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	<title>Reportage Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Punire gli onesti</title>
		<link>https://www.borderliber.it/punire-gli-onesti-racconto-lettura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2026 09:32:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Punire gli onesti&#8221; è un articolo di Martino Ciano «Punire gli onesti». Dicono che accada questo da sempre, come se fosse una legge di natura, anzi una consuetudine che attraversa la storia dell&#8217;umanità. Pensate a Dio quando si accanì su Giobbe. Ecco questo è un esempio sempreverde che sta bene ovunque. Tutto ciò Dio lo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Punire gli onesti&#8221; è un articolo di Martino Ciano</strong></p>
<p dir="ltr">«<strong>Punire gli onesti</strong>». Dicono che accada questo da sempre, come se fosse una legge di natura, anzi una consuetudine che attraversa la storia dell&#8217;umanità. Pensate a Dio quando si accanì su <strong>Giobbe</strong>.</p>
<p dir="ltr">Ecco questo è un esempio sempreverde che sta bene ovunque. Tutto ciò Dio lo fece solo per dimostrare a quel povero disgraziato, persino timorato, quanto fosse potente e misericordioso allo stesso tempo? Allora penso: «A me sto Dio mi sembra troppo umano. È frustrato e narcisista come certi re del passato e alcuni capi di Stato».</p>
<p dir="ltr">Tornando a noi, sulla <strong>Terra</strong>, pensiamo a cosa fa <strong>l&#8217;Erario</strong> agli onesti contribuenti che, se per una volta non ce la fanno a essere in regola, vengono vessati come criminali. E gli evasori, cioè quelli che furbescamente non pagano mai pur mangiando a sbafo? Quelli sembrano appartenere a una categoria protetta.</p>
<p dir="ltr">«Ci rifletti mai su queste cose?», mi chiede un amico che ogni tanto ha bisogno di sfogarsi. Per lui l&#8217;ingiustizia è proprio un destino che accomuna tutti gli uomini. Io la faccio finita subito, perché certi discorsi mi mettono ansia, così gli rispondo: «Sì, l&#8217;ingiustizia ci fa sentire, per fortuna, tutti uguali». E via, con qualche sorriso beffardo, tanto non serve a nulla pensarci.</p>
<p dir="ltr">Ho conosciuto un&#8217;onesta e pia lavoratrice, madre abbandonata da un uomo farfallone. Ha cresciuto i suoi figli da sola. Li ha portati alla laurea. Si vantava di loro, anche di sé stessa. Ha fatto tutto da sola. Ha allontanato la compagnia degli uomini. Ha sposato la causa della martire. Ha goduto della sua pensione da bidella per tre mesi, perché è morta di infarto. Dissero che era abituata troppo al lavoro e ai sacrifici.</p>
<p dir="ltr">«Vuol dire che in quei tre mesi si è riposata troppo?», ho chiesto a una signora che con le sue preghiere la affidava alla bontà divina. E lei non ha risposto, ha solo sorriso. Cosa avrebbe dovuto dirmi? Per lei questo è uno dei tanti casi &#8220;misteriosi&#8221; che solo Dio può svelare. Bah, sarò cinico, ma a me tutto sembra superfluo, quasi inutile. Le cose vanno e vengono e siamo noi a incaponirci con questo &#8220;<strong>dividere il mondo tra roba giusta e sbagliata</strong>&#8220;.</p>
<p dir="ltr">«<strong>Punire gli onesti</strong>». Sì, è una tesi che potrebbe essere avallata da molteplici esempi. Serve a nulla promettere fedeltà eterna a qualche principio morale o etico: ogni buona intenzione può essere tradita. Né amore né giustizia governano il mondo, peggio ancora la natura. Tutto va, si schianta, muore e forse rinasce altrove.</p>
<p dir="ltr">«Forse esagero», dico al mio amico in un giorno in cui avevo bisogno di sfogarmi, «ma dovremmo vivere come gli animali». E a lui non è rimasto che accendersi una sigaretta e confidarmi che, da due mesi, è finito in disoccupazione. Gli hanno comunicato il licenziamento tramite un Sms, quindi già si è sentito come un animale domestico di cui bisogna sbarazzarsi.</p>
<p dir="ltr">«<strong>Agli onesti, forse, è rimasto solo l&#8217;onore delle armi</strong>», aggiunge guardandomi sottecchi con una lacrima che invoca pietà.</p>
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		<title>Villa Adriana: cronache e memorie di ieri e di oggi</title>
		<link>https://www.borderliber.it/villa-adriana-gagliardi-reportage/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 May 2025 22:01:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Adriano]]></category>
		<category><![CDATA[Gita]]></category>
		<category><![CDATA[Impero]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Tivoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Villa Adriana: cronache e memorie di ieri e di oggi&#8221; è un simpatico reportage di Filomena Gagliardi. La visita si è svolta a inizio aprile 2025. Le foto presenti nell&#8217;articolo sono state fornite dall&#8217;autrice “Si può sperare Che il mondo torni a quote più normali Che possa contemplare il cielo e i fiori Che non [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Villa Adriana: cronache e memorie di ieri e di oggi&#8221; è un simpatico reportage di Filomena Gagliardi. La visita si è svolta a inizio aprile 2025. Le foto presenti nell&#8217;articolo sono state fornite dall&#8217;autrice</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>“Si può sperare</em><br />
<em>Che il mondo torni a quote più normali</em><br />
<em>Che possa contemplare il cielo e i fiori</em><br />
<em>Che non si parli più di dittature</em><br />
<em>Se avremo ancora un po&#8217; da vivere</em><br />
<em>La primavera intanto tarda ad arrivare”<br />
( Franco Battiato)</em></p>
<p>Sto per perdermi nella Storia in questa giornata.<br />
Accompagno insieme ad altri colleghi due classi a Tivoli.<br />
Andremo a visitare Villa Adriana e Villa D&#8217;Este.<br />
Non mi pare di esserci stata mai.<br />
Sono emozionata.</p>
<p>Preparando lo zaino, avrei voluto mettervi <strong>Le Memorie di Adriano</strong> della Yourcenar. Come sempre, però, quando cerco un libro non lo trovo e poi… sono rientrata tardi da scuola, incombe la partita del Milan contro l’Inter per la semifinale di Coppa Italia, i capelli da lavare… mi arrendo. La mattina è veloce il viaggio: attraversiamo le montagne abruzzesi ancora innevate e siamo nel Lazio.</p>
<p><strong>Tivoli:</strong> è ancora presto per il nostro appuntamento a Villa Adriana. Visitiamo un po’ la cittadina e poi, appuntamento con la Storia.<br />
Roma II sec d.C.<br />
Roma è sotto gli imperatori d’adozione, e si gode la sua ultima <strong>Pax</strong>, il suo estremo periodo di gloria prima della crisi irreversibile del III sec d.C.<br />
Con Adriano l’impero raggiunge la sua massima espansione.<br />
L’imperatore, ricordato per il suo immenso amore per la cultura, si fa costruire una villa in un luogo lontano dalla metropoli caotica: <strong>si tratta della villa più grande dell&#8217;antichità</strong>, ci spiega la guida Sabrina e, per darci un&#8217;idea della Cosità della Cosa (come direbbe Martin Heidegger), ce ne fa vedere un plastico che in un solo colpo d’occhio ci possa contezza delle dimensioni.</p>
<p>Adriano si trasferisce nella residenza di Tibur (antica Tivoli) prima che i lavori, iniziati nel 118 d.C., finiscano: lui stesso non vedrà la villa terminata quando morirà nel 138 d.C. (è diventato imperatore nel 117 d.C.), dopo Traiano. Sabrina ci conduce in quelle che erano le antiche stanze del complesso monumentale, ad esempio la <strong>Sala absidale o dei filosofi</strong> dove l’imperatore si sedeva sotto l’abside e parlava agli ospiti. La stanza è stata ribattezzata anche come la <strong>Sala dei filosofi</strong> perché si pensava ci fossero le immagini dei Sette Savi; importantissimo il vano in cui Adriano poteva lasciare il mondo fuori e starsene nel suo Teatro Marittimo, nella sua Isola artificiale dove la luce proveniva solo dal marmo, dall’acqua e dal cielo.</p>
<p><strong>Fondamentali erano le Thermae:</strong> in generale lo erano nel mondo romano, per vari aspetti. Ci si poteva incontrare, parlare, lavare, godere degli effetti benefici del caldo e del freddo. A tutti a Roma era concesso accedervi, anche agli schiavi&#8230; non per motivi di bontà ma per motivi igienici. Nella <strong>Villa Adriana</strong>, grande per 120 ettari di terra, una vera e propria città, vivevano e lavoravano molti schiavi: anche loro potevano accedere ai bagni. Del resto varie terme erano dislocate un po’ in tutto l’edificio, ed erano diverse a seconda del tipo di ospite.</p>
<p>Degno di nota è l’edificio con la peschiera. Ci troviamo all’interno del Palazzo d’inverno, una zona pensata per i mesi freddi. La villa annovera, però, anche una zona per l’estate. Salendo, all’interno di questa città che un tempo doveva essere coloratissima, troviamo il Canòpo, dove infatti l’imperatore risiedeva nei mesi caldi. In questa zona c’era una lunga piscina e sopra altre aree da cui è ancora possibile godere di una bella vista panoramica dei “piani sottostanti”.</p>
<p>E, dopo questo momento contemplativo, si scende di nuovo per tornare all’ingresso. Nel pomeriggio ci attende la visita a Villa d’Este. Di questa esperienza magari parlerò un’altra volta. Intanto posso godermi la passeggiata in discesa e a ritroso: mi capita di ripassare davanti al Pecìle, un doppio porticato di cui resta parte del muro; qui c&#8217;erano una piazza, una piscina, ma soprattutto, lungo le doppie mura, <strong>Adriano</strong> svolgeva la camminata giornaliera di circa 3 chilometri raccomandata dai medici del tempo.</p>
<p>Anche io oggi, sulla falsariga di Adriano, mi sono dedicata al mio benessere e nel frattempo ho imparato delle cose in più; a me piace camminare, vado in palestra, ma soprattutto amo muovermi <strong>en plein air</strong>. Oggi la mia palestra è stata costituta dalla salite, dalle discese, dalle scale di questo meraviglioso sito archeologico, a contatto con la Natura che, come ha spiegato anche Heidegger è parte integrante di un complesso monumentale antico.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-14040 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2025/04/Villa_Adriana_1.jpg?resize=800%2C545&#038;ssl=1" alt="Villa Adriana, seconda foto" width="800" height="545" data-recalc-dims="1" /></p>
<p>Stasera, tornando a casa, ho anche ritrovato le <strong>Memorie di Adriano,</strong> allora voglio chiudere in bellezza leggendone e citandone un passo:</p>
<p>“La mia camera segreta al centro d’uno stagno della Villa non è un rifugio abbastanza segreto: vi trascino questo corpo invecchiato; vi soffro [&#8230;] l’esistenza mi ha dato molto, o perlomeno, io ho saputo ottenere molto da lei; in questo momento, come ai tempi in cui ero felice, e per ragioni completamente opposte, mi sembra che non abbia più niente da offrirmi; ma non sono certo di non aver più nulla da imparare nulla da lei. Ascolterò sino all’ultimo le sue istruzioni segrete. Per tutta la mia vita, mi sono fidato della saggezza del mio corpo; ho cercato di assaporare con criterio le sensazioni che questo amico mi procurava; devo a me stesso d’apprezzarne anche le ultime. Non respingo più quest’agonia fatta per me, questa fine lentamente elaborata dal fondo delle mie arterie, forse ereditata da un antenato, preparata poco a poco da ciascuno dei miei atti nel corso della mia vita. L’ora dell’impazienza è passata; al punto in cui sono, la disperazione sarebbe di cattivo gusto tanto quanto la speranza. Ho rinunciato a precipitare la mia morte” <em>(M. Yourcenar, Memorie di Adriano, tr. it.1963, Einaudi, Torino; Prima edizione in francese Mémoires d’Hadrien,1951, Librairie Plon, Paris; questo passo è tratto dalla sezione Patientia)</em>.</p>
<p>Il mio resoconto sulla visita a Villa Adriana non è assolutamente un report completo di quanto visto oggi, né di tutta la villa, visitabile solo in parte rispetto alla sua grandezza; né ho le competenze tecniche per fornire una relazione più specialistica; le mie parole, inoltre, non rendono ciò che ho ammirato, che già di per sé, oggi, è manchevole di molti particolari (colonne, statue, dipinti) presenti all’epoca e oggi finiti altrove o nei musei, o all’estero o chissà dove (ma questa è un’altra storia).</p>
<p>Ho voluto soltanto, in modo amatoriale, fissare un’esperienza nell’arte, che mi ha emozionata e che mi ha spinto a ripassare la storia antica nonché a rileggere qualche pagina del capolavoro della <strong>Yourcenar</strong>. Parigi vale bene una messa!</p>
<p><strong>Ci aspettano i ponti di primavera:</strong> in questa nostra meravigliosa Italia, che disprezziamo ogni giorno (e mi viene in mente Povera Patria di Battiato), forse occorre ricominciare non dall’estate, afosa e caotica, ma dalla timida, silenziosa, saggia Primavera!</p>
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		<title>Industria in Calabria: cosa è rimasto?</title>
		<link>https://www.borderliber.it/sviluppo-industria-calabria-bora/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Nov 2023 01:15:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
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		<category><![CDATA[Industria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Industria in Calabria: cosa è rimasto?&#8221; è un articolo di Guido Borà. Le idee sono qui espresse a titolo personale e non coinvolgono le istituzioni di appartenenza. Foto di Martino Ciano &#8220;L’intervento straordinario è necessario fin quando l’economia italiana risulterà composta di due sistemi, caratterizzati da modelli di sviluppo diversi; ignorare e negare questo persistente [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Industria in Calabria: cosa è rimasto?&#8221; è un articolo di Guido Borà. Le idee sono qui espresse a titolo personale e non coinvolgono le istituzioni di appartenenza. Foto di Martino Ciano </strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;"><em>&#8220;L’intervento straordinario è necessario fin quando l’economia italiana risulterà composta di due sistemi, caratterizzati da modelli di sviluppo diversi; ignorare e negare questo persistente dualismo significa conformare l’azione pubblica esclusivamente al modello del sub-sistema più forte, consumando così una sostanziale sopraffazione degli interessi del sub-sistema più debole&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Pasquale Saraceno, Rapporto 1984 sull’economia del Mezzogiorno</em></p>
</blockquote>
<p>C’era una volta l&#8217;industria in Calabria o, meglio, <strong>una volta in Calabria c’è stato il tentativo di insediare l’industria allo scopo di recuperare il gap economico con le altre Regioni.</strong> Lo sforzo, come vedremo, ha sortito solo in parte gli effetti sperati: pochi insediamenti, di breve o addirittura brevissima durata. La quota dell’industria nell’economia è, da sempre, <strong>inferiore al resto del Paese e dello stesso Mezzogiorno</strong>. Questi insediamenti – solo due dei tre qui riportati – nell’arco di un cinquantennio e più hanno generato ricchezza effimera nelle località dove sono sorti ma, allo stesso tempo, hanno lasciato un’eredità avvelenata; <strong>storie di danni alla salute, inquinamento dei terreni, lavoro tradito e spreco di denaro pubblico.</strong></p>
<p>L’insediamento più longevo risaliva alla fine degli anni ‘20 del secolo scorso: <strong>la Pertusola</strong>, azienda italo-inglese specializzata in estrazione di minerali in Sardegna, aprì a <strong>Crotone</strong> uno stabilimento per la produzione di zinco elettrolitico, attività altamente energivora, incentivata dall’elettricità a basso costo resa disponibile dopo la costruzione nel 1924 di alcuni invasi idroelettrici sulla <strong>Sila</strong>. Con più di 900 addetti e 300 dell’indotto, raggiunti negli anni ‘70, la <strong>Pertusola</strong> <strong>Sud</strong> è stata l&#8217;industria più grande e importante della <strong>Calabria</strong>. Dopo alterne vicende e passaggi di mano, <strong>l’azienda ha chiuso i battenti nel 1999 lasciando un’eredità di inquinamento e morte</strong>: nel sito di bonifica di interesse nazionale<strong> (SIN Crotone-Cassano-Cerchiara)</strong>, l’Osservatorio nazionale amianto ha da tempo riscontrato un incremento dell’indice di mortalità e delle malattie asbesto-correlate.</p>
<p>Un caso molto emblematico è rappresentato dalla <strong>Marlane</strong>, azienda che era arrivata a occupare quasi 1.200 addetti. Alla fine degli anni ‘50, l’industriale bresciano <strong>Stefano Rivetti</strong>, grazie ai finanziamenti a fondo perduto della <strong>Cassa per il Mezzogiorno</strong> (d’ora in poi Cassa), insediò il <strong>Lanificio R1 a Maratea</strong>, in provincia di Potenza. Qualche anno dopo, come costola dell’R1, furono avviati il <strong>Lanificio R2 e la Lini e Lane</strong>, rispettivamente a <strong>Praia a Mare e a Tortora</strong> in provincia di Cosenza. Alla fine degli anni ‘60 Rivetti, in difficoltà economiche, si liberò delle sue quote e gli stabilimenti passarono prima all’IMI, poi all’ENI/Lanerossi (quando lo stabilimento superstite di Praia a Mare prese la denominazione di Marlane) e, infine, alla <strong>Marzotto</strong> che nel 2004 ne decise la fine, delocalizzando l’attività nella <strong>Repubblica Ceca</strong>.</p>
<figure id="attachment_8438" aria-describedby="caption-attachment-8438" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-8438 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/11/LinieLane_Ciano.jpg?resize=800%2C450&#038;ssl=1" alt="Industria in Calabria, Lini e Lana di Praia a Mare" width="800" height="450" data-recalc-dims="1" /><figcaption id="caption-attachment-8438" class="wp-caption-text"><em><strong>Lini e Lane, Praia a Mare, 2023</strong></em></figcaption></figure>
<p>L’eredità degli stabilimenti calabresi è molto pesante perché si stima che più di centocinquanta dipendenti, ex dipendenti e familiari si siano ammalati gravemente e in gran parte deceduti. Al momento in cui scriviamo, <strong>nei processi intentati per le morti e l’inquinamento dei suoli sono stati assolti tutti gli imputati perché il fatto non sussiste e i terreni, </strong>inoltre<strong>, </strong>preda dell’incuria e di continui incendi dolosi, non sono ancora stati bonificati. Incessanti sono le denunce sul Blog che ospita questo articolo, <strong>il cui titolare è l’autore del disperato e intenso romanzo Oltrepassare: sullo sfondo delle vicende dei due protagonisti vi sono i veleni della Marlane e il tumultuoso sviluppo edilizio degli anni del boom economico.</strong> Il mix di una società senza regole e valori ha generato un deserto umano e uno straniamento irreversibile nelle generazioni più giovani lasciando senza speranza e senza salvezza chi è partito e chi è restato.</p>
<p>L’esempio più clamoroso di spreco di denaro pubblico, è stato la <strong>Liquichimica Biosintesi di Saline Joniche</strong>, costruita con i fondi del <strong>Pacchetto Colombo</strong> stanziati dopo <strong>i “moti di Reggio”</strong>, che chiuse dopo pochi giorni di attività perché il <strong>Ministero della Sanità</strong> aveva riscontrato la cancerogenicità dei mangimi che produceva. I circa <strong>750 addett</strong>i furono messi in <strong>Cassa integrazione guadagni</strong> e molti di essi hanno raggiunto la pensione senza mai lavorare, grazie agli ammortizzatori sociali. La storia di questi tre grandi stabilimenti è emblematica: <strong>la Calabria si è dimostrata una regione poco attrattiva per gli investimenti industriali, anche durante la fase di maggiore attività della Cassa.</strong></p>
<p>Tra il 1950 e il 1984 – anno di chiusura della legge speciale del 26 novembre 1955 n. 1177 recante: <strong>“Provvedimenti straordinari per la Calabria”</strong> – i finanziamenti industriali erano solo il 3,2% di quelli erogati dalla Cassa e dagli Istituti speciali e solo il 2,6% degli investimenti complessivi della Cassa a fronte del 7,4% delle richieste. Anche l’ammontare medio degli investimenti erogati è stato inferiore rispetto al fabbisogno delle domande ricevute: <strong>nei primi quindici anni della Cassa la media delle erogazioni era di settanta milioni di lire contro la media di duecento milioni per ciascuna domanda</strong>.</p>
<p>Nonostante la breve spinta, questi e altri interventi, per la maggior parte infrastrutturali – riforma agraria, strade, porti, bonifiche – hanno sortito effetti blandamente positivi. Nel 1951, il PIL pro capite della Calabria era il 47% di quello nazionale mentre nel 1971 il 67%, un recupero di 20 punti, spalmato nell’arco di un ventennio, che però si è fermato lì.</p>
<p>Al giorno d’oggi dell’industria è rimasto poco: secondo il rapporto annuale della <strong>Banca d’Italia</strong> sull’economia della <strong>Calabria</strong> del 2023, il 13,3,% del valore aggiunto 2021 è stato generato dall&#8217;industria, in aumento del 16,4% rispetto all’anno precedente – il settore è stato trainato principalmente dai bonus edilizi ma non è qui la sede per affrontare l’argomento – solo il 7,8% dall&#8217;industria in senso stretto e il 5,5% dal settore delle costruzioni e l’81,2% dal settore dei servizi; il settore primario ossia agricoltura, silvicoltura e pesca pesa per il 5,5%. Dal confronto con la media nazionale vi sono differenze significative:<strong> il settore primario nel 2021 pesava il 2,1%, l’industria, il 25,2% (industria in senso stretto il 20,6% e il resto le costruzioni) e i servizi il 73,1%.</strong></p>
<p>La conoscenza puntuale della composizione settoriale e della corrispondente produttività del lavoro è fondamentale per misurare l’impatto di un settore produttivo rispetto all’altro, senza cadere in illusioni pericolose. Il valore aggiunto<strong> (miei calcoli su dati Istat 2021)</strong> per unità di lavoro dell&#8217;agricoltura è di 29.900 euro, dell&#8217;industria manifatturiera 84.500 euro e dei servizi di alloggio e di ristorazione, che sono parte integrante del cosiddetto settore turistico, 41.800 euro. Un’unità di lavoro, in termini relativi, produce il doppio di un’unità impiegata nella ristorazione e quasi tre volte di un’analoga in agricoltura.</p>
<p>Dopo la chiusura nel 1992 della stagione degli interventi straordinari è iniziata quella del sostegno delle aree depresse e, dal 1998, vi è stato l’ingresso dei fondi strutturali europei e il benchmark è diventato la media del reddito pro-capite degli stati membri, ma la tensione e la visione non del passato c’è più. <strong>Per rilanciare il Mezzogiorno, nel 2017, sono state istituite le ZES, Zone economiche speciali, di recente accorpate nella ZES unica, un tentativo, accolto favorevolmente dagli esperti, come segnale di un nuovo impegno per le politiche di viluppo che superi la retorica dei tanti Mezzogiorni</strong>, che ha contraddistinto in modo vacuo il dibattito degli ultimi venti anni.</p>
<p>Dopo questa rassegna sommaria è difficile, in conclusione, dare un contributo in un campo dove si è già scritto e detto tanto, di sicuro troppo, dove il disincanto prevale anche sull&#8217;abbozzo di un’idea di futuro. Nel nostro Paese, affitto da cronico presentismo, si guarda con diffidenza a qualsiasi innovazione e non si parla più di progresso – ormai divenuta una parola desueta. <strong>L’innovazione è da tempo subìta dall’esterno ed è accolta con le inevitabili resistenze mentre ulteriore immobilismo deriva da situazioni specifiche</strong> – si veda il proliferare del fenomeno del <strong>NIMBY</strong>. Quando ormai sono lontani i fasti del boom economico e restano, eredità dell&#8217;industria, solo morti, territori inquinati e rottami, quale idea di futuro abbiamo noi comuni osservatori, esperti, politici per l’Italia, per il Mezzogiorno, quale modello di sviluppo proporre, in particolare, per la Calabria una delle Regioni italiane più difficili?</p>
<p>Lo slogan degli ultimi 30 anni è stato <strong>“ci salverà il turismo”</strong>, il nostro petrolio, nel presupposto di disporre un inesauribile giacimento da sfruttare senza fatica. Un modello talmente radicato nell&#8217;immaginario italiano da far dimenticare che tutti i maggiori Paesi produttori di greggio, hanno assetti politici repressivi e iniqui, dove la ricchezza non è affatto diffusa mentre le destinazioni turistiche più popolari sono di solito i Paesi “poveri” in termini di reddito (Tailandia, Cuba, Oman). La fiera del luogo comune domina il dibattito pubblico: <strong>siamo il Paese più bello del mondo, con la concentrazione di opere d&#8217;arte maggiore di tutti, con una delle maggiori estensioni di costa, le nostre città sono ricche di storia e tradizioni, le Alpi e gli Appennini offrono panorami incantevoli e, poi, vuoi mettere la nostra cucina, come si mangia da noi, da nessuna parte…</strong></p>
<p>Nel frattempo, i dati della produttività del lavoro parlano in modo chiaro e inequivocabile e se effettivamente il turismo sarà il modello prevalente, saremo destinati a una sudditanza economica verso quei popoli che, avendo investito sull&#8217;industria e sull’innovazione, avranno maggiori disponibilità di noi. Vi sarà, in alcune famose località è purtroppo realtà, un mercato turistico duale: <strong>il primo destinato ai turisti ricchi e il secondo destinato agli italiani che, non potendo frequentare quello dei ricchi, si dovrà accontentare di destinazioni minori, un modello distopico che non dovremmo voler desiderare così intensamente.</strong></p>
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		<title>Viaggio in Siria. Sulle orme di Paolo</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Oct 2023 02:32:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto e foto di Angelo Maddalena. Questo articolo già pubblicato su La bottega del Barbieri “Tornerai a Mar Musa”, mi dice Nouhad, che vive qui al monastero di Deir Mar Musa Al Bahashi, cioè San Mosè l’Abissino. Da questa terrazza del monastero immerso nel deserto siriano, guardando il cielo vedo la costellazione dello Scorpione, con [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Racconto e foto di Angelo Maddalena. Questo articolo già pubblicato su <a href="https://www.labottegadelbarbieri.org/siria-sulle-orme-di-paolo/">La bottega del Barbieri</a></strong></p>
<p>“Tornerai a Mar Musa”, mi dice Nouhad, che vive qui al monastero di <strong>Deir Mar Musa Al Bahashi</strong>, cioè San Mosè l’Abissino. Da questa terrazza del monastero immerso nel deserto siriano, guardando il cielo vedo la costellazione dello<strong> Scorpione</strong>, con l’aiuto di Paolo, uno dei compagni di questa escursione in <strong>Siria</strong> con un gruppo organizzato.</p>
<p align="JUSTIFY">Paolo insegna fisica e matematica, e alla domanda <strong>“che lavoro fai?”</strong> che gli avevo fatto a <strong>Damasco</strong>, nella stanza dove dormivamo, mi ha risposto, scherzando, “insegno educazione fisica”. <strong>Meno di un anno fa avevo comprato il libro di Francesca Peliti su Paolo Dall’Oglio e la comunità di Deir Mar Musa</strong> e avevo deciso di andarci. <strong>Avevo saputo della scomparsa di abuna Paolo nel 2013</strong>, e avevo comprato quel libro perché non immaginavo che dopo il suo rapimento la comunità che lui aveva fondato trent’anni prima, ristrutturando questo monastero abbandonato del IV secolo d. C., continuasse a vivere nonostante la sua assenza e, soprattutto, che fosse sopravvissuta alle incursioni dell’ISIS, e al rapimento di uno dei fondatori, padre Jacques, sequestrato nel 2015 per cinque mesi. Poi, leggendolo, avevo scoperto che ci sono monaci e monache che ci vivono ancora, cattolici e ortodossi, con una grande apertura all’Islam; tra l’altro uno dei libri di Dall’Oglio si intitola <strong>Innamorato dell’Islam,</strong> <strong>credente in Gesù.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Però, proprio pochi giorni prima di partire dall’Italia, vengo a sapere che tutta la comunità di <strong>Mar Musa sarà in Italia</strong> per celebrare la messa del decennale della scomparsa di padre Paolo, avvenuta il 29 luglio del 2013. Mi avevano detto che venire in<strong> Siria e a Mar Musa</strong> da solo, in questo periodo, non era facile, quindi mi sono ritrovato con il gruppo organizzato e una guida siriana che vive in Italia dall’inizio della guerra in Siria, cioè dal 2012, e che ci ha spiegato, fra un’escursione e un’altra, la storia e attualità del suo paese. <strong>“In Siria non c’è futuro fino a quando ci sarà l’embargo”</strong>, ha affermato in uno di questi suoi discorsi illustrativi delle condizioni economiche e politiche degli ultimi anni. A Bosra, prima città siriana dopo aver attraversato il confine con la Giordania, siamo passati nel tardo pomeriggio del <strong>30 luglio,</strong> arrivando da <strong>Amman</strong> (dove siamo atterrati e poi da lì abbiamo proseguito in autobus).</p>
<p align="JUSTIFY">Prima di ripartire per Damasco, abbiamo visitato il teatro romano del II secolo d. C, <strong>“che ha resistito alle bombe che Assad scaricava contro i ribelli dell’Esercito Libero Siriano asserragliati proprio qui vicino, ma per fortuna attorno al teatro c’è una Cittadella che lo ha protetto dalle esplosioni”</strong>, ci ha spiegato la guida. Tra queste bombe forse ce ne erano anche di chimiche, vietate dalla convenzione di Ginevra del 1991, Assad è stato accusato per questo tipo di crimini, come diremo più avanti. La guida (non riporto il nome per discrezione) ci ha raccontato di quando, nell’estate del 2012, era riuscito a partire l’ultima volta dalla Siria (”ero scappato praticamente”) perché dopo le prime manifestazioni di protesta popolare del 2011, il regime aveva risposto con una feroce repressione dei militanti e dei cittadini siriani che avevano preso parte alle manifestazioni pacifiche: arresti, torture, uccisioni.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Questo aveva fatto sì</strong> che molti militanti si organizzassero in brigate di combattenti armati. La guida però ci spiega che nel giro di poco tempo fra i combattenti si erano infiltrati molti soggetti esterni provenienti dai paesi del Golfo, dalla Turchia e dal altri paesi. <strong>Si parla di circa 90 000 combattenti arruolatisi nell’Esercito Libero Siriano, che passavano dalla Turchia o da Librano</strong>, ma anche dai paesi del Golfo Persico; tra cui il Qatar, che finanzia il Free Army per colpire indirettamente il regime, mentre la Turchia faceva da base logistica. <strong>“Al Chek point dei ribelli ci hanno controllato i documenti, ma i due uomini con il mitra avevano la barba lunga e non sembravano siriani</strong>, hanno portato via otto alawiti e questo mi ha salvato, perché ho buttato sotto il sedile il portafogli dove c’erano i miei documenti, in cui c’era scritto che collaboravo con l’Università, e siccome sono cristiano credo mi avessero portato via come hanno fatto con gli alawiti, considerati dai ribelli troppo vicini al regime, perché dal 1970 hanno assunto un potere rilevante in Siria grazie ad <strong>Hafiz al-Asad</strong>, anche lui alawita”.</p>
<p align="JUSTIFY"><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-8088 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2023/10/finestrasullasiria-Angelo-Maddalena.jpg?resize=800%2C505&#038;ssl=1" alt="Viaggio in Siria" width="800" height="505" data-recalc-dims="1" /></p>
<p align="JUSTIFY">Poi ci fa una confidenza amara e molto poco evidente per noi occidentali e non siriani: <strong>“Uno degli effetti collaterali più tragici della guerra, che un occidentale non può immaginare, è la perdita delle minoranze religiose presenti in Siria da tempo immemore”</strong>. Ad Aleppo, per esempio, abbiamo alloggiato nella sede del vescovado della Chiesa cattolico greco melchita, la mattina dopo il nostro arrivo abbiamo visitato nel giro di poche decine di metri la cattedrale armena intitolata ai quaranta martiri e una chiesa maronita (non lontano da lì c’era anche una Chiesa Evangelista). Dalla mia finestra al terzo piano, al crepuscolo, mi è capitato di ascoltare la litania delle preghiere provenienti dalla moschea in filodiffusione, mentre nella chiesa sotto la mia finestra si celebrava la messa con il rito greco melchita in cui le litanie cantate sono così presenti da sembrare un lunga messa cantata. <strong>I cristiani erano il 10% della popolazione siriana fino al 2012, oggi sono il 2%</strong>. Già padre Jo, gesuita che ci ha ospitato ad Amman, ci aveva illustrato un quadro geopolitico del medio oriente, dicendoci che in Iraq, prima del 2003 i cristiani erano un milione e 250 mila, oggi sono meno di duecento cinquanta mila.</p>
<p align="JUSTIFY">Ci spiega anche, in modo oggettivo, visto che una di noi le fa una domanda pertinente, in che senso l’intervento della <strong>Nato in Iraq nel 2003 aveva distrutto un tessuto produttivo e sociale: “Saddam aveva mantenuto un ordine, anche se con metodi brutali; tra l’altro aveva cacciato a un certo punto i gesuiti, non uccisi ma cacciati, eppure dopo l’intervento della Nato, che doveva facilitare un passaggio a un regime democratico, è andato tutto in fumo:</strong> molti stipendiati statali dal regime di Saddam, anche se pagati per lavorare poco, hanno perso il lavoro, così come hanno perso il lavoro molti militari e così come l’industria del petrolio è crollata”. In questo contesto si erano rinforzati quei gruppi di estremisti islamici che poi hanno dato vita al famigerato <strong>Isis</strong>, Stato islamico dell’Iraq e del Levante. Ci dice anche, padre Jo, che 65 000 iracheni sono sfollati in Giordania, che molti di loro non vogliono tornare in Iraq perché non vedono futuro lì, ma non hanno più tante possibilità di emigrare altrove, anche perché <strong>Trump ha approvato una legge che restringe ulteriormente gli accessi da paesi considerati “nemici”</strong>, i cosiddetti <strong>Stati canaglia</strong>, tra cui anche l’Iraq e la Siria. Perciò, ci spiega padre Jo, anche noi da dopo questo viaggio, se dovessimo andare negli Usa avremo problemi burocratici quando dal nostro passaporto si vedrà che abbiamo soggiornato in Siria.</p>
<p align="JUSTIFY">A tal proposito, ci ricorda che 600 mila siriani sono rifugiati attualmente in Giordania, e due milioni si trovano nei campi profughi del Libano. <strong>Nel nord dell’Iraq ci sono ancora molte mine antiuomo seppellite e pronte ad esplodere</strong>, e i turchi fanno stragi nel Kurdistan iracheno. Di tutto ciò “non si parla tanto”, ci tiene a dire padre Jo. Recentemente ettari di boschi sono stati incendiati da bombe incendiarie dell’esercito turco, che continua a bombardare anche verso l’Iran, a Suylemanya, dove tra l’altro si trova una piccola comunità affiliata al monastero di Mar Musa. Padre Jo ci tiene a ricordarci che nel nostro immaginario il Pkk e i palestinesi sono spesso associati ai terroristi, eppure nelle montagne del Sinjar, la terra degli azidi, il Pkk ha combattuto strenuamente contro<strong> l’Isis</strong>, mentre anche i Peshmerga scappavano.</p>
<p align="JUSTIFY">Uno di noi chiede quando potremo visitare l’Iraq e padre Jo dice che per gli europei adesso è più facile, perché dal 2021 possono entrare senza visto. Il discorso dei curdi perseguitati dall’esercito turco lo ha ripreso anche la nostra guida in uno dei suoi discorsi sulla storia recente della Siria, ricordando che la Turchia negli ultimi venti anni ha ostacolato o comunque ha contribuito al crollo del sistema economico siriano: <strong>“Tra il 2008 e il 2011 il nostro paese stava crescendo”</strong>, ha spiegato la guida, <strong>“c’era un reddito medio di 1000 euro al mese, molto alto come media per un paese mediorientale. Era un mercato concorrenziale anche per la Turchia. Era un modello unico, ricco, con una istruzione alta”</strong>. Ad Aleppo, lungo la strada Manara, per andare a visitare un centro culturale bombardato che stanno ricostruendo, un signore che incontriamo dice ad alcuni di noi con un’espressione di rabbia nel volto: <strong>“Assad è buono, Erdogan è un cane”.</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Dal 2011, tra l‘altro, come ci ricorda la guida, Erdogan faceva passare gli jihadisti per entrare in Siria a supportare l’esercito dei ribelli. “<strong>Oggi la Siria è un paese sgretolato, anche perché lo Stato Islamico si è rinforzato anche grazie all’embargo, contribuendo a mandare la Siria nell’abisso, perché ha distrutto le minoranze religiose che arricchivano il paese</strong>. E ha rinforzato anche il regime. In questo contesto ha operato Paolo Dall’Oglio, in una ricerca di dialogo con i musulmani, sfida già di per sé difficile ma ancora più ardua a partire dal 2012, anno in cui viene espulso dal regime di Assad per la sua vicinanza alle mobilitazioni pacifiche del popolo siriano del 2011, ma poi ha sostenuto anche l’Esercito di liberazione siriano, come spiega bene il documento</p>
<p align="JUSTIFY">“Paolo Dall’Oglio: l’autodifesa e la nonviolenza” di Riccardo Cristiano, autore del libro su <em>Una mano sola non applaude</em> <strong>(http://www.settimananews.it/profili/dall-oglio-autodifesa-nonviolenza/).</strong></p>
<p>“Posso dire che è attualissima – e da studiare – la sua visione di dialogo islamo-cristiano, posto che padre Paolo è stato certamente precursore di fatto del “Documento sulla fraternità umana” firmato insieme da papa Francesco e dall’imam dell’Università islamica di al-Azhar, Ahmad al Tayyib, nel 2019 ad Abu Dhabi”, così inizia il documento di cui riporto il testo integrale nel link e consiglio di leggere e rileggere.</p>
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		<title>Estate in Aspromonte: considerazioni di un viaggiatore</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Sep 2023 02:47:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Estate in Aspromonte: considerazioni di un viaggiatore&#8221; è un articolo di Guido Borà. La foto in copertina è stata scattata dall&#8217;autore “E po’ vene o piemontese ca ce vo’ bene Ca pussa essere cecato chi nun ce crede” Quanno sona la campana di E. Bennato per Musicanova Un giorno potreste andare “da viaggiatore”, in un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Estate in Aspromonte: considerazioni di un viaggiatore&#8221; è un articolo di Guido Borà. La foto in copertina è stata scattata dall&#8217;autore</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>“E po’ vene o piemontese ca ce vo’ bene<br />
</em><em>Ca pussa essere cecato chi nun ce crede”<br />
Quanno sona la campana di E. Bennato per Musicanova</em></p>
<p>Un giorno potreste andare “da viaggiatore”, in un Comune dell’Aspromonte “grecanico” a qualche chilometro dalla fiumara <strong>Amendolea</strong>, a pochi chilometri dalla costa, dove nella piazza principale, a 820 metri sul livello del mare, <strong>troneggia un’imponente locomotiva a vapore e una guida del posto vi racconterà che è un monumento all’emigrazione</strong> voluto con determinazione da un precedente sindaco&#8230; Potreste avere delle perplessità e chiedere più spiegazioni, ricevendo risposte fumose e restando con più dubbi di prima. Nella narrazione autonoma di un territorio – ossia da parte dei residenti – si annidano le insidie più sottili, capaci di reprimere la curiosità dei turisti desiderosi di approfondire la storia locale: <strong>notizie poco accurate, fatti mitizzati, questioni spinose accuratamente celate con l’intento di offrire un quadro idilliaco del contesto.</strong> Potreste passare molte volte davanti a un museo, senza che la solita guida ne faccia menzione – complice anche la vostra ignavia – per scoprire in seguito che è un’eccellenza a livello internazionale negli studi di quel tipo. Nella maggior parte dei casi, in qualsiasi viaggio, vi saranno fornite una serie di informazioni standardizzate, tanto il turista è qui per svago e non deve pensare ai problemi locali. <strong>È un cliché di tutti i luoghi turistici di cui bisogna essere avvertiti.</strong></p>
<h3>Un&#8217;estate in Aspromonte: tra Africo e Casalnuovo</h3>
<p>Per comprendere meglio queste terre, una volta tornati a casa, potreste ricorrere all’ottima e copiosa letteratura sull’<strong>Aspromonte e la Calabria,</strong> così trascurata al giorno d’oggi. Solo a mo’ di esempio, penso al febbrile romanzo <strong>“Sulla riva dello Ionio” di G. Gissing</strong>, scrittore di età vittoriana dalle alterne fortune personali, partito alla volta della Calabria all’infruttuosa ricerca di una <strong>Magna Grecia</strong> idealizzata. Un viaggio che, per godimento del lettore, si trasforma in una geografia sentimentale del Sud Italia.</p>
<p><strong>Africo e Casalnuovo</strong> si ritrovano nelle pagine dello splendido resoconto odeporico di <strong>N. Douglas “Vecchia Calabria”</strong>, quando riferiva di due borghi talmente poveri nei quali, dopo il terremoto del 1783, era stato abbandonato l’uso della moneta per ritornare al baratto. <strong>Sia Gissing sia Douglas viaggiavano</strong>, il primo con mezzi pubblici, il secondo a piedi, portando con sé casse di libri allo scopo di studiare il territorio. Gli scritti di <strong>U. Zanotti Bianco</strong>, tra i primi in Italia ad intuire l’importanza del capitale umano e a promuovere l’istruzione nei paesini del Sud, hanno portato alle cronache nazionali lo scandalo di <strong>Africo:</strong> da convinto meridionalista, ha denunciato nei racconti <strong>“Tra la perduta gente”</strong> le condizioni di vita disumane e la povertà estrema della popolazione – denutrizione, situazione igienico sanitaria inaccettabile, analfabetismo – mentre da archeologo notava come sull’Aspromonte non fosse rimasto più nulla della Magna Grecia.</p>
<p>Un territorio orograficamente devastato da <strong>“i torbidi torrenti dalla voce assordante che corrono al mare”</strong>, come scriveva <strong>C. Alvaro in “Gente in Aspromonte”</strong> – l’incipit è stato riadattato da me. Alvaro evidenziava anche, con un certo ottimismo, come il vecchio mondo e i suoi equilibri, si stessero sgretolando irrimediabilmente sotto i colpi della riunificazione. La popolazione, tuttavia, per sfuggire ai signori prevaricatori padroni di terre e bestiame e ai nuovi equilibri nascenti, sarà costretta ad emigrare, come in gran parte d’Italia. ma qui in proporzioni maggiori, per poter riscattare la propria condizione e accedere al benessere.</p>
<p><strong>Anche il web è ricco di informazioni di qualità eccellente e grazie a un docufilm reperibile su You Tube</strong>, consigliato da una della guide, potremmo comprendere meglio che l’aspetto più doloroso vissuto dalle popolazioni d’Aspromonte, come perdita di identità e sradicamento, è stato inflitto dalle migrazioni forzate dall’interno verso la costa a causa di terremoti, alluvioni e smottamenti che hanno spopolato paesi e territori montani. La costruzione sul mare di Africo “nuovo”,<strong> esempio di cementificazione brutale della costa calabra</strong>, così come in tanti casi analoghi, è stato un rimedio peggiore del male: ha trasformato dei montanari, pastori e contadini, in marinai, <strong>“gli africoti odiano il mare”</strong>, e ha costretto alla convivenza due popolazioni dagli usi e costumi profondamente diversi – Africo e Casalnuovo.</p>
<p>Quando osserviamo da lontano ciò che resta dei borghi con i nostri canoni <strong>“non meridiani”</strong> è facile giudicare a posteriori, non avendone il diritto, che lì fosse impossibile vivere e che il loro destino non fosse già segnato: <strong>è il caso di Roghudi “vecchio”, un paese costruito su un ripido promontorio tra due fiumare e abbandonato negli anni ‘70 dopo alcune rovinose alluvioni</strong>, il cui aspetto attuale è dovuto a un disperato tentativo da parte degli emigrati “americani” di ricostruire il paese. Ci è stato offerto il passato di questa terra e sul passato abbiamo in qualche modo riflettuto, ma la narrazione eteronoma, ossia da parte dei forestieri, stanca, per cui concludo esprimendo un rammarico e formulando una domanda a cui è difficile rispondere: <strong>che cosa resta del presente?</strong></p>
<h3>Piccoli rammarichi</h3>
<p>Il rammarico è di aver interagito troppo poco con la popolazione. <strong>Solo l’ultimo giorno ho cercato, senza riuscirci, il contatto con una persona del luogo che in piazza, rivolgendosi al nostro gruppo, diceva ad alta voce, a mo’ di slogan:</strong> “andate a dire a quelli del Nord che qui la ‘ndrangheta non c’è, andatelo a dire…” Già la ‘ndrangheta: inebriati dall’ospitalità locale, ci eravamo dimenticati proprio della ‘ndrangheta, parola mai nominata così chiaramente prima di quel momento e convitato di pietra. La vera natura del posto non si scopre da turista, ma solo rapportandosi con la popolazione in situazioni più complesse, ad esempio, una compravendita, con le istituzioni per chiedere una licenza, con la sanità per un infortunio oppure con la giustizia per ottenere quanto reclamato.</p>
<p>Quello che resta del presente è, probabilmente, poco: <strong>lo sforzo, più che decennale, degli abitanti di far rivivere grazie al turismo in un’ottica di sostenibilità e di autenticità un’area, ormai quasi spopolata e dalle infrastrutture fatiscenti, è ammirevole.</strong> È stato ricostruito, nel solco della moda dei cammini a tema, anche un sentiero dedicato allo scrittore e illustratore vittoriano <strong>E. Lear, detto il Sentiero dell’inglese, che visitò Reggio di Calabria e provincia tra luglio e settembre del 1847</strong>, lasciando ai posteri una significativa testimonianza testuale e pittorica. Alcune abitazioni sono state adibite ad ospitalità diffusa, un buon antidoto al degrado urbano.</p>
<p>A questo punto, prima di concludere, è d’obbligo un’altra domanda: <strong>il turismo sarà sufficiente a ripopolare e rendere attrattivo il territorio per attività più di lungo periodo?</strong> Per formazione professionale ho sempre dubitato delle misure che puntano sul turismo come volano dello sviluppo – nella maggior parte dei casi avviene il contrario ma non è questa la sede per discuterne. Il turismo soffre di stagionalità, tanto più breve quanto più periferica è la località. È un’attività a bassa intensità di conoscenza e a basso valore aggiunto – per sintetizzare: <strong>in un’industria, e il turismo “non lo è”, a parità di fatica, si guadagna molto di più.</strong></p>
<p>Può portare all’invivibilità – <a href="https://www.borderliber.it/noi-portiamo-i-soldi/">si veda il caso denunciato su questo blog</a> – ma, soprattutto, può snaturare e capovolgere i rapporti sociali ed economici nel territorio – si veda, ad esempio, <strong>la gentrificazione di alcuni borghi della Toscana.</strong> Se si è convinti di proseguire su questa strada, per non essere travolti dalla prossima crisi economica, si veda, ad esempio, quest’anno quanto ha sofferto il comparto dopo un anno di inflazione elevata, vanno allargati gli orizzonti cercando sinergie e investendo, non solo in infrastrutture, ma prncipalmente in capitale umano – un concetto vago che racchiude un po’ tutto dall’istruzione alla legalità – con la stessa energia di <strong>Zanotti Bianco</strong>, nella consapevolezza che la concorrenza è agguerrita, la destagionalizzazione è impossibile, i sussidi regionali sono al lumicino e che il Paese arranca in una crisi istituzionale e sociale senza fine.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/aspromonte-viaggio-guido-bora/">Estate in Aspromonte: considerazioni di un viaggiatore</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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