sempre diventa isterico e perde l’identità.
Giornalisti: una vita per poveri
L’altra mattina, al bar, chi vi scrive ha intrattenuto una conversazione con una signora, la quale, sorseggiando il caffè, ha legittimamente chiesto: «Ma come mai i giornalisti oggi copiano i post? Sai non pensavo si lavorasse così… E, invece… Ma perché? ». Arriccio le spalle, spalanco gli occhi e rispondo dapprima secca, poi argomento: «Perché sono poveri!». È stata la sesta persona a chiedermelo in un mese: i lettori, anche quando ci sono, non hanno alcuna stima, e chi scrive ha perso autorevolezza e fiducia. Non è nessuno. Scelta e libertà sono un lusso. Oggi il giornalista è costretto a saccheggiare il web per sopravvivere: quattro locandine, due delibere, una determina e la giornata è andata. La colpa non è sua: è sopravvissuto con dolore a un altro turno alienante, si è portato a casa una manciata di spiccioli. Uscendone stanco, demoralizzato, trasformato in merce da macello. In fondo, il suo lavoro non vale molto, lo potrebbe fare chiunque, è assolutamente sostituibile, come gli operai nelle grandi catene. Il mantra è: “Avanti un altro”. Le mani sulla tastiera possono adagiarle tutti. La vita di molti giornalisti, intendiamoci gente magari preparata, è quella di passare le ore a cercare avvisi che si potrebbero copiare. Per cosa? Far crescere una azienda. Ma che cresce come?
Senza stima dei lettori. È un discorso complicato, perché è un meccanismo perverso. Incredibilmente perverso, per il quale devi completamente prosciugarti. È una evoluzione data dal web? Dai social. Certamente, ma soprattutto dalla povertà economica ed educativa. Dall’idea comoda che il lettore comune non ha ambizione, non sa distinguere né ricercare. E allora non serve l’originalità, l’esclusività, la critica, serve una marce a bassissimo costo, da buttare lì, come l’osso al cane. E mentre tutti commentano: «Ma che roba è? Madonna!», un giornalista muore di stenti, frustrazione e impotenza. Quest’ultima parola racchiude tutto.
Con quali soldi i giornalisti, oggi, possono fare le inchieste, i racconti, i reportage, andare in giro? Devono «fare quello che possono», come si ripete compulsivamente nelle redazioni, che si traduce in copia e stai zitto, carica e non rompere il cazzo. Siamo socialmente desertificati. Tuttavia, nessuno parla dei giornalisti e della loro miserabile fine. Di come vivano ai margini e patiscano, condannati a perire piano piano, perché sono in agonia. Ciò nonostante, hanno somatizzato questo stato, rassegnandosi a sfiorire, a disumanizzarsi, a non avere aspirazioni né ambizioni. Lo insegnano, sapete: fai quello che fanno tutti, con animo sereno. E, infatti, è tutto un luttuoso silenzio.
