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	<title>Padre Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Scalzo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Oct 2025 22:01:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Scalzo&#8221; è un racconto di Mattia Azzini. In copertina una foto scaricata da Pexels per uso gratuito Ieri sera ho trovato in solaio gli stivali di cuoio di mio padre; proprio quegli stivali. Barba alla Souvarov, calvo sulla sommità della testa, pancia sferica e braccia nerborute. questo era il suo aspetto di quando ancora li [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Scalzo&#8221; è un racconto di Mattia Azzini. In copertina <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/foto-ravvicinata-del-display-a-semaforo-442584/">una foto scaricata da Pexels per uso gratuito</a></strong></p>
<p>Ieri sera ho trovato in solaio gli stivali di cuoio di mio padre; proprio quegli stivali.<br />
Barba alla Souvarov, calvo sulla sommità della testa, pancia sferica e braccia nerborute. questo era il suo aspetto di quando ancora li indossava.<br />
Ricordo che li riponeva in un angolo della camera da letto, sporchi o puliti che fossero. Io, accertandomi che nessuno mi vedesse, mi intrufolavo nella stanza per contemplarli più da vicino possibile, proprio come la nonna si fermava davanti alla statua della Madonnina, bisbigliando qualcosa di incomprensibile.<br />
Mio padre era un tipo scanzonato, ma quando metteva quei vecchi stivali sbiaditi, e un po’ maleodoranti, si narrava (non ricordo l’origine di questa narrazione) che incutesse timore a chiunque.</p>
<p>Mutava espressione, con quella fronte corrugata, lo sguardo duro e la rapidità dei movimenti; pareva potesse realizzare qualunque cosa.<br />
Passavo giornate a vaneggiare su cosa sarebbe successo se li avessi indossati: i compagni di classe mi avrebbero guardato con ammirazione, nessuno avrebbe osato più infastidirmi; tutti i miei problemi si sarebbero dissolti. Certo, ci sarebbe stato il disagio di camminare con degli stivali numero 48 con il mio ridicolo 35, ma ero certo avrei ovviato anche a questo problema. Rimaneva solo trovare il momento adatto in cui sottrarglieli. Avevo provato a chiedergliele in un momento di estrema necessità (per una contesa con un ragazzino più grande con un problema di cleptomania), ma lui aveva liquidato la questione dicendo: «Ognuno deve avere i propri stivali», mostrando un sorriso annerito per il troppo vino rosso. La trovai una risposta stupida ed egoista, perciò sbuffai e sparii in camera.</p>
<p>Architettai il piano una sera d’estate, quando mio padre era in osteria con gli amici, a riempire il tempo tra briscola, improperi e vino di qualità scadente. Mia madre era uscita per recitare il rosario assieme alle vicine di casa. Avrei finto un furto mettendo in subbuglio la casa, per appropriarmi degli stivali. Entrai nella camera da letto dei miei genitori, ma prima che potessi gettare lo sguardo sulle tanto bramate calzature, sentii la porta sbattere con irruenza. Il mio istinto mi trascinò dietro la porta; mio padre entrò imprecando senza sosta, si infilò in fretta gli stivali e uscì, tirando un calcio alla porta della camera da letto.</p>
<p>Il piano era smantellato. Decisi di seguire mio padre, come ripiego. Conoscere i superpoteri che conferivano quegli stivali era la magra consolazione che mi spettava. Montai sulla bicicletta di mia madre e mi misi a pedalare, tenendomi a distanza per i cigolii che produceva quel rottame. Vedevo la sagoma scura, che lasciava dietro di sé nuvolette grigie di fumo, avanzando a passi ampi. Nel frattempo mi echeggiava in mente la voce squillante di mia madre che diceva: «se indossa quegli stivali stagli alla larga», come mi ripeteva lei ogni volta, afferrandomi per il bicipite e puntandomi l’indice verso il viso.<br />
Immaginavo mio padre abbattere edifici sferrando un calcio o produrre crateri nell’asfalto, e aumentavo l’intensità della pedalata. Lo vidi fermarsi di fronte a un enorme portone. Oltre all’insistente frinire delle cicale e un latrato in lontananza, non si udiva nulla nella via scarsamente illuminata da un singolo lampione, che funzionava ad intermittenza.</p>
<p>«Beppe, vè sö», ripeté più volte mio padre con voce tonante, picchiando i pugni contro il portone.<br />
Mi nascosi dietro un muretto, le mani sudavano in continuazione e non riuscivo a tenere la gamba sinistra ferma. Dopo qualche secondo, uscì un uomo esile con una canottiera bianca; indossava una coppola, che tolse con fare minaccioso. Si avvicinò a mio padre, la distanza tra le loro facce si ridusse.<br />
«’Ndoei i solch?», chiese mio padre.<br />
«Ta do neent», rispose l’altro spingendolo. Si sentì la ghiaia scricchiolare sotto gli stivali di papà.</p>
<p>Spuntò fuori un altro uomo, dietro il magrolino, un tizio più imponente di mio padre. Dai, suonagliele a quei bastardi, papà, pensavo. In quel momento il tizio più magro sferrò un pugno a mio padre, che cadde come albero abbattuto da un lampo. L’altro lo rialzò e gli rifilò ancora un paio di pugni all’addome. Gli sta dando vantaggio, pensai. Rimasi lì nascosto per qualche minuto, mentre mio padre continuava a buscarle. Sotto la luce fioca del lampione, vidi la leggenda crollare sotto i miei occhi. I vincitori sparirono dietro al portone. Mio padre si incamminò claudicante, con una mano si premeva il petto, con l’altra reggeva gli stivali. Non mi sincerai delle sue condizioni di salute, rimontai in sella e mi avviai verso casa.</p>
<p>Il giorno dopo, a tavola, con la tipica insolenza infantile, gli chiesi: «papà, ma quegli stivali non ti danno i poteri?»<br />
«Ma lasa lé, ma che poteri…», rispose mentre rosicchiava a fatica una coscia di gallina. «Le metto quando sono arrabbiato».<br />
Mentre osservavo i baffi di mio padre unti, vidi tutte le mie dolci fantasticherie dissolversi di fronte a quella prosaica spiegazione. Tutto mi appariva sotto una luce diversa: gli stivali erano solo stivali; mio padre non era poi così forte come credevo.</p>
<p>Ricordo che li mise ancora qualche volta. Mia madre faceva la solita scena, come se mio padre diventasse una creatura spaventosa. Io non andai più in camera loro ad adorarli: avevano perso quell’aura magica che sembravano emanassero fino a quel momento. Pensare che ora calzano perfette, chissà che direbbe papà se mi vedesse. Sto pensando che potrei metterle domattina per andare al lavoro: potrebbero conferirmi un aspetto più autoritario.</p>
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		<title>Il giardiniere e la morte di Georgi Gospodinov</title>
		<link>https://www.borderliber.it/il-giardiniere-e-la-morte-ciano-voland/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Aug 2025 22:01:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Il giardiniere e la morte&#8221; di Georgi Gospodinov, Voland, 2025 Mi trovo d&#8217;accordo con Giuseppe Dell&#8217;Agata, traduttore di questo testo, che definisce &#8220;Il giardiniere e la morte&#8221; un libro che parla della &#8220;nostalgia della vita che passa&#8221;, proprio perché in questo romanzo la &#8220;morte&#8221; viene sempre trattata con rispetto, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Il giardiniere e la morte&#8221; di Georgi Gospodinov, Voland, 2025</strong></p>
<p>Mi trovo d&#8217;accordo con Giuseppe Dell&#8217;Agata, traduttore di questo testo, che definisce <strong>&#8220;Il giardiniere e la morte&#8221;</strong> un libro che parla della &#8220;nostalgia della vita che passa&#8221;, proprio perché in questo romanzo la &#8220;morte&#8221; viene sempre trattata con rispetto, come evento naturale, senza demonizzazioni, senza tentativi di assegnarle compiti o responsabilità che non ha.</p>
<p><strong>Gospodinov</strong> ci mette sotto gli occhi la malattia di suo padre, ci fa entrare nel loro rapporto, ci porta per mano in un itinerario di sofferenza e dolore in cui l&#8217;elaborazione del lutto comincia fin dal primo rigo. Nonostante ciò l&#8217;autore non cade nel patetico, nel tragico che a volte può diventare comico, resta sempre in quel campo sensibile in cui &#8220;accettazione&#8221; e &#8220;legittime domande sul senso dell&#8217;esistenza&#8221; si confrontano.</p>
<p><strong>&#8220;Il giardiniere e la morte&#8221;</strong> è però anche un romanzo che mostra come si può affrontare il trapasso, come prepararsi a tale evento pur sapendo che non esiste un metodo. Il padre malato di Gospodinov è immerso nella storia della sua nazione, tra gli echi dell&#8217;ex Madre Russia, nella Bulgaria in cui le parole dolci verso i figli erano tabù.</p>
<p>In questi passaggi, in cui l&#8217;autore delinea un&#8217;esistenza, veniamo a contatto con l&#8217;essenza di questo romanzo: <strong>lo scorrere del tempo e la sua famelicità</strong>. E in questo &#8220;incedere inarrestabile&#8221;, uguale per tutti, si nasconde il lato crudele di questo &#8220;libro&#8221;. Anzi, in questo modo viene espressa proprio la naturalezza della fine, il cinico addio alle cose del mondo.</p>
<p>Lo scrittore non si affanna a rievocare il padre. Non è per lui importante narrare ciò che è destinato a &#8220;non essere più&#8221;. Il suo intento è solo quello di mostrare un passaggio, un uomo in divenire, una consapevolezza che cresce giorno dopo giorno e che pian piano si incanala in ciò che &#8220;così deve andare&#8221;. Sicuramente, nessuno accetta la morte di un suo caro, tantomeno pensa alla propria. Eppure, l&#8217;autore bulgaro costruisce con semplicità una sorta di memoir che non è un resoconto, ma la storia di ciascuno.</p>
<p>Anche il tumore che divora giorno dopo giorno il padre dell&#8217;autore non ruba mai la scena e non è di certo il protagonista, ma è quasi un &#8220;accidente&#8221;, una sorta di traghettatore che accelera l&#8217;evento ultimo. Mentre leggevo <strong>&#8220;Il giardiniere e la morte&#8221;</strong> mi è venuta spesso in mente la famosa frase di Foucault: <strong>&#8220;Noi non moriamo perché ci ammaliamo, ma ci ammaliamo perché fondamentalmente dobbiamo morire&#8221; </strong>che, sono sicuro, anche Gospodinov conoscerà, perché è proprio lungo questa direttrice che quest&#8217;opera si muove.</p>
<p>Infatti, al di là del dolore per la perdita di un proprio caro, <strong>&#8220;l&#8217;essere per la morte&#8221;</strong> di cui parla Heidegger non è una cinica, o peggio ancora nichilista, visione della vita, ma è l&#8217;unica certezza che dovrebbe porre l&#8217;uomo di fronte a sé per vivere a pieno e con &#8220;consapevolezza&#8221;. Ed è anche la &#8220;consapevolezza&#8221; un altro elemento che spicca in questo romanzo, perché tanto il figlio quanto il padre sanno come finirà, quindi non possono che comprendere ciò che è ineluttabile.</p>
<p>Insomma, siamo di fronte a un libro che può essere un taccuino, un diario, un romanzo, semplicemente un insieme di pagine e di pensieri, di tutto ciò che arricchisce di presenza una vita che non c&#8217;è più.</p>
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		<title>Se ritieni che sia giusto di Pasquale Allegro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Aug 2025 22:01:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Se ritieni che sia giusto&#8221; di Pasquale Allegro, Arkadia Editore, 2025 Come raccontare di un padre che ha deciso di porre fine alla propria vita? Come può riuscirci un figlio, che tra mille domande non può fare altro se non darsi poche sbiadite risposte? Gira tutto intorno a questo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Se ritieni che sia giusto&#8221; di Pasquale Allegro, Arkadia Editore, 2025</strong></p>
<p>Come raccontare di un padre che ha deciso di porre fine alla propria vita? Come può riuscirci un figlio, che tra mille domande non può fare altro se non darsi poche sbiadite risposte? Gira tutto intorno a questo <strong>&#8220;Se ritieni che sia giusto&#8221;</strong> di Pasquale Allegro. Lo scrittore calabrese firma un romanzo che con una prosa delicata e penetrante prova a mettere ordine tra ricordi ed emozioni. L&#8217;obiettivo è la riconciliazione.</p>
<p>Marco, sognatore sia da bambino che da adulto, scandaglia il male di vivere di suo padre Alberto, uomo conquistato dal dolore, mosso dall&#8217;irrequietezza, marchiato da una oscura sofferenza che ha provato a sedare con l&#8217;alcol. Eppure, per il figlio, se non tutto è perdonabile, allora ogni cosa ha bisogno di essere compresa.</p>
<p>Davanti alla tragedia della morte tutte le cose vengono messe a nudo, apparendo parte della stessa sostanza. Non si può giudicare solo con quella divisione di comodo tra &#8220;ciò che è bene e ciò che è male&#8221;. Bisogna avere il coraggio di addentrarsi, di analizzare, di purificare gli errori. D&#8217;altronde la morte mette davanti a questa &#8220;verità&#8221;: ogni esistenza porta con sé i suoi tormenti.</p>
<p><strong>&#8220;Se ritieni che sia giusto&#8221;</strong> è come un monologo che scende in profondità, in cui il bilancio non è né triste né gioioso, in cui nulla si chiarifica attraverso un giudizio. È riflessivo lo scrittore calabrese. Il suo Marco è un narratore disincantato, pacato, ma pur sempre severo, perché racconta le cose per ciò che sono. Nella sua ricostruzione non ci sono né ferocia né buonismo, ciò che si manifesta nella sua memoria viene distillato.</p>
<p>Allegro quindi è essenziale, come sempre lo è stato nei suoi libri. Ripete i concetti per aprire a nuove domande e a riflessioni ulteriori. Si spinge oltre perché c&#8217;è qualcosa di &#8220;filantropico&#8221; nella sua scrittura: l&#8217;uomo non è un ideale, ma è la vita e da essa viene plasmato; la sua natura non è frutto di una morale o di un&#8217;etica, ma è la sintesi delle caratteristiche che animano l&#8217;ambiente nel quale ha vissuto. Il suo status dipende da qualcosa che sta in terra, anche se aspira al cielo. Ma quanto è dolorosa la strada per la purificazione. In sostanza, prima del cambiamento, o della redenzione, ciascuno va accettato per ciò che è.</p>
<p><strong>&#8220;Se ritieni che sia giusto&#8221;</strong> quindi è un romanzo che già dal titolo ci pone davanti a un dilemma. Le scelte di Alberto sono la sua unicità; il modo in cui Marco le racconta sono solo una delle interpretazioni possibili a cui ci si può attenere. In questo groviglio esistenziale, in cui a dialogare sono un padre e un figlio, nel mezzo del quale la memoria può solo apparecchiare una tavola amara, le parole si fanno mezzo. Consce che non ci sono soluzioni ma solo dubbi, come tutte le volte che la morte ci strappa via improvvisamente qualcuno di caro.</p>
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		<title>Personal Jesus</title>
		<link>https://www.borderliber.it/personal-jesus-ciano-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 May 2025 22:01:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Personal Jesus&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto creata dall&#8217;autore con l&#8217;intelligenza artificiale Nella stanza sta nascendo la primavera, tienila stretta nel pugno della mano, lasciala andare finché non sarà il vento a gridare il cantico della rimozione. Pallido, come il primo giorno di convalescenza, al termine della malattia dei sensi, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Personal Jesus&#8221; è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto creata dall&#8217;autore con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p>Nella stanza sta nascendo la primavera, tienila stretta nel pugno della mano, lasciala andare finché non sarà il vento a gridare il<strong> cantico della rimozione</strong>.</p>
<p>Pallido, come il primo giorno di convalescenza, al termine della malattia dei sensi, al solstizio della stagione buia, come particella della solitudine del disordine altrui: <strong>ti riconosci?</strong> Bacia, senza provare disgusto; abbraccia, senza pentirti.<br />
Sussurra il cantico che guida e ispira il sorriso di un bambino tra le spighe di grano, beccato mentre piscia, immortalato tra felicità e stupore.<br />
È arrivata la primavera: puzza di adolescenza, di speranza sbarazzina.<br />
È venuto in soccorso il tuo <strong>Personal Jesus</strong>.</p>
<p>Ti ha preso per mano, ti ha spalancato la porta della sua stanza da letto.<br />
L&#8217;azzurro delle pareti, come il cielo nelle giornate di serenità piatta, simile al mare scosso dal vento di terra, ti ha acceso il ricordo immobile che genera mondi: un&#8217;assemblea di bambini che disegna il sole, gli alberi e una famiglia dai tratti mostruosi ma sorridente.<br />
Nel cantico dei tuoi pensieri, tra i santi anonimi bevitori stava seduto il tuo inaccessibile dolore:<strong> il padre e il suo peccato originale</strong>.<br />
È di fronte il ricordo di lui che hai fermato lei, la donna della tua età adulta: non c&#8217;è amore sotto gli occhi del padre; ammaestra prima il tabù, liberalo dall&#8217;angoscia, relegalo al silenzio, che sia inoffensivo per te e per sé stesso.</p>
<p>Spiccato il volo, vorticando come la sabbia nel vento, tu crescevi con la convinzione che l&#8217;amore fosse uno e unico, giammai trino, fin quando non scopristi che il bello e il brutto non agitano la passione: <strong>l&#8217;eros non è un valore</strong>, ma un istinto suscitato dal tepore e dal profumo di un corpo.<br />
Desideravi il corpo di chi voleva essere sempre desiderata: chiunque ella fosse; sei entrato e sei uscito, ti sei deriso, accusato e per un tratto rincoglionito, non ti sei mai giustificato: <strong>hai fatto ciò che andava fatto</strong>.<br />
Eri tu, irrevocabile nel giudizio, a cercare corpo dopo corpo l&#8217;assoluzione, la necessità di morire tra chiazze bianche e figli incompiuti, in una stanza o dietro una siepe, su un muretto con l&#8217;intonaco arricciato, nel sottopassaggio buio in cui attendevate che il treno coprisse i vostri schiamazzi.<br />
E mai finisce quella voglia di cercare, di fermarsi solo per poco e poi fuggire.<br />
Hai abolito il padre, ma non il suo spirito: ti sei sentito abbandonato nel <strong>qui-ora</strong>, come per il resto dei tuoi giorni.<br />
Ti sei portato via i suoi sogni; hai messo in tasca le sue lacrime.<br />
Sparire per primo, sparire per salvarsi, essere perennemente in uno stato di dissolvenza, fino a non lasciare traccia.</p>
<p>Il cantico della rimozione è muto: la voce inespressa dei momenti sospesi che si mostrano a te come film senz&#8217;audio e in bianco e nero.<br />
Non hai ancora musicato le strofe, non hai dato note al tuo pianto e al tuo sorriso, non hai permesso che altri spiriti entrassero in te: <strong>sei l&#8217;origine e la fine, il padre che si è fatto padre di sé stesso.</strong><br />
Senza colore, senza rumore, senza voce, senza un te che si prenda il merito delle vittorie e delle sconfitte.<br />
Ora torna alla prima strofa, ripeti tutto dal principio; sussurra e pentiti, pentiti e riconciliati, riconciliati e non cantare più.<br />
È un finale possibile che sta tra il tuo cuore e la tua anima, tra il fegato e i polmoni; impara a respirare e a purificare, scegli se amare o se consegnarti all&#8217;eternità.</p>
<p>Falla finita.<br />
Non cantare più <strong>Personal Jesus</strong>.<br />
Il silenzio è un atto di guerra rivolto ai cretini.<br />
Non recitare più atti di dolore in pubblico: non lasciare che un gioco di parole risvegli un <strong>pettegolezzo.</strong></p>
<p>Infinite volte ti sei distrutto per una parola.<br />
Infinite volte ti struggerai per amore di una parola.</p>
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		<title>Interpretazione del bene e del male: un avvelenamento</title>
		<link>https://www.borderliber.it/interpretazione-bene-male/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jan 2025 23:01:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo e foto di Martino Ciano Nell&#8217;interpretazione del bene e del male, l&#8217;uno contenuto nell&#8217;altro, ciascuno indivisibile dal principio così come dalla fine, ognuno ha iniziato a intraprendere la strada del patimento, non restando muto e insensibile davanti a ogni richiamo di dolore fisico e spirituale. Ora ascolta Guardiano di un cielo grigio come latta, [&#8230;]</p>
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<h4>Articolo e foto di Martino Ciano</h4>



<p>Nell&#8217;interpretazione del bene e del male, l&#8217;uno contenuto nell&#8217;altro, ciascuno indivisibile dal principio così come dalla fine, ognuno ha iniziato a intraprendere la strada del patimento, non restando muto e insensibile davanti a ogni richiamo di dolore fisico e spirituale.</p>
<p>Ora ascolta <strong>Guardiano</strong> di un cielo grigio come latta, tu che siedi e domini silenzioso osservando gli uomini che si battono come bestie tra le trame del libero arbitrio, vomita una parola di <strong>assenso o di dissenso</strong>. Basta poco per infrangere il patto: <strong>il legislatore è più potente dell&#8217;osservante</strong>.</p>
<p>Si combatte in una arena stretta, su un terreno di cemento. Basta divertirsi, basta lasciare ogni essere nella sua confusa libertà; nessuno sa più quale direzione prendere. <strong>Il bene e il male non esistono</strong>, perché tutto si dilegua nel tempo: l&#8217;ingiustizia di oggi verrà considerata, con il &#8220;senno di poi&#8221;, una scelta saggia e lungimirante.</p>
<p>Il frutto generato dall&#8217;albero del dubbio, che ha introdotto la morte, è diventato abbastanza maturo, mostra i suoi effetti collaterali. Diagnosi: avvelenamento da interpretazione del bene e del male. <strong>Tu conosci la cura?</strong></p>
<p>Ti vedo impegnato in una battuta di caccia su <strong>TikTok</strong>, alcuni predicatori hanno portato il tuo messaggio lungo le strade dei social. Grazie a una connessione vigorosa le loro voci sono squillanti, mai tentennano, mai zoppicano tra un <strong>frame</strong> e l&#8217;altro.</p>
<p>Annunciano la tua venuta e il giorno in cui scadrà l&#8217;abbonamento a una rivista fondata in tuo nome; e proprio l&#8217;annuncio di questa seconda scadenza, che contiene anche l&#8217;invito a rinnovare per pochi euro il nostro contratto di salvezza, appare più vera della prima. Ecco il bene e il male in due avvisi per il tuo popolo santo. <strong>Chi brucerai prima: chi predica o chi ascolta?</strong></p>
<p><strong>A 250 milioni di anni luce da noi sta avvenendo uno scontro tra galassie iniziato 700 milioni di anni fa.</strong> Gli scienziati ammirano i bagliori delle stelle, le porte dei cieli che si spalancano e da cui balenano nuovi corpi celesti. Anche lì, <strong>San Michele</strong> guida le tue truppe contro le orde di <strong>Lucifero</strong>? Tu gusti la tua opera, la tua guerra su più fronti universali, l&#8217;eterna vittoria della distruzione creatrice.</p>
<p>Padre di ogni gioiosa catastrofe <br />si compia la tua volontà.</p>



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