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	<title>Paola Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Ascoltami quando sto zitto. Hristova e il contenuto delle parole</title>
		<link>https://www.borderliber.it/ascoltami-zitto-hristova-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Dec 2024 23:10:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Filomena Gagliardi. In copertina: &#8220;Ascoltami quando sto zitto&#8221; di Zornitsa Hristova, illustrazioni di Kiril Zlatkov. Il libro è stato tradotto da Neva Micheva e pubblicato da Orecchio Acerbo editore nel 2024 Quando si viene al mondo, gli altri hanno la necessità di insegnarci la parola. Anche nel Protagora di Platone si racconta questo: [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Filomena Gagliardi. In copertina: &#8220;Ascoltami quando sto zitto&#8221; di Zornitsa Hristova, illustrazioni di Kiril Zlatkov. Il libro è stato tradotto da Neva Micheva e pubblicato da Orecchio Acerbo editore nel 2024</strong></p>
<p>Quando si viene al mondo, gli altri hanno la necessità di insegnarci la parola. Anche nel <strong>Protagora</strong> di <strong>Platone</strong> si racconta questo: solo quando agli uomini venne fatto il dono della virtù politica, che presuppone quello della parola, essi ebbero tutti gli strumenti per vivere in società.</p>
<p>Analogamente qualcosa di simile accade all’<strong>Orso</strong> di <strong>&#8220;Ascoltami quando sto zitto&#8221;</strong>: si tratta di un albo bellissimo, scritto nel 2015 da <strong>Zornitsa Hristova</strong>, illustrato da <strong>Kiril Zlatkov</strong> e pubblicato nel 2015 dalla casa editrice bulgara <strong>Tochita Publishers</strong>; <strong>Neva Micheva</strong> lo ha tradotto in italiano per <strong>Orecchio Acerbo Editore</strong> nel 2024.</p>
<p>Ebbene il nostro amico orso trova innanzitutto un’utilità pratica delle parole che i grandi gli insegnarono affinché avesse “un posto dove mettere le cose”. La pagina contenente la frase ora citata è disegnata con tanti oggetti, contenenti le tante parole che sembrano emergere dalla testa dell’animale, ripreso nel suo volto.</p>
<p>Le parole però sono anche belle. Lo stesso <strong>Gorgia</strong>, del resto, nell’<strong>Encomio di Elena</strong>, afferma che i discorsi sono belli, seducono, attraggono. Analogamente <strong>Orsetto</strong> sentenzia: “Le parole mi piacciono”.</p>
<p>Eppure subito dopo quest’ultimo, che è molto intelligente, comprende i limiti delle parole, e lo fa esattamente come farebbe un filosofo, <strong>ovvero esaminando carenze ed eccessi delle stesse. </strong>Da un lato, dunque, <strong>“dentro”</strong> le parole<strong> “non ci sta proprio tutto”</strong>: ad esempio, in esse non c’è la musica, sostiene il nostro eroe, e “molte cose ancora”, che troverete leggendo l’albo.</p>
<p>Che le parole rigettino la musica, del resto, ricorda molto l’interpretazione nietzschiana della tragedia greca, nata dalla musica, dal dionisiaco, dall’informe e morta con le parole, l&#8217;apollineo, la forma. Il disegnatore mima le <strong>“molte cose ancora”</strong> con un cielo fatto di nubi da cui emerge la testa sognante del nostro amico orso.</p>
<p>Dall’altro lato, invece, nelle parole il nostro protagonista teme di<strong> “nasconderci qualcosa di importante”</strong>: esse quindi sarebbero dei contenitori capienti a tal punto da accogliere tutto e di più senza selezione, senza filtro, in modo confuso e mescolato. Le parole, quindi, possono far perdere il senso vero delle cose, possono confondere, esattamente come quelle di <strong>Paride confusero Elena</strong>, come impariamo sempre dal predetto <strong>Encomio</strong>.</p>
<p><strong>Ultima spes</strong>, per recuperare il significato delle parole perse, allora è seguire l’appello del <strong>peloso-sapiente</strong> che ci comunica il suo oracolo soffiando in una sorta di strumento a fiato: “Ascoltami quando sto zitto/e magari lo sentirai”.</p>
<p>I disegni, in bianco e nero, non prestano il fianco all’esteriorità, ma costringono all’austerità dell’ascolto, uno stile di apprendimento interiore, intimo, come ci ha già insegnato Agostino: <strong>Noli foras ire, redi in te ispum, in interiore homine habitat veritas.</strong></p>
<p>E solo ascoltando il nostro silenzio, forse, possiamo ascoltare quello degli altri e capirne il perché, abbandonando la scenografia narcisistica delle parole, la finta iperbole dei <strong>like</strong> virtuali, il misero spiare la vita degli altri da una tastiera, senza il desiderio di incontrarli veramente, abbracciarli, amarli, ascoltarli, chiedere loro <strong>&#8220;Come stai&#8221;</strong>, come di recente, la famosa <strong>Chiara Gamberale</strong> ha saputo fare nel suo ultimo romanzo <strong>&#8220;</strong><strong>Dimmi di te&#8221;</strong>… ma questa è un’altra storia.</p>
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		<title>Un mozzico</title>
		<link>https://www.borderliber.it/un-mozzico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Sep 2022 01:45:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto di Antonella Perrotta Il mare è placido, dormiente, liscio come una carezza. Si trascinano lenti i passi per le strade, mentre il sole picchia sull’asfalto e sul cemento dei palazzoni a più piani che le costeggiano. Quanta vita a morsi, il tempo di una stagione estiva colta ancora una volta prima del rientro al [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto di Antonella Perrotta</strong></em></p>
<p>Il mare è placido, dormiente, liscio come una carezza.</p>
<p>Si trascinano lenti i passi per le strade, mentre il sole picchia sull’asfalto e sul cemento dei palazzoni a più piani che le costeggiano. Quanta vita a morsi, il tempo di una stagione estiva colta ancora una volta prima del rientro al lavoro.</p>
<p>Accedo da un cancello aperto in un ampio cortile condominiale circondato da fabbricati. Mi viene incontro il portiere: porta un cappello di paglia con le falde, la maglietta è madida di sudore. “Avvoca’, l’appartamento è quello” dice e indica con la mano le finestre di un quarto piano. “Gli infissi se li sono <em>arrubbati</em>” aggiunge, notando il mio sguardo un po’ perplesso.</p>
<p>Mi accompagna alla porta d’ingresso dell’immobile, mentre l’ufficiale giudiziario mi raggiunge trafelato insieme al fabbro che la butta giù in un attimo. Non è blindata, per fortuna, per questo cede subito. All’interno, oltre agli infissi, mancano i sanitari, le porte e persino le marmette alle finestre e ai balconi. Si sono <em>arrubati</em> pure quelli.</p>
<p>“Si pignora oggi?” fa una signora distinta che esce dalla porta dell’appartamento di fianco trascinando un passeggino. “Che gente quella!” esclama e si allontana scuotendo la testa, ma sembra non essere particolarmente turbata, abituata, anzi.</p>
<p>Siamo in un paese della Calabria dove la costa se l’è mangiata il cemento e il mare entra dentro le case. Chi abita stabilmente qui deve fare i conti con molti avventori rapaci. Popolano le spiagge e le strade e le case, vi si annidano, le risucchiano nel loro squallido mondo, le aggrediscono, saccheggiano, deturpano, involgariscono, lasciano i debiti, ché neppure le case hanno finito di pagare e sono insoluti i mutui bancari contratti per acquistarle. Gli appartamenti vengono affidati a custodi giudiziari e, forse, qualcuno ne acquisterà uno all’asta, rallegrato di aver fatto un affare di cui si pentirà, mentre un po’ di vita ruota intorno, mesta, dimessa, affaticata, rassegnata, propria di una stagione sempre più corta e sempre più scialba.</p>
<p>Poi, i rapaci se ne vanno. Non si fanno più vedere e neanche rintracciarli risulta facile, all’anagrafe risultano “trasferiti”, dove non si sa, a risucchiare l’anima di qualche altra spiaggia su cui smorzare i bollori estivi, sfuggendo ai creditori.</p>
<p>È così, ormai. Da anni. Il mare saprà ancora essere placido, dormiente, liscio come una carezza. Il sole picchierà forte sull’asfalto e sul cemento. Altri passi si trascineranno lenti per le strade. E la vita sarà un mozzico sempre più piccolo, finché non rimarrà più nulla da mordere, di cui cibarsi e consolarsi e bearsi. E la stagione, che dovrebbe risplendere di bellezza, di novità, di spensieratezza per alcuni, di opportunità per altri, di comunanza e di armonia, finirà per essere risucchiata dalla decadenza. Chissà cosa rimarrà di questo posto e cosa ne sarà di questa comunità ormai consapevolmente derubata di tutto, con la rabbia in un ventricolo e la rassegnazione nell’altro.</p>
<p>Mi allontano, salutando il portiere che si asciuga il sudore dalla fronte con la mano, bestemmiando contro la calura infame, il lavoro sottopagato, la vacanza di cui non ha mai goduto. La donna col passeggino sta seduta sotto un pino marittimo nel cortile, sorridendo a suo figlio che, sa già, andrà via per il mondo con la salsedine sulla pelle e la terra, la sua, che gli scivola via dalle dita.</p>
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		<title>L&#8217;esca</title>
		<link>https://www.borderliber.it/l-esca-un-racconto-di-antonella-perrotta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Sep 2022 01:44:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto di Antonella Perrotta Camminava nervosamente, le gambe si muovevano a scatti. Controllò che il microfono agganciato al reggiseno fosse al suo posto. Lo nascose bene sotto la camicetta e, per sicurezza, chiuse un altro bottone ma, poi, lo sganciò. Si sentiva soffocare. Avrebbe voluto strapparsi di dosso reggiseno, microfono e camicetta e rimanere nuda, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto di Antonella Perrotta</strong></em></p>
<p>Camminava nervosamente, le gambe si muovevano a scatti. Controllò che il microfono agganciato al reggiseno fosse al suo posto. Lo nascose bene sotto la camicetta e, per sicurezza, chiuse un altro bottone ma, poi, lo sganciò. Si sentiva soffocare. Avrebbe voluto strapparsi di dosso reggiseno, microfono e camicetta e rimanere nuda, libera, con i seni al vento come in un manifesto femminista. Tossì e una voce maschile le giunse nitida dall’auricolare minuscolo posizionato al suo orecchio sinistro. “Più forte” disse la voce.</p>
<p>“Più forte” ripeté lei tra sé e tossì nuovamente, trattenendosi dal guardarsi intorno per non tradire la posizione della camionetta della polizia. Il cuore le batteva a mille. Pensava che i suoi battiti si sarebbero sentiti forti e chiari, come un grido affidato all’aria, alla luna, alle stelle che la sovrastavano dall’alto, bellissime ma indifferenti. Temeva che la sua paura l’avrebbe tradita e condannata.</p>
<p>Cos’era lei? Una spia, un’infiltrata, un’esca. Cos’era?</p>
<p>Sì, un’esca: le sembrava la definizione più adatta. Un bigattino che puzza di morte attaccato a un amo. Pensò al mare, ai pescatori, ai pesci catturati che si agitavano e, dimenandosi, finivano nel secchio ad attendere la fine con gli occhi sgranati, vitrei. Non sarebbe stata uno di quei pesci. Non lei. Scacciò via il pensiero dell’amo, del bigattino e, soprattutto, della morte. Fece un respiro profondo, ma il cuore non ebbe tregua. Avrebbero voluto darle un’arma in dotazione, dopo un corso accelerato di tiro. Si era rifiutata. Anche quella puzzava di morte: degli altri, la sua, non aveva importanza.</p>
<p>“Chi cazzo me l’ha fatto fare?” sussurrò e una risata le giunse all’orecchio dall’auricolare. Ridevano gli altri, ma erano suoi i giorni stravolti, quelli che non le appartenevano più ché ogni sua parola, ogni suo passo, ogni sua azione erano controllati.</p>
<p><em>Esca.</em> Se l’avesse raccontato in giro non le avrebbero creduto. Ma, tanto, a chi avrebbe potuto raccontarlo? C’è chi vende il corpo, chi l’anima, chi entrambi e c’è chi li riscatta. Ebbe un moto di rabbia. Quante lamentele aveva ascoltato, quante ne aveva lette sulle pagine dei social, dei blog, dei giornali? Quanta giusta e sacrosanta indignazione impregnava l’aria? Per gli appalti truccati, per il cemento abusivo, per gli scarichi di liquami a mare e i depuratori non funzionanti, per i veleni sepolti sotto terra, per le pasticche allucinogene vendute in piazza a dieci euro a minorenni rincoglioniti, per l’auto saltata per aria, per gli ospedali che non erano più ospedali ché non potevano più curare nessuno, per le strade e le rotatorie progettate senza criterio e costruite senza cura che facevano morti su morti. Ecco, dietro tutto questo, spesso, si muovevano soltanto ombre, cui bisognava dare un volto, una voce, un’identità, attribuire una colpa, valutare una discolpa e comminare, se del caso, una condanna.</p>
<p>Per questo era lì, col suo auricolare all’orecchio, con le gambe che continuavano a tremarle e a muoversi a scatti, col cuore che batteva all’impazzata e il fiato che  si faceva corto, col ricordo assordante del rumore degli spari al poligono da tiro, mentre la notte non le apparteneva e l’uomo usciva dalla macchina all’ora e al posto concordato, scrutandola con diffidenza. Dall’auricolare le giungeva la solita voce maschile che le ripeteva cosa dire. “Mi hai capito?” furono le ultime parole che le giunsero all’orecchio e lei assentì con un segno del capo, quasi quel gesto potesse avere un suono. Ripeté in testa il copione, avrebbe dovuto ripeterlo ancora, forse già la sera a venire. Meglio, rimanere lucida. “Ciò che va fatto, va fatto” si consolò. Piantò bene i piedi a terra, andò incontro all’uomo, alzò la testa. Ciò che va fatto, va fatto, sì.</p>
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		<title>Antonella Perrotta: ecco come è nato il mio Malavuci</title>
		<link>https://www.borderliber.it/un-guizzo-e-un-romanzo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Jul 2022 02:26:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Cantastorie]]></category>
		<category><![CDATA[Ferrari Editore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Antonella Perrotta. In copertina &#8220;Malavuci&#8221; di Antonella Perrotta, Ferrari editore, 2022 Che cos’è un guizzo? Un movimento rapido, uno scatto, una vibrazione. Capita così: un guizzo nella mente in una notte insonne qualunque, mentre il vento soffia dalle colline al mare, trasportando con sé polvere e suoni, ora soffio leggero di parole sussurrate, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Antonella Perrotta. In copertina &#8220;Malavuci&#8221; di Antonella Perrotta, Ferrari editore, 2022</strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Che cos’è un guizzo? </span>Un movimento rapido, uno scatto, una vibrazione.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Capita così: un guizzo nella mente in una notte insonne qualunque, mentre il vento soffia dalle colline al mare, trasportando con sé polvere e suoni, ora soffio leggero di parole sussurrate, ora rombo invadente di urla e strepiti, verga e carezza, brutalità e poesia. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Fisso quel pensiero tremolante su un foglio sottratto alla stampante, biro nera, tratto rapido, alla luce &#8211; altrettanto tremolante &#8211; di un abat-jour. Lo rileggo, sorrido e con esso mi addormento, ma non mi risveglio. Il foglio in un cassetto della scrivania, recuperato in un giorno qualunque, non ricordo quale, diventa <em>file</em>, col tempo diventa storia, narrazione, condivisione.</span></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">“Sono un contastorie, frugo dentro le memorie, rendo agli altri un po’ d’eternità. Cerco tra le pietre, le vinèdde, le fiumare, una storia che ci salverà…”</span></i><span style="font-weight: 400;"> canticchio.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Così, mi sento: un contastorie che ascolta le voci antiche trasportate dal vento, le strappa alla furia dell’aria, le mette sulla lingua di uomini e donne e, poi, le lascia nuovamente andare. Sanno di miele e di fiele, di bontà e d’infamità. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Eh, il raccontare… Quale magia il suono delle parole, le storie prese a prestito dalla Storia, gli spazi vuoti che soltanto l’immaginazione riesce a colmare superando gli scarti del tempo e dell’incoscienza. E il racconto è prosa, poesia, rabbia, denuncia.</span><span style="font-weight: 400;">    </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Su tutti, un pensiero va a coloro che dalle parole sono frustati, feriti, annientati anche, ché “</span><i><span style="font-weight: 400;">una</span></i> <i><span style="font-weight: 400;">malavuci fa le vucche amare, appiccia, ammazza, semina sali…”</span></i><span style="font-weight: 400;"> Anche questo canticchio.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un pensiero, su tutti, va al coraggio necessario per vivere in un mondo che ti rifiuta, ti rinnega, ti condanna, ritenendoti “diverso” e cos’è la normalità e cosa la diversità se non il frutto del nostro pregiudizio?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un pensiero, su tutti, va a coloro verso i quali non si adotta clemenza, che portano addosso il disprezzo degli uomini e che devono lottare ogni giorno per essere se stessi senza mai rinnegare la propria specialità di essere umani.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nasce così </span><i><span style="font-weight: 400;">Malavuci</span></i><span style="font-weight: 400;">: da un soffio di vento che, in una notte qualunque, è diventato tempesta. </span></p>
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		<title>Mare pulito e il calabrese &#8220;alto tirrenico&#8221; utopico</title>
		<link>https://www.borderliber.it/il-mare-da-bere-e-il-calabrese-alto-tirrenico-utopico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Jul 2022 00:22:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Border News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Mare pulito e il calabrese &#8220;alto tirrenico&#8221; utopico&#8221; è un articolo di Martino Ciano Da ponente e da levante del Golfo di Policastro. Esse arrivano sospinte dalle correnti del mare. Sono di origine ignota, almeno così dicono. Contengono dagli scarti di fogna, alla fioritura algale; dall&#8217;immondizia sedimentata, alla vita decomposta (che poi sempre vita è). [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/il-mare-da-bere-e-il-calabrese-alto-tirrenico-utopico/">Mare pulito e il calabrese &#8220;alto tirrenico&#8221; utopico</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><b>&#8220;Mare pulito e il calabrese &#8220;alto tirrenico&#8221; utopico&#8221; è un articolo di Martino Ciano</b></p>
<p><em>Da ponente e da levante del Golfo di Policastro</em>. Esse arrivano sospinte dalle correnti del mare. Sono di origine ignota, almeno così dicono. Contengono dagli scarti di fogna, alla fioritura algale; dall&#8217;immondizia sedimentata, alla vita decomposta (che poi sempre vita è). Sono le macchie che colorano il mare nostrano. Se ne parli ti urlano contro. Qualcuno potrebbe querelarti per danno d&#8217;immagine, soprattutto qualche sindaco che difende a qualsiasi costo l&#8217;economia locale, quella che d&#8217;inverno muore e poi da giugno ad agosto va sfamata.</p>
<p>Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, ha detto che questa volta non si scherza. <em>Tolleranza zero, niente più macchie in mare.</em> Ma è difficile mantenere la promessa perché su tutta la costa, da Tortora a Paola, d&#8217;inverno sostano circa 200 mila abitanti, invece d&#8217;estate si arriva a due milioni, quindi si va di più in bagno, si produce più spazzatura, c&#8217;è più confusione e tutto diventa ingestibile. I depuratori lavorano maggiormente, quindi! E se questo <em>quindi</em> contiene anche i problemi che nessuno vede da settembre a maggio, finisce che da giugno a settembre i guazzabugli tutti li vedono.</p>
<h3>Apoteosi del mare pulito</h3>
<p>Orde di turisti incazzati mostrano il mare marrone su Facebook. Foto di <em>cocktail al refluo</em> si uniscono alle bellezze dei nostri scorci&#8230; la gioia è quella che sancisce come ormai il <em>danno sia fatto</em>, e <em>fatti di fatti</em> ne conosciamo tanti, troppi; ma va bene così.</p>
<p>Nella valle incantata del territorio alto tirrenico, in cui nulla accade e tutti sono innocenti, le criticità possono essere declamate solo in alcuni momenti dell&#8217;anno. C&#8217;è la comune credenza che in quel momento ci sia una disconnessione dell&#8217;interesse generale, che i panni sporchi si possano sempre lavare in famiglia. Poi, una mattina qualsiasi, rigorosamente tra settembre e maggio, qualcuno si sveglia e annuncia che questa potrebbe essere <em>la nuova Terra dei Fuochi</em>, che la prevenzione è tutto, che si muore troppo a causa di strane patologie. Le voci si levano, si contano i decessi, sembra una guerra ma è la normalità.</p>
<p>&#8220;Il nostro peggior difetto &#8211; mi ha detto una persona che ho incontrato su una spiaggia &#8211; è l&#8217;<em>omertà di servizio</em>, ossia tacere quando bisogna sedersi allo stesso tavolo per mangiare bene, poi, digerito il pasto, inizia la polemica e la <em>malanova</em> può tornare a circolare, tant&#8217;è che i più non ci considerano un popolo sottomesso, ma che ama cambiare frettolosamente opinione e bandiera&#8221;</p>
<p>E va bene così, purtroppo.</p>
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