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	<title>Novella Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Giovanna Granato: &#8220;Ecco come è stato tradurre Tripla Eco&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/giovanna-granato-ecco-come-e-stato-tradurre-tripla-eco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 09:39:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Border News]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[Approfondimento]]></category>
		<category><![CDATA[Bates]]></category>
		<category><![CDATA[Novella]]></category>
		<category><![CDATA[Recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista di Martino Ciano. In copertina una foto di Giovanna Granato, traduttrice di Tripla Eco di Herbert Ernest Bates. Tripla Eco (di cui abbiamo parlato in questo articolo) è un racconto che colpisce per il suo equilibrio narrativo e per una tensione costruita senza forzature, capace di immergere subito il lettore nell&#8217;atmosfera sospesa della campagna [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Intervista di Martino Ciano. In copertina una foto di Giovanna Granato, traduttrice di Tripla Eco di Herbert Ernest Bates. </strong></p>



<p></p>



<p><strong>Tripla Eco</strong> <a href="https://www.borderliber.it/tripla-eco-bates-e-linganno-dei-ruoli/">(di cui abbiamo parlato in questo articolo)</a> è un racconto che colpisce per il suo equilibrio narrativo e per una tensione costruita senza forzature, capace di immergere subito il lettore nell&#8217;atmosfera sospesa della campagna inglese durante la <strong>Seconda Guerra Mondiale</strong>. Attraverso la storia di Alice e Barton, <strong>Bates</strong> mette in scena un gioco sottile di ruoli, identità e adattamento, dove il travestimento diventa non solo espediente narrativo ma anche chiave per esplorare solitudine, paura dell&#8217;abbandono e trasformazione. Il tutto senza cedere a letture romantiche o eroiche della guerra, ma mostrando un&#8217;umanità nuda, costretta a ridefinirsi. In questo equilibrio delicato tra stile, temi e contesto si inserisce il lavoro di traduzione di Giovanna Granato, che diventa parte integrante della resa dell&#8217;opera. E proprio a lei abbiamo posto delle domande.</p>



<p><strong>Nel racconto emerge un equilibrio narrativo molto naturale, con colpi di suspense mai forzati. In fase di traduzione, quali sono state le principali difficoltà nel restituire questo ritmo senza appesantirlo? Ci sono state scelte specifiche per mantenere questa leggerezza tesa?</strong></p>



<p><strong>R: </strong>Traducendo questo libro mi sono resa conto da subito che la lingua tersa e apparentemente leggera in realtà è sostenuta da una struttura rigorosa e che la naturalezza deriva da un gioco di pesi e misure sapiente e calibrato. <strong>Bates</strong> non lascia niente al caso: ogni parola detta, non detta o ripetuta all&#8217;infinito, ogni rombo di tuono o di cannone, ogni canto di usignolo o scroscio di pioggia hanno un posto, una logica e un significato ben precisi. E così il fucile e, ovviamente, le eco del titolo che si rincorrono lungo tutto il libro. Il mio compito è stato individuare i cardini su cui poggia l&#8217;intero componimento o composizione, quasi in senso musicale, e cercare di restituirli senza forzature. Lasciare non detto quello che l&#8217;autore non dice, non spiegato quello che non spiega. Lavorare, come fa lui, per sottrazione. Questo ha richiesto tempo, attenzione e grande pazienza, ma il fatto che lei leggendo la mia versione colga un equilibrio narrativo molto naturale mi ripaga di tanti sforzi.</p>



<p><strong>Tripla Eco si regge molto sullo scambio di ruoli tra Alice e Barton, anche attraverso il travestimento e una progressiva ridefinizione delle identità. Quanto è stato complesso preservare questa ambiguità senza sovraccaricarla di significati più contemporanei?</strong></p>



<p><strong>R: </strong>L&#8217;idea di riportare a una logica contemporanea l&#8217;ambiguità del rapporto tra Alice Charlesworth e il soldato Barton non mi ha mai sfiorato. Chi traduce asseconda l&#8217;autore, non il presunto lettore del momento. I lettori cambiano ma la <strong>Letteratura</strong> quando, come in questo caso, ha la maiuscola rimane, ed è capace di parlare attraverso le epoche a chiunque abbia voglia o orecchie per ascoltarla. Non ha bisogno di essere addomesticata dal traduttore. Qui il tema dell&#8217;ambiguità è molto forte e chiunque può leggerlo secondo i propri criteri a partire dalle scelte fatte dall&#8217;autore, non da me. Aleggia nei silenzi, negli sguardi, nei piccoli gesti. Se mi fossi posta il problema di un ipotetico lettore incapace di coglierli e mi fossi arrogata il diritto di infarcire, spiegare e forzare avrei fatto un grande torto all&#8217;autore e, ne sono convinta, anche al lettore, e il testo avrebbe perso ogni incanto.</p>



<p><strong>Considerando che il racconto è del 1970 ma ambientato nella Seconda Guerra Mondiale, come hai gestito il rapporto tra lingua, contesto storico e sensibilità del lettore di oggi? Hai cercato una fedeltà più filologica o una resa più accessibile?</strong></p>



<p><strong>R: </strong>Il rapporto tra lingua e contesto storico lo ha risolto <strong>Bates</strong> affiancando a una lingua ad alto tasso letterario dialoghi dove a tratti domina il gergo, anche quello militare. Ma è solo una patina che dà sapidità alla lingua parlata, perciò non ha richiesto grandi ricerche o sforzi particolari. Quanto all&#8217;accessibilità della resa, <strong>Nabokov</strong> diceva che il peggiore livello di turpitudine raggiungibile in quello che lui definiva lo strano mondo della trasmigrazione verbale è spianare, appiattire o abbellire un capolavoro per conformarlo alle idee e ai preconcetti di un determinato pubblico, per compiacere una certa idea di lettore che chi traduce può essersi fatto. Non potrei essere più d&#8217;accordo.</p>



<p><strong>Cosa ti è rimasto impresso di questo autore durante il lavoro di traduzione?</strong></p>



<p><p><strong>R: </strong>La sua grandissima maestria. La capacità di combinare alla tecnica un che di impalpabile creando una miscela perfetta che dà al racconto un&#8217;aura magica. Non a caso <strong>Graham Greene</strong> è arrivato a definire Bates il <strong>Čechov</strong> inglese.</p>
<p><strong>Ringraziamo Giovanna Granato per averci dedicato il suo tempo e le auguriamo buon lavoro.</strong></p></p>



<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il sogno di Iris</title>
		<link>https://www.borderliber.it/sogno-iris-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jan 2025 23:01:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Cura]]></category>
		<category><![CDATA[malattia]]></category>
		<category><![CDATA[materia]]></category>
		<category><![CDATA[Novella]]></category>
		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[sogno]]></category>
		<category><![CDATA[spirito]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Il sogno di Iris&#8221; è un racconto di Stefania De Mitri. Foto di Martino Ciano La pelle diafana, talmente chiara che potevi distinguere il percorso delle vene come i fiumi sulla carta geografica. Gli occhi celesti, gocce d’acqua contro il cielo. Le labbra esangui, rosa pallido. Esile come un fuso, piccolina. Un sorriso illuminava i [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Il sogno di Iris&#8221; è un racconto di Stefania De Mitri. Foto di Martino Ciano</strong></p>
<p>La pelle diafana, talmente chiara che potevi distinguere il percorso delle vene come i fiumi sulla carta geografica. Gli occhi celesti, gocce d’acqua contro il cielo. Le labbra esangui, rosa pallido. Esile come un fuso, piccolina. Un sorriso illuminava i lineamenti del volto.</p>
<p>Generosa, pulita come l’aria di montagna. Se avessi potuto assaggiarla avresti sentito il gusto dei fiordalisi. Si chiamava Iris. Aveva trent’anni e da tempo faceva volontariato in ospedale, aggirandosi fra le corsie e i letti dei malati. In quell’ambiente riusciva a percepire il fruscio degli angeli.</p>
<p>Prendendo su di sé la sofferenza della gente aveva imparato a sentire il respiro delle cose, però avrebbe voluto essere capace di non sentire il male delle persone, il rumore del dolore, l’angoscia dell&#8217;infermità.</p>
<p>Dolcemente cercava di lasciarsi andare al pensiero di diventare un angelo, per assistere i malati assicurandosi protezione dalle emozioni. Non era sposata. La sua aria eterea produceva un effetto straniante sugli uomini. Pur essendo attraente, stando vicino a lei nessuno riusciva a superare la sensazione di avere accanto un&#8217;essenza.</p>
<p>Aveva avuto alcuni fidanzati che in breve l’avevano abbandonata volgendo le loro attenzioni verso compagne dotate di maggiore fisicità. Non che le importasse molto, stava bene da sola. Aveva perso i genitori da giovanissima. Era abituata al dialogo interiore.</p>
<p>Per dedicarsi completamente alle persone malate aveva iniziato a frequentare un corso da infermiera. Sperava di diplomarsi velocemente. Essere in grado di addormentare il dolore, produrre un anestetico. Per questo desiderava diventare un angelo. Tutti i suoi malati già la chiamavano così.</p>
<h3>Il sogno di Iris è una preghiera</h3>
<p>Ogni sera, nel chiuso della sua stanza da letto, pregava: ”Angeli di Dio che siete i miei custodi, illuminatemi e proteggetemi. Pregate il Signore affinché mi accolga nelle vostre schiere. Amen.”</p>
<p>Il sapore del cioccolato, il gusto frizzante delle bollicine di champagne, lo sfrigolio di una salsiccia di maiale appena arrostita. Nulla di ciò le interessava. Sarebbe vissuta bene anche a pane e acqua.</p>
<p>Magari avesse potuto smettere di mangiare. In effetti si nutriva pochissimo, quanto bastava per avere la forza di assistere i suoi malati. Aveva pochi amici, non le piacevano le discoteche, i pub, le birre. Non le piaceva uscire a fare shopping con le amiche, colorarsi i capelli, chattare on line.</p>
<p>Voleva aiutare i bisognosi, sollevarli da terra. Apprendere la leggerezza del volo, farsi spuntare le ali. Il suo sogno ricorrente era di svegliarsi una mattina e di avere le ali. Portava amore e sollievo ma non era vaccinata dai sentimenti, dalla paura, dal dolore. Voleva l’immunità.</p>
<p>La giornata era stata pesante, una malata terminale era andata via stringendole la mano. Aveva sentito uno strappo dentro di sé nel momento del trapasso, un risucchio di energia.</p>
<p>La sera aveva i piedi gonfi per le tante ore passate in piedi a vegliare, la testa confusa, le ginocchia che si piegavano. Arrivata a casa andò difilata a letto, addormentandosi tutta vestita. La notte fece ancora quel sogno, col passare delle ore sentiva aumentare il senso di leggerezza.</p>
<p>La mattina dopo il sole filtrava attraverso le imposte. Si stropicciò gli occhi, allungò le braccia per sgranchirsi e si trovò sospesa nella stanza. Riuscì a spalancare la finestra sollevandosi in volo. Finalmente.</p>
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		<title>L&#8217;arcobaleno e il serpente</title>
		<link>https://www.borderliber.it/arcobaleno-serpente-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jun 2023 01:25:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[animali]]></category>
		<category><![CDATA[Bimbo]]></category>
		<category><![CDATA[Cielo]]></category>
		<category><![CDATA[favola]]></category>
		<category><![CDATA[Novella]]></category>
		<category><![CDATA[Serpente]]></category>
		<category><![CDATA[Sole]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto di Antonello Cristiano. Foto in copertina di Martino Ciano Dall’ombra bassa della veranda, gli occhietti cisposi di sua zia non gli davano tregua. Li sentiva sulla pelle più acuti di tutta l’artiglieria fluviale, tra il raggio obliquo, le zanzare e le spine del solano. Quello sguardo famigliare e paranoico accampava pretese assurde sulla vita [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Racconto di Antonello Cristiano. Foto in copertina di Martino Ciano</em></strong></p>
<p>Dall’ombra bassa della veranda, gli occhietti cisposi di sua zia non gli davano tregua. Li sentiva sulla pelle più acuti di tutta l’artiglieria fluviale, tra il raggio obliquo, le zanzare e le spine del solano.</p>
<p>Quello sguardo famigliare e paranoico accampava pretese assurde sulla vita di un settenne come lui, vocato all’<em>equatorialità</em>, sempre in declino sulle acque limacciose del fiume, a tredici passi precisi dal suo asilo, uno che sognava alligatori a fauci spalancate e scimmie in bilico… Quello sguardo come una calamita avrebbe potuto per assurdo dominare le immense tenaglie della malaria che stringevano con fuoco e sudore a partire da occidente, ma non il pizzico ferruginoso dell’estro selvatico da cui Nino era stato già <em>tetanizzato</em>.</p>
<p>Suo padre era ricercatore a San Paulo, e da quando possedeva memoria conduceva la sua piccola vita sotto la sobrietà del liscio banano. Mamma e malaria erano per lui la stessa parola, giacché dal giorno in cui la donna che l’aveva messo al mondo fu resa scheletro da un vortice di febbri, le due parole avevano il potere di confermarsi o di annientarsi a vicenda.</p>
<p>Pressoché in perfetta solitudine, la sua biografia poteva riassumersi in un allontanarsi graduale e concentrico dal corbello in cui giaceva tra una poppata ed una meccanica ripulita al sedere.</p>
<p>Nessuna premura di genitore o di amico gli aveva passato affannosamente l’ingiallito testimone del timore per le varie bestiole amazzoniche, così afferrava nella viva mano gechi pustolosi e tarantole golia, mentre le raganelle verde acido le avrebbe ciucciate come sorbetti, e le scolopendre giganti erano così buffe con quel muovere affannoso di zampette che avrebbe voluto accoglierle nel suo lettino, ma chissà che solletico gli avrebbero fatto, lui che ne soffriva così tanto!</p>
<p>Provava invece un orrore soprannaturale per le sabbie mobili, argomento le cui uniche delucidazioni aveva ricevuto dal cugino, maggiore di lui di tre anni.</p>
<p>“Stai bene attento a dove vedi bulicare. Due, tre bolle che affiorano facendo blu blu ti avvisano che non devi andare oltre. Attento alla terra colore del piombo. Quando inizia a succhiarti quasi non ti accorgi. Ti senti lievemente ubriaco, poi inizi a decrescere. Credimi amico mio, sotto la pianta del piede affondando lentamente incominciavo a sentire scricchiolare chissà cosa, ossicini, gusci di noci, mentre la faccia sollevata diveniva una maschera galleggiante in mezzo alla pozza, un macabro nenufaro. Allora senti le braccia dei morti che tirano. È come nascere, ma a rovescio.”</p>
<p>Gli domandò come fosse uscito vivo da quella trappola mortale. “Presto detto: camminando all’indietro come i gamberi. È vero, è come salire a ritroso tre o quattro gradini, l’ultimo ti riporta felicemente sulla sponda”.</p>
<p>In un mattino di topazi esplosi, dopo una interminabile pioggia notturna, scese come al solito sull’argine, facendo largo al suo stupore in una insenatura tutta dorata, che solo il giorno prima non esisteva. Nino pensò che mano d’uomo vi avesse scavato una splendida attesa, ma invece in quel luogo non si era accanita che la lunga acqua notturna.</p>
<p>Al centro dell’insenatura, nell’eccesso di luce, iniziò a scandirsi qualcosa come un immenso tronco palpitante, un’anaconda dal muso profilato come quello di un’accetta. Ne percorse con gli occhi il filo del dorso per ben tre volte prima di avvicinarsi alla creatura.</p>
<p>Era stupefacente. Le squame della sua spessa pelle assomigliavano a scaglie di pigna. Le larghe chiazze che la maculavano erano come toppe di scura canapa intessuta. Pareva pieno di ricettacoli ma non ospitava nessun parassita. Liscio e puro, per niente viscido come decantavano. Anzi: torrido. Il contrario speculare del fiume limaccioso.</p>
<p>Gli occhi di Nino cominciavano a bruciare e per placarli li posò un istante sull’arcobaleno del versante opposto, che un piede nell’ombra l’altro nella luce faceva pesare il mostruoso ponteggio delle sue anche sul verde folto della foresta rumorosa.</p>
<p>Ma nel mattino tropicale, dalle libellule alle <em>dinizie</em>, e poi nella sera, dalle zanzare alle stelle, non c’è nulla nella jungla che non sia mostruoso.</p>
<p>Nino cercò il centro esatto dell’anaconda, la parte più voluminosa del tronco, soltanto per potervici sedere a cavalcioni ed ammirare i moti ondosi delle spire volteggiare attorno a lui. Non faticò per nulla a farsi posto, ma dalla sua giostra inerte spinse di nuovo l’occhio sull’arcobaleno, titanica ruota, che sembrava avviarsi in riflessi metamorfici affondando in una lontanissima estremità della terra per riaffiorare, dopo aver assaggiato le viscere della terra, di nuovo sul lato opposto in un ciclo perenne, quasi stridendo e sprizzando scintille di piume dai colori folgoranti. Poi tornò al serpente che sotto di lui pareva invece morto. Avrebbe voluto spronarlo, e così fece, grattando colla fibbia del suo sandalo il vasto fianco squamoso. Ciò che accadde fu una specie di accensione: prima un crollo leggero, poi un risucchio frusciante di spire che pareva volessero evolversi nel loro segno definitivo, là in cielo, ma non riuscivano a comporre che tanti piccoli semicerchi sempre cangianti, un inutile discorso fatto di sole virgole.</p>
<p>Quella notte sognò che il serpente poteva parlare. Gli raccontò di sua madre e del fiume che egli aveva ingoiato. Infatti si vide il letto arenoso dove prima rotolavano le acque. Adesso era cosparso dappertutto di strani ossicini bianchissimi. Disse a Nino di accostarsi ancora un poco, e gli mostrò sul suo corpo delle piccole creature sublunari. Sollevavano le squame per spiarlo, e, subito dopo, spaventate, riabbassarle in un lampo. Erano gli abitatori del serpente. Gli parlò di altre, di troppe cose. Ma non gli disse nulla delle braccia dei morti, né si fece guardare nelle fauci.</p>
<p>Al mattino seguente Nino, discendendo per prima cosa sull’argine, trovò al suo posto un contorto e levigato legno secco. L’arcobaleno si era bevuto tutto il serpente.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/arcobaleno-serpente-racconto/">L&#8217;arcobaleno e il serpente</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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