Violenza di Stato a colazione

“Violenza di Stato a colazione” è un articolo di Martino Ciano. In copertina una immagine creata con l’intelligenza artificiale
La propaganda quotidiana si sveglia presto. Comincia alle sei e trenta del mattino, forse neanche ha dormito. Una underdog insonne cerca tra le scartoffie una bugia da raccontare e un nemico cui attribuire la colpa di ogni eventuale disastro. La chiamo violenza di Stato e va di moda di questi tempi. Assonnato sento i titoli dei giornali. La televisione bela e so che nessuno sta pensando a me, alla mia classe di appartenenza, a quella che ogni giorno fatica per molteplici necessità.
Creare un problema e poi risolverlo fa parte della liturgia. Non è una strategia della tensione, ma una tattica funzionante che fa sentire chi la subisce sempre un po’ più coglione. In ciascuno potrebbe sorgere il dubbio di essere inadeguato al sistema. Da una parte c’è una massa che applaude, mentre dall’altra ce n’è una che protesta. Entrambe rispondono alla logica della violenza di Stato. Non c’è niente da capire. È una blanda addizione: due più due fa quattro. Non c’è possibilità di sbagliarsi.
La cronaca quotidiana è un localismo, nel senso che è un piccolo ritaglio nell’immensità dello spazio-tempo mondiale. Qualcuno mette un confine e chiama quella «notizia», dopodiché intorno ci costruisce una polemica che attiri l’opinione pubblica. Talmente tanto attratti da questa minuscola porzione di assurdità, ci si dimentica del resto, mentre il potere rimescola le carte, si mette a giocare di nuovo con noi e invita ciascuno al tavolo quando ormai c’è poco da spartirsi.
Visto com’è pacifica la violenza di Stato? È una disciplina che chiama a rapporto grandi e piccini, rossi e neri, grigi e arancioni. Istiga e si intrufola; stuzzica e affascina. Mentre faccio colazione pensando alle bollette che dovrò pagare, a ciò che potrò permettermi e a quello che dovrò rimandare al prossimo mese per non gravare sullo stipendio corrente, guardo gli eccitanti dati economici. Segni positivi veri per sé stessi, ma che in un contesto formano un saldo negativo. Anche questa è un’operazione semplice da fare, che non mente. Eppure, in questa tautologia, il potere rende le cose un’opinione su cui cozzare la testa.
La violenza di Stato è infatti una bugia ripetuta, il sorriso che macchia il viso di certi burocrati banali che strumentalizzano i propri incarichi. Si dice che bisogna svecchiare alcuni vocaboli, che le ideologie vanno presentate in modo diverso. Sono d’accordo. L’ho pensato anch’io dopo aver buttato nello stomaco una banana, uno yogurt bianco e una tazza d’orzo solubile. Ho dovuto scegliere se ruttare contro la televisione, guardando negli occhi la giornalista che legge e commenta i titoli del giorno, oppure alzare i tacchi e andare al lavoro senza commentare, visto che per me nulla cambierà. Qualsiasi cosa io abbia scelto, ho solo perso tempo, perché ho continuato a pensare che per me non c’è futuro. Lo dicevano anche i Sex Pistols.
Invece, alla violenza di Stato bisognerebbe rispondere facendo rumore, lamentandosi, agitandosi, generando fastidio, protestando, lasciando che una coscienza nuova si faccia avanti. Ogni giorno il linguaggio dovrebbe essere diretto, scabroso, incivile. Dovrebbe essere estenuante come quando ci si accorge che su una bolletta della luce si paga più per le tasse che non per il consumo. Dovrebbe essere senza veli come quando ci si accorge che i generi alimentari aumentano di giorno in giorno. Dovrebbe essere scurile come quando ci si accorge che le accise sulla benzina non sono diminuite. Dovrebbe essere preciso e poco delicato come quando si nota che c’è chi ha troppo e chi poco; che ci sono persone che lavorano per avere il minimo e datori di lavoro che pagano una miseria speculando sul bisogno.
Ecco, la violenza di Stato dovrebbe ricevere questo tipo di risposte. Una protesta che sappia dire “no” a oltranza a ciò che per sua natura è ingiusto. Non ci vogliono grandi teoremi per notare quanto ognuno sia sopraffatto dalla propaganda dei venditori di aria viziata, siano essi seduti nella stanza dei bottoni siano essi fuori, a bussare con forza per entrare. Bisogna sfidare per non soccombere all’apatia. Bisogna organizzare la propria rivolta. La violenza di Stato si diverte con le risposte di pancia, le sa dominare. Ha paura di azioni ragionate, di prese di posizione nette, di opposizioni senza fine, di ostacoli che non possono essere aggirati.
La violenza di Stato teme chi sa difendersi con ragionevolezza, usando la rabbia meditata per costruire spazi di dialogo, luoghi di incontro, alternative senza confini di razza e di pensiero. Apriamo circoli, lasciamo i social, stringiamo patti, riscopriamo le nostre preoccupazioni comuni. Nessuno ci ha davvero aiutato. Anch’io posso fare appello solo alle mie forze per mettere insieme colazione, pranzo e cena di oggi e di domani. Eppure, lo stomaco si riempie, ma la testa si svuota. E la violenza di Stato si nutre di cervelli esausti.
