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	<title>saggi Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Susan Sontag: la matematica della società contemporanea</title>
		<link>https://www.borderliber.it/susan-sontag-la-matematica-della-societa-contemporanea/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Mar 2025 23:08:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’illusione della famiglia nucleare, i rapporti di potere, la dialettica profondamente impari tra donne e uomini e uno sguardo lucido e minuzioso. Questi gli argomenti dell&#8217;articolo di Rosanna Pontoriero su &#8220;Susan Sontag&#8221;. Le foto sono state fornite dall&#8217;autrice Articoli lucidi, scientifici, razionali, che contengono una pacatezza descrittiva, da laboratorio di biologia. Sono persino atemporali: sembrano [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’illusione della famiglia nucleare, i rapporti di potere, la dialettica profondamente impari tra donne e uomini e uno sguardo lucido e minuzioso. Questi gli argomenti dell&#8217;articolo di Rosanna Pontoriero su &#8220;Susan Sontag&#8221;. Le foto sono state fornite dall&#8217;autrice</strong></p>
<p>Articoli lucidi, scientifici, razionali, che contengono una pacatezza descrittiva, da laboratorio di biologia. Sono persino atemporali: sembrano scritti stamattina. <strong>Susan Sontag</strong> è, letteralmente, una matematica della società: capace di mettere a nudo dinamiche familiari, lavorative e sociali, come se possedesse le formule per risolvere funzioni e teoremi. Dicono sia una femminista, ma va oltre il femminismo, per molti versi lo sveste, con un indice sociologico e antropologico, consapevole come ogni battaglia riformista, sebbene porti miglioramento, non intaccherà mai la gerarchia di genere, che caratterizza la specie umana. Bersaglia la benemerita famiglia nucleare, rea di mantenere intatta la subordinazione, con l’aggravante di caricare le donne di lavoro, facendole soccombere nell’organizzazione di casa, lavoro, famiglia. In quel <strong>“devo fare tutto io”</strong>, che inchioda le femmine umane, martirizzandole. E, pressate di preoccupazioni e responsabilità, naufragano in un mare amaro di frustrazione e stanchezza.</p>
<h3>Susan Sontag: una scrittrice dall’occhio lungo</h3>
<p>Non si può raccontare <strong>Susan Sontag</strong>, nata a New York nel gennaio del 1933 e morta nella stessa metropoli americana nel dicembre del 2004, nel tempo di un articolo, sarebbe come amputarle le braccia. Tuttavia, <strong>“Sulle donne”</strong> andrebbe letto in treno, in automobile e persino sul water, perché raccoglie articoli che hanno un occhio lungo e profetico. Il patriarcato non si indebolirà se le donne continueranno a lavorare da gregarie: aspettando ai piedi del palco, nell’ufficio accanto, ritagliandosi una dimensione di compromesso con l’essere femmine, per natura accondiscendenti e silenziose.</p>
<p>E, permettetemi di interferire, prima di addentarci nella scrittura di <strong>Susan Sontag</strong>. Nei giorni scorsi leggevo una cronaca giudiziaria e in una lista interminabile di penalisti, non ho trovato il nome di una donna. Fanno tutte altro, cosa? Mansioni di mediazione, per non perdere troppo tempo e non prendere troppo la scena. Nuda verità dei fatti. Il lavoro femminile lo abbiamo confinato nelle scuole, lì dove si può trovare una formula di conciliazione, di subordinata trattativa, di preservazione dell’ordine dominante.</p>
<p><strong>Susan Sontag</strong> mi sorriderebbe con vivacità. Scrive a proposito del lavoro femminile: «Le donne devono evadere dai ghetti in cui sono confinate: impieghi che continuano a sfruttare il loro ininterrotto addestramento al servilismo. Per una donna l’uscire di casa per accedere al mondo, si traduce raramente in un impiego nei riguardi del mondo, vale a dire in una realizzazione sociale; nella maggior parte dei casi è inteso come un modo per guadagnare denaro, per arrotondare al reddito familiare. (…) Finché nel mondo del lavoro il sistema di segregazione sessuale conserverà la sua forza, la gran parte della gente continuerà a trovare un modo per giustificarlo, insistendo col dire che alle donne manca la forza fisica, la capacità di formulare giudizi razionali, l’autocontrollo emotivo». Ad oggi, <strong>Susan Sontag</strong> scrive negli anni settanta, siamo ancora in un mondo sessualmente segregato.</p>
<figure id="attachment_12255" aria-describedby="caption-attachment-12255" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-12255 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2025/02/Sontag_Foto_2.jpg?resize=800%2C435&#038;ssl=1" alt="Susan Sontag, un'altra foto dal web" width="800" height="435" data-recalc-dims="1" /><figcaption id="caption-attachment-12255" class="wp-caption-text">Screenshot</figcaption></figure>
<h3>L’illusione della famiglia nucleare</h3>
<p>La famiglia è una istituzione che lottizza i sentimenti e basa le dinamiche sulla possessione, sui confini. Scrive, a tal proposito la Sontag: «La pecora storica della famiglia non sta nell’autoritarismo, bensì nei rapporti di proprietà su cui si basa la sua autorità. I mariti possiedono le mogli; i genitori possiedono i figli». E sulla famiglia nucleare aggiunge: «È una famiglia inutile, una perfetta invenzione della società industriale urbana. La glorificazione della famiglia non è soltanto un esempio di profonda ipocrisia; mette in luce una significativa contraddizione strutturale nell’ideologia e nell’operato della società capitalista». E allora cosa è auspicabile secondo la scrittrice? «Non la distruzione della famiglia, ma il superamento della contrapposizione tra casa e mondo». I diritti possono rimanere cattedrali nel deserto: «Il fatto che in Spagna sia impossibile ottenere il divorzio, mentre lo si ottiene in Messico, non rende la condizione delle donne messicane migliore rispetto a quella delle donne spagnole». È verità colata.</p>
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		<title>Processi su Franz Kafka di Elias Canetti</title>
		<link>https://www.borderliber.it/processi-kafka-saggio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jul 2024 03:19:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Nicola Vacca. In copertina: &#8220;Processi su Franz Kafka&#8221; di Elias Canetti, Adelphi, 2024 «Probabilmente Kafka è l’unico scrittore di quest’epoca che io stimi»; «L’ipnosi di questo secolo si chiama Kafka. È la vera ipnosi e ne esistono anche di false, che non nomino, perché ne abbiamo già sentito ripetere il nome fino allo [&#8230;]</p>
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<p><strong>Recensione di Nicola Vacca. In copertina: &#8220;Processi su Franz Kafka&#8221; di Elias Canetti, Adelphi, 2024</strong></p>
<div id="m_textViewLayer" class="layer">
<div id="m_content">
<div id="pc1">
<div id="p1">
<div>«Probabilmente Kafka è l’unico scrittore di quest’epoca che io stimi»; «L’ipnosi di questo secolo si chiama Kafka. È la vera ipnosi e ne esistono anche di false, che non nomino, perché ne abbiamo già sentito ripetere il nome fino allo sfinimento. Ma l’ipnosi di Kafka, che è quella vera, è molto ostinata. In me non si è ancora affievolita. Solo di tanto in tanto avverto che potrebbe affievolirsi».</div>
<div> </div>
<div>Queste parole le ha scritte Elias Canetti che a Kafka ha dedicato una parte rilevante delle sue riflessioni, che adesso possiamo finalmente leggere nella loro interezza.</div>
<div> </div>
<div>Da Adelphi esce <i>Processi su Franz Kafka</i>, un volume che raccoglie lavori preparatori (molti dei quali inediti) e altri saggi in cui Canetti esterna tutto il suo grande amore per lo scrittore praghese, che lui considerava un genio e davanti a lui qualsiasi scrittore è modesto.</div>
<div> </div>
<div>In questo libro troveremo non solo gli scritti pubblicati in vita da Canetti, ma anche una consistente mole di appunti che ci consentiranno di entrare nell’universo complesso dell’autore de Il<i> Processo</i>.</div>
<div> </div>
<div>Canetti ricorre al pensiero del frammento e prende appunti su Kafka, ci mostra tutte le metamorfosi assurde della sua scrittura e soprattutto della sua esistenza.</div>
<div> </div>
<div>La tesi centrale su cui si basa il saggio è che il fidanzamento di Kafka con Felice è diventato l’arresto di Josef K. nel primo capitolo del <i>Processo</i>, così come la rottura del fidanzamento a Berlino diventa l’esecuzione di Joseph K.</div>
<div> </div>
<div>Canetti scrive che le opere di Kafka sono simili a planimetrie e a copie cianografiche, ma non di case e fabbricati, e nemmeno di battaglie, sono planimetrie di eventi individuali e ignoti.</div>
<div> </div>
<div>Kafka è Josef K. <i>nel Processo</i> e K. nel <i>Castello</i>: K., l’iniziale del nome del suo protagonista, è quella dello stesso Kafka.</div>
<div> </div>
<div>Non si può non interpretare l’opera di Franz Kafka senza prendere in considerazione la sua biografia.</div>
<div>«Il processo – scrive Elias Canetti – mediante il quale Kafka si distingue dagli altri, è il processo del <i>dubitare</i>. Questo è il suo modo di esperire il mondo; nella dolorosa storia del suo fidanzamento, che si trascina per cinque anni, egli spinge talmente avanti questo processo sino a farlo diventare quasi la sua sostanza artistica».</div>
<div> </div>
<div>Nei quaderni di appunti Canetti dialoga con Kafka che chiama il terribile partner e, subendo il fascino dell’ipnosi, entra nel labirinto Kafka, scrittore che è stato sempre presente nella sua vita per la sua grandezza e che è riuscito a dire di un’epoca e del mondo intero, tutto ciò che doveva essere detto.</div>
<div> </div>
<div>Franz Kafka il veggente di un secolo, ma anche il profeta del nostro tempo e del futuro, il testimone oculare delle nostre devastanti <i>metamorfosi</i>.</div>
<div> </div>
</div>
</div>
<div id="pc2">
<div id="p2">
<div>«Dopo Kafka nessuno avrà il diritto di lamentarsi». Kafka per Canetti era una maledizione anticipata del secolo, un genio che nelle sue metamorfosi tendeva al piccolo fino a svanire, lasciandoci sul campo della vita la grandezza indiscussa della sua arte, l’unica che è capace di entrare nelle inquietudini e negli abissi del mondo.  </div>
</div>
</div>
</div>
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		<title>Il tuffo di Colapesce. Il nuovo saggio di Lorenzo Spurio</title>
		<link>https://www.borderliber.it/border-colapesce-saggio-lorenzo-spurio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Apr 2023 02:58:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Border News]]></category>
		<category><![CDATA[Incontri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Il tuffo di Colapesce. Scritti sulla Sicilia: letture, incontri e circostanze&#8221; è il nuovo saggio di Lorenzo Spurio. Buona lettura. Il tuffo di Colapesce, dal nome della celebre leggenda popolare marinara di Messina (della quale si hanno varianti), superbamente cantata dall’indimenticata Maria Costa – poetessa dello Stretto – propone un ricco compendio di saggi, articoli, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Il tuffo di Colapesce. Scritti sulla Sicilia: letture, incontri e circostanze&#8221; è il nuovo saggio di Lorenzo Spurio. Buona lettura.</strong></p>
<p>Il tuffo di Colapesce, dal nome della celebre leggenda popolare marinara di Messina (della quale si hanno varianti), superbamente cantata dall’indimenticata Maria Costa – poetessa dello Stretto – propone un ricco compendio di saggi, articoli, interviste e testi critici che Lorenzo Spurio – apprezzato critico letterario marchigiano, uno dei maggiori studiosi lorchiani del nostro Paese – ha raccolto nel corso degli anni studiando e approfondendo alcuni classici siciliani (Sciascia, Tomasi da Lampedusa, Brancati, Vittorini e non solo), tra poesia (tra cui quella del “poeta in piazza” Ignazio Buttitta) e narrativa, giungendo a numerosi contemporanei per i quali ha scritto prefazioni e recensioni.</p>
<p>In lungo e in largo si ripercorre le varie “punte” della bella Trinacria, luogo a lungo e ripetutamente visitato dall’autore nel corso degli anni – come ricorda in un avvincente “Diario di bordo” inserito nel volume – intrattenendo rapporti con poeti, scrittori e artisti di questa regione che lo affascina e che considera come una seconda casa.</p>
<p>Disamine attente sono rivolte anche nei riguardi dell’impegno di alcuni esponenti noti per il loro attivismo anti-mafioso (Danilo Dolci, Peppino Impastato e Maria Saladino). Non da ultimo, l’attenzione del critico è rivolta pure verso gli sperimentalismi letterari che negli ultimi anni sono nati proprio in Sicilia: il dittico poetico (Emanuele Marcuccio), la corto poesia italiana (Antonio Barracato e Dorothea Matranga), la poesia sculturata (Giovanna Fileccia) e la quarto-poesia, il trinismo e la “scalenata” (Rosario Loria).</p>
<p>La vicenda di Colapesce – a cui il bagherese Renato Guttuso dedicò uno dei centoquarantatré pannelli decorativi installati nella volta del Teatro Vittorio Emanuele di Messina e il cui motivo del “tuffo” è richiamato, seppur in forma stilizzata nella copertina del libro di Spurio – ha a che vedere con la leggenda (divenuta mito) che narra della triste storia di un certo Nicola, figlio di un pescatore, la cui grande abilità nel nuotare e la cui simbiosi con le acque del mare, lo vede trasfigurato (ed è questa l’avvincente icona che gli si lega e si tramanda) in una figura chimerica di uomo-pesce. Viveva placidamente nel fondo del mare, ma quando il re lo chiamò sulla terraferma per implorarlo di aiutarlo e consegnarli una missione, non si fece attendere. Il sovrano, infatti, derelitto e impaurito, (secondo un’altra variante il Sovrano, invece, lo sfidò tendendogli delle prove sott’acqua, via via più difficoltose) gli comunicò che la sua Regione (sorretta da tre pilastri, con uno in imminente disfacimento) era in procinto di sprofondare e così Colapesce accettò di tuffarsi per cercare di sorreggere la Sicilia. Da allora è là sotto: secondo alcuni è morto, non essendo più risalito in superficie, secondo altri, invece, con spirito sacrificale oltre ogni limite, è ancora là, fattosi colonna perpetua, come un marmo incorruttibile, a puntellare la Sicilia che, proprio grazie a lui, è salva e persiste. Seguendo questo tracciato popolare tramandatosi nel tempo secondo alcuni i movimenti sismici che si percepiscono nella zona Messina-Catania sono da imputare proprio a Colapesce che, sott’acqua, per cercare di riposarsi del grande peso che porta, ogni tanto cambierebbe la spalla su cui tutto grava.</p>
<p>Non è la prima volta che Lorenzo Spurio dedica un libro alla poesia di questa regione del nostro Meridione: nel 2019, infatti, aveva curato un elegante volume antologico (Viaggio in Sicilia) con poesie di poeti siciliani contemporanei che nel corso del periodo 2015-2018 avevano preso parte ai reading poetici da lui organizzati e promossi, con l’Associazione Euterpe, in Sicilia. In quel caso ciascun testo poetico era anticipato da una nota bio-bibliografica degli autori e l’opera si componeva di alcuni brani in ricordo e commemorazione di illustri esponenti delle Lettere della Trinacria venuti a mancare. Volume che, pur stampato a tiratura limitata in raffinata veste editoriale, ottenne importanti adesioni – in termini di riconoscimento del lavoro e di Patrocinio morale – da parte di distinti centri di cultura (Università di Palermo, Accademia Federiciana di Catania, Istituto di Cultura Siciliana di Catania, Centro Studi “Maria Costa” di Messina, etc.), oltre che di amministrazioni locali.</p>
<p>Il tuffo di Colapesce, libro che conta circa quattrocento pagine, ordinabile in tutte le librerie online, inaugura la collana “asSaggi”, interamente dedicata alla critica letteraria, all’interno del Gruppo Letterario Culturale Edizioni (G.C.L. Edizioni) di Pulsano (TA) diretta da Gian Carlo Lisi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Antonio Infuso: una chiacchierata tra giornalismo e scrittura</title>
		<link>https://www.borderliber.it/infuso-intervista-libri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Mar 2023 01:52:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Innocenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Antonio Infuso: una chiacchierata tra giornalismo e scrittura&#8221; è un&#8217;intervista realizzata da Clelia Moscariello. Le foto sono state fornite dall&#8217;autrice Antonio Infuso è un giornalista e scrittore italiano. Nato e residente a Torino, si è laureato in Scienze della Formazione/Dams, indirizzo Cinema. Speaker e conduttore di varie trasmissioni radiofoniche, a partire dagli anni ’80, collabora [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Antonio Infuso: una chiacchierata tra giornalismo e scrittura&#8221; è un&#8217;intervista realizzata da Clelia Moscariello. Le foto sono state fornite dall&#8217;autrice</strong></p>
<p>Antonio Infuso è un giornalista e scrittore italiano. Nato e residente a Torino, si è laureato in Scienze della Formazione<em>/Dams</em>, indirizzo Cinema. <em>Speaker </em>e conduttore di varie trasmissioni radiofoniche, a partire dagli anni ’80, collabora con numerose testate giornalistiche, occupandosi di cinema, musica e televisione. Nell’anno 1996, Antonio diviene poi responsabile dell&#8217;Ufficio Stampa e Comunicazione della Città di Nichelino e crea la rivista <em>Nichelino città</em>, assumendone anche la direzione. Antonio Infuso esordisce come scrittore, nel 2015, con il romanzo <em>Il commissario Vega – Indagine di sola andata (Gds),</em> ripubblicato, nel 2020, da <em>Intrecci Edizioni</em>, un giallo/poliziesco con sfumature <em>noir,</em> che ha come protagonista un commissario sopra le righe e la sua amata Torino.</p>
<p>Il 2018 è l’anno di uscita di <em>Suicidi al sorgere del sole</em> &#8211; <em>La seconda indagine del commissario Vega</em>, ancora, per <em>Intrecci Edizioni,</em> che introduce elementi di realismo. Il 2021 vede invece venire alla luce <em>La notte della anime innocenti</em>, con una atmosfera rarefatta e crepuscolare. L’ultima opera di Antonio, <em>Una storia di quartiere</em>, esce nel 2022, sempre per <em>Intrecci Edizioni</em> e si tratta di un romanzo di formazione che ha come sfondo ancora la città di Torino, ma, quella del 1969, con al centro, l’amicizia tra il dodicenne <em>Amedeo</em> e un <em>boss </em>malavitoso. Noi lo abbiamo intervistato.</p>
<p><strong>Antonio Infuso, presentati pure ai nostri lettori.</strong></p>
<p><em>«</em>Sono nato a Torino, figlio di immigrati siciliani. Mi sono laureato al <em>Dams, </em>indirizzo cinema e la settima arte è una delle mie passioni. Insieme alla musica, dal <em>rock</em> al <em>jazz,</em> dai cantautori al “<em>progressive</em>”. Mi piacciono anche le serie <em>Tv</em> poliziesche americane. Leggo molto ma meno quando mi dedico ai miei romanzi. Mi piace lo <em>sport,</em> ho giocato tanti anni a calcio. Amo il mare. Non mi piace l’inverno tranne che per la neve: Torino ammantata di coltre bianca e ancor più bella».</p>
<p><strong>Come nasce la tua passione per la scrittura?</strong></p>
<p>«Ho fatto il giornalista per oltre un trentennio, quindi una certa confidenza con la scrittura era ormai radicata. Avevo in mente di scrivere un romanzo da molti anni ma non mi sentivo mai pronto e all’altezza. Poi, nel 2012, è scattato qualcosa dentro di me. Mi sono deciso e ho scritto “<em>Indagine di sola andata</em>”, con protagonista il <em>commissario Vega</em>. Ritenevo sarebbe stato il primo e ultimo libro della mia vita. Invece le vendite sono andate bene e ho scritto altri due romanzi con protagonista il poliziotto torinese».</p>
<p><strong>Ti sei dedicato durante la tua vita a diverse attività lavorative. Sei stato, infatti, barista, scaricatore, <em>speaker </em>radiofonico, <em>dj</em> in discoteca, assistente in una comunità psico-socio-terapeutica, impiegato in un’azienda automobilistica, animatore sportivo e critico cinematografico. Oggi sei anche un giornalista e uno scrittore. Tra le attività finora svolte quale senti più affine a te?</strong></p>
<p>«Be&#8217;, volevo fare il giornalista ed è poi divenuta la mia professione. Ne sono soddisfatto; ho fatto della mia passione la fonte di sostentamento. E non è poco. Però gli anni della radio sono stati elettrizzanti. Forse avrei dovuto dedicarmici di più. Ma erano tempi in cui le opportunità, pur con grandi ostacoli e di vario genere, non mancavano e ogni occasione era una nuova avventura».</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-6582 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/03/copertine-tre-VEGA.jpg?resize=800%2C361&#038;ssl=1" alt="Antonio Infuso, libri" width="800" height="361" data-recalc-dims="1" /></p>
<p><strong>Che evoluzione ha subito il tuo stile di scrittore e come è cambiata la tua prospettiva?</strong></p>
<p>«La mia è una scrittura istintiva, scrivo in genere di getto. Per me un nuovo romanzo è come fare un giro a <em>Disneyland</em> sull’ottovolante: adrenalina. Il mio stile, denso di dialoghi serrati, ritmo e senso dell’azione, risente parecchio del cinema. Per me scrivere è come dirigere un <em>film</em>. Nel tempo ho affinato alcune tecniche narrative e mi sono smaliziato. Ma la cifra stilistica non è cambiata. Direi che ho cercato di arricchirla. Poi rimane immutato il protagonismo di altri due elementi: la musica e Torino».</p>
<p><strong>Quale dei tuoi libri racconta più di te?</strong></p>
<p>«Il primo romanzo, ovviamente, un <em>noir</em>: “<em>Indagine di sola andata</em>” con protagonista il <em>commissario Vega</em>. Nelle mie intenzioni doveva essere la prima e ultima esperienza letteraria. Poi, però, le vendite sono andate bene (oltre quattromila copie vendute, <em>ndr)</em> e ne ho scritto altri due: “<em>Suicidi al sorgere del sole</em>” e “<em>La notte delle anime innocenti</em>”. Ma sono legatissimo a “<em>Una storia di quartiere</em>”, al bianco e nero di quella stagione vista con gli occhi ingenui, attenti e curiosi del dodicenne <em>Amedeo</em>».</p>
<p><strong>Quanto ti sei affezionato negli anni al <em>commissario Vega</em> e quanto è stato difficile “lasciarlo andare via” per dare spazio a nuovi progetti?</strong></p>
<p>«Sono naturalmente affezionatissimo al <em>commissario</em>. Ma dopo tre romanzi che vedevano <em>Stefano Vega</em> protagonista, avevo desiderio di uscire dal mondo del mio investigatore. Dedicarmi ad <em>Amedeo</em> e al suo percorso di formazione è stata una sorta di liberazione dalla serialità del <em>commissario.</em> Di <em>Amedeo</em> ne parlai con la mia editrice, la romana <em>Intrecci</em>, che ha pubblicato tutti i <em>Vega</em>. Anche a loro l’idea era piaciuta».</p>
<p><strong>Antonio Infuso come ha trascorso la pandemia ed il <em>lock down</em>?</strong></p>
<p>«Durante il <em>lock down </em>ho scritto “<em>La notte delle anime innocenti”,</em> forse il più crepuscolare, impietoso e tragico dei tre <em>Vega</em>, una vera sinfonia <em>noir.</em> Poi registravo dei <em>video i</em>n cui cantavo in <em>playback</em>. Su <em>Facebook</em> erano seguiti. Ma è stato un periodo di tempo sospeso in cui ho visto andarsene amici e parenti nemmeno anziani».</p>
<p><strong>Di cosa tratta il tuo ultimo lavoro e cosa ti ha ispirato a scriverlo?</strong></p>
<p><em>«“Un storia di quartiere</em>” è un romanzo breve di formazione. Siamo nel centro di Torino, nel 1969. Il dodicenne <em>Amedeo</em>, abile con il pallone, diventa amico del <em>boss </em>malavitoso del quartiere, <em>don Pino</em>. Nel frattempo, vive il suo primo amore con la coetanea <em>Silvia,</em> sua vicina, e insegue il sogno di diventate un calciatore professionista. Il vivace rione e lo spirito del tempo gli propongono i modelli di riferimento mediante i quali compiere il percorso di crescita: famiglia, scuola, Chiesa, <em>sport,</em> comunismo e malavita. Mentre la Storia passa sotto i suoi occhi attraverso lo sbarco sulla luna, <em>l’Autunno Caldo</em> e la <em>strage di piazza Fontana</em>. Ma protagonisti della vicenda sono anche un’epoca – con i sogni, la musica, il cinema, la <em>radio </em>e la televisione – e la città vecchia, resa realistica nei contrasti sociali, politici e regionali, nella solidarietà popolare, nei profumi, nel vociare, nel trambusto, nei negozi e in alcuni personaggi che compaiono fugacemente».</p>
<p><strong><img decoding="async" class="alignleft wp-image-6580" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/03/cover-quartiere.jpg?resize=397%2C576&#038;ssl=1" alt="Antonio Infuso, una storia di Quartiere" width="397" height="576" data-recalc-dims="1" />Perché i nostri lettori dovrebbero comprare <em>“Una storia di quartiere”?</em></strong></p>
<p>«Nel romanzo la microstoria di <em>Amedeo </em>e la Storia del paese si inseguono. É un romantico commiato dall’età dell’innocenza sia per lui che per l’Italia, violata, alla fine di quell’anno, dalla “strage di piazza Fontana”. É un affresco di un’epoca, con sprazzi di neorealismo e di “<em>cinema alla Martin Scorsese</em>”. Un viaggio, anche divertente, in una stagione ancora intrisa di speranze per un futuro migliore».</p>
<p><strong><em> </em></strong><strong>Chi ti auguri invece maggiormente che lo possa leggere?</strong></p>
<p>«All’inizio credevo che fosse un po’ generazionale e quindi destinato a un pubblico di età matura. Invece ho scoperto che lo hanno letto molti giovani ed è stato adottato, come libro di lettura e avvicinamento alla scrittura, in alcune scuole medie (classi terze) e nel biennio delle superiori. E questa è stata la mia più grande soddisfazione come scrittore».</p>
<p><strong>Che ruolo ha la scrittura nella tua vita?</strong></p>
<p>«Credo nella funzione sociale dell’arte. Chi scrive è al servizio di chi la storia la subisce e non di chi la determina. In aggiunta, per me è anche un’avventura nel parco dei divertimenti dove tutte e possibile».</p>
<p><strong>Tra i tuoi prossimi progetti rientrano altri libri? </strong></p>
<p>«Il primo amore non si scorda mai. Perciò ho iniziato a scrivere il quarto <em>noir</em> con il <em>commissario Vega</em>. Poi, vorrei tentare una sortita nella fantascienza <em>post apocalittica,</em> ma è un progetto complesso e che richiede, come in tutti i romanzi, moltissime ricerche. I lettori sono attenti e se sbagli te lo fanno notare».</p>
<p><strong>Il sogno di Antonio Infuso?</strong></p>
<p>«Beh, visto che si parla di sogni, vorrei vedere <em>Vega</em> protagonista di una <em>serie tv</em> o di un <em>film.</em> E pure il giovane <em>Amedeo</em>. Sognare non costa nulla. Sarebbe come un altro giro sull’ottovolante. Questo come scrittore. Come uomo, invece, vedo un sistema che sta andando a pezzi. Dalla scuola al lavoro, dalla sanità all’informazione, dallo sfruttamento alla disoccupazione, dai social media all’ambiente e al razzismo. Sogno che valori e diritti vengano riportati al centro di una società civile. Ma forse sarà più facile vedere <em>Vega </em>sullo schermo».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/infuso-intervista-libri/">Antonio Infuso: una chiacchierata tra giornalismo e scrittura</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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		<title>Società dello spettacolo: omaggio a Debord</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2022 01:07:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[avanguardia]]></category>
		<category><![CDATA[Baldini e Castoldi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Società dello spettacolo: omaggio a Debord&#8221; è un articolo di Martino Ciano già pubblicato per Zona di Disagio Mercificazione, potere del marketing, spettacolarizzazione di ogni attività umana, vuoti esistenziali. Sono i sintomi della società odierna, simboli di una realtà illusoria che accettiamo nonostante si disintegri davanti ai nostri occhi. Può sembrare un film di fantascienza, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Società dello spettacolo: omaggio a Debord&#8221; è un articolo di Martino Ciano già pubblicato per </strong><strong><a href="https://zonadidisagio.wordpress.com/2022/10/19/guy-debord-e-la-spettacolarita-imposta/">Zona di Disagio</a></strong></p>
<p>Mercificazione, potere del marketing, spettacolarizzazione di ogni attività umana, vuoti esistenziali. Sono i sintomi della società odierna, simboli di una realtà illusoria che accettiamo nonostante si disintegri davanti ai nostri occhi. Può sembrare un film di fantascienza, forse il peggior cortometraggio mai visto prima, ma è ciò che viviamo, ciò che neghiamo consapevolmente. Il nostro tempo interiore non viaggia però sugli stessi binari di quello esterno. Le lancette della nostra coscienza sono capaci di girare in senso orario ed antiorario. Questa differenza sostanziale è ciò che crea in noi i vuoti esistenziali, ossia: <em>l’attaccamento della coscienza e dei nostri imperativi categorici ad archetipi che riconosciamo come rarefatti ed aleatori.</em></p>
<p>Ebbene, nel 1967 Guy Debord, ispiratore del movimento d’avanguardia <em>Situazionista</em>, poi diventato <em>Lettrista</em>, scrisse <em>La società dello spettacolo, </em>con cui propose una nuova lettura dello scontro tra comunismo e capitalismo. Entrambi i sistemi erano accomunati da un elemento: <em>la spettacolarità</em>, che nei regimi totalitari, come quello comunista, era <em>concentrata</em>, perché controllata da un regime; mentre nelle democrazie diventava <em>diffusa,</em> ossia supervisionata dal potere della merce. Feticcio che diventava immagine consistente, emancipata e separata dal contesto.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-5303 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2022/10/9788893880169_0_536_0_75.jpg?resize=536%2C717&#038;ssl=1" alt="La società dello spettacolo di Guy Debord" width="536" height="717"  data-recalc-dims="1"></p>
<p>Per Debord, l’immagine diventa il medium del mercato, del linguaggio, dell’intera società. Verso di essa l’uomo prova un’attrazione particolare, pur riconoscendo la sua illusorietà. Ma allora perché è capace di convincerci? Per Debord l’inganno sta in una frase: <em>garantire a tutti migliori condizioni di vita</em>. Il capitalismo degli albori, infatti, divise il mondo in due classi. Da una parte quella capitalista, la cui sola preoccupazione era l’accumulazione; dall’altra quella proletaria, i cui membri ricevevano quel poco che gli bastava per la sopravvivenza e per produrre prole e quindi forza lavoro. Con il passare del tempo, le crisi create dalla sovrapproduzione hanno trasformato il proletario in consumatore. Un soggetto ibrido, perché veste sempre i panni del proletario ma riceve un salario maggiore, che non serve a garantire la sopravvivenza e la produzione della prole, quindi della sua classe, ma garantisce vita eterna al sistema consumistico. Anche l’operaio prende quindi parte ad un processo ansioso di accumulazione, è <em>manodopera e forza motrice</em> del nuovo organismo.</p>
<p>Si sente libero, realizzato. È contemporaneamente <em>rivoluzione e controrivoluzione</em>. In questo mondo che è ormai <em>immagine e spettacolo</em>, il tempo è immobile, fisso ed alienato, perché i soggetti lo vivono passivamente, sottomessi al ciclo produttivo.</p>
<p>Ciò che affascina di più di Debord è che scrive questo libro quando le forme di marketing e i mezzi di comunicazione non erano diffusi come oggi. La società dello spettacolo, quindi, anticipò i nostri tempi e nessuno è ancora riuscito a smentire le tesi contenute in questo libro.</p>
<p>Ma come detto, il pensatore francese fa notare che la <em>spettacolarità</em> è presente anche nei regimi dittatoriali e il suo obiettivo è sempre quello di creare un mondo consapevolmente illusorio.</p>
<p>Ci sono due romanzi, pubblicati prima dell’opera di Guy Debord, che ci dicono qualcosa al riguardo: 1984 di George Orwell e Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Dell’opera di Orwell possiamo citare la pratica dei <em>Due minuti di odio</em>, momento in cui gli astanti potevano scaricare le proprie frustrazioni e la loro ira sui nemici del regime, pur non sapendo chi essi fossero.</p>
<p>Dall’opera di Bradbury, invece, possiamo citare l’inizio del libro. <em>“Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, annerite, diverse”.</em> Così inizia la storia di Montag, un pompiere che invece di spegnere gli incendi li deve appiccare. Con il suo lanciafiamme brucia i libri, simboli della vecchia cultura. Lo fa in modo spettacolare, senza porsi domande. Sa di vivere in un mondo di illusioni, in cui gli ideali portanti sono l’accumulazione e le migliori condizioni di vita.</p>
<p>Detto ciò, rivolgiamo una domanda a noi stessi.<br />
Di quale spettacolo facciamo parte?</p>
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