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		<title>Un ruolo, forse tragicomico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Jan 2026 20:02:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Un ruolo, forse tragicomico&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore  Ora immagino di nascere. L&#8217;uscita dall&#8217;utero materno, scivolando da un universo all&#8217;altro. Mi viene attribuito il ruolo di neonato. Comincia la scoperta del mondo, cavalcando il vento, sempre più denso, della vita. Giorno dopo giorno un nuovo ruolo, fino a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Un ruolo, forse tragicomico&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto dell&#8217;autore </strong></p>
<p>Ora immagino di nascere. L&#8217;uscita dall&#8217;utero materno, scivolando da un universo all&#8217;altro. Mi viene attribuito il ruolo di neonato. Comincia la scoperta del mondo, cavalcando il vento, sempre più denso, della vita. Giorno dopo giorno un nuovo ruolo, fino a diventare senza senso, quando vecchio e annoiato andrò a guardare il tramonto, pensando al mio.</p>
<p>Ora chiudo gli occhi. Sparisce il mondo, abbraccio il nero. Cieco, mi sono attribuito un ruolo; cupo, mi sono dato al giorno. Di allegria mi sono travestito solo per non fare sentire in colpa gli altri per le loro risate. Volevo tornare a casa, trovare un giorno di pace. Ho sentito la guerra del mondo e mi sono armato anch&#8217;io. Ho sonno, nonostante io sia in un immenso girotondo, tra grida e schiamazzi.</p>
<p>Ora fuggo, come un tempo. Nei giorni del dolore a cui si sommano le ore spensierate. Gridando all&#8217;unisono la rabbia e la dolcezza, ritrovando ricordi sommersi, un ruolo da fuggitivo mi attribuisco per non pesare più sulle spalle del tempo. Infami tutti i sorrisi e irriconoscenti gli amori perduti. Mi sono rifugiato tra i rigurgiti dei miei sogni, alcuni di essi mi hanno spaventato più degli incubi.</p>
<p>E ora corro, mi inseguo, mi acciuffo e mi incateno. C&#8217;è un cumulo di rimorsi con cui giocare a mosca cieca. Mentre si finge di non essere tormentati, immolandosi come martiri su croci improvvisate dai benpensanti, un ruolo da indifferente mi attende sulla soglia di casa. Camminando tra le vie di un mondo ancora addormentato, cullato dai primi bagliori del giorno, io vedo le cose comparire come se fosse la prima volta. Sbocciano senza nessun rimpianto, ma non per me.</p>
<p>Nell&#8217;istinto di sopravvivenza annunciato da un&#8217;allusione, nel sentirsi deboli anche se bisogna dimostrare forza, io mi accorgo che non sono solo. Ecco, mi attribuisco il ruolo di accompagnato, quasi vedendomi maledetto, privato del fiato e spaventato dal troppo che resta anonimo e dal poco a cui è stato dato un nome.</p>
<p>Così vanno via le certezze: chiudendo gli occhi e sussurrando al cielo di sentirsi al sicuro, almeno per un altro giorno.</p>
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		<title>La metà del doppio. Bermùdez e l&#8217;interpretazione della relatività</title>
		<link>https://www.borderliber.it/la-meta-del-doppio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jun 2023 01:35:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Borges]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina &#8220;La metà del doppio&#8221; di Fernando Bermùdez, Spartaco edizioni, 2020 Se le interpretazioni sono ciò che rendono particolari e immortali i fatti, allora Fernando Bermùdez è un interprete della relatività e i suoi racconti descrivono una delle molteplici percezioni che possiamo avere di un evento, magari quella che più [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina &#8220;La metà del doppio&#8221; di Fernando Bermùdez, Spartaco edizioni, 2020</strong></p>
<p>Se le interpretazioni sono ciò che rendono particolari e immortali i fatti, allora <strong>Fernando Bermùdez</strong> è un interprete della relatività e i suoi racconti descrivono una delle molteplici percezioni che possiamo avere di un evento, magari quella che più ci fa comodo. Lo scrittore argentino ricalca quella corrente che <strong>Borges</strong> ha inaugurato con le sue <strong>Finzioni. </strong>Finzioni che in Bermùdez sono invece <strong>piani concreti di una realtà</strong> che le parole sanno comporre e sgretolare.</p>
<p>È un&#8217;equazione quella che viene risolta in ogni racconto, in cui la trama pian piano si distrugge per giungere a una poetica di ricordi, di fatti, di possibilità, di alternative e di esperimenti linguistici che si raggruppano <strong>intorno al loro motore immobile</strong>. Ma la forza dello scrittore argentino è quella di rendere tutto semplice, normale, come se così fosse, come se la quotidianità fosse un <strong>ingorgo nel quale ci siamo abituati a vivere.</strong></p>
<p>In <strong>&#8220;La metà del doppio&#8221;</strong> c&#8217;è un ricerca dell&#8217;infinito sul quale aleggia il senso di spaesamento di personaggi che si muovono in spazi senza tempo, in cui la continuità è solo mantenuta viva dalla costante interpretazione di quanto accade. Ignari di ogni conseguenza, <strong>i protagonisti di questi racconti incrociano e inseguono eventi</strong>. Pensiamo dunque a uno scrittore che inventa storie su storie, che prova a incastrare i pezzi, mentre ognuno di essi può dare inizio a un episodio diverso. E che sia proprio questo lavorio incessante a provocare il suo <strong>tumore al cervello?</strong> Che sia questo tentativo di ordine che mette scompiglio nella sua salute, anche mentale, tanto da sentirsi parte di un racconto?</p>
<p><strong>I traumi irrisolti, la coazione a ripetere, i transfert</strong> sono tutti elementi <strong>freudiani</strong> che si instaurano tra queste pagine, come a voler catalogare, medicalizzare, nella logica umana ciò che non si può spiegare. Difficile credere che tutto intorno sia finzione, ripetizione di comode verità che lasciano sopravvivere l&#8217;uomo? <strong>Bermùdez ci accarezza e poi ci inganna</strong>, o meglio, ci sveglia da tutto ciò che credevamo di sapere.</p>
<p><strong>Sette racconti da leggere con attenzione</strong>, capaci di sorprendere il lettore, di spingerlo oltre ogni comodo ragionamento. Una scrittura in cui ogni parola apre e chiude porte su ipotesi e possibilità che si sfidano. In tutto questo Bermùdez resta un autore da seguire.</p>
<p>Pregevole anche la postfazione di <strong>Gianni Barone</strong>, traduttore di questi racconti, che attraverso una limpida analisi storica ci dona importanti spunti di ricerca sulla letteratura argentina, la quale ha saputo abbracciare attraverso i suoi esponenti le evoluzioni artistiche più lontane. Doveroso quindi, ringraziare Barone per avermi fatto scoprire questo scrittore.</p>
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		<title>Condividere ai tempi dei social network</title>
		<link>https://www.borderliber.it/condividere-ai-tempi-di-facebook/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Nov 2022 01:52:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Adriana Sabato Condividi nella tua storia, si legge così sul profilo Facebook – Meta, boh, come si chiami ancora non lo so &#8211; quando invita a formulare ed estendere i propri pensieri e le proprie opinioni ad un insieme di persone, di amici che abbiamo incontrato in questa piazza virtuale o che conosciamo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/condividere-ai-tempi-di-facebook/">Condividere ai tempi dei social network</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Articolo di Adriana Sabato</strong></em></p>
<p><em>Condividi nella tua storia</em>, si legge così sul profilo Facebook – Meta, boh, come si chiami ancora non lo so &#8211; quando invita a formulare ed estendere i propri pensieri e le proprie opinioni ad un insieme di persone, di amici che abbiamo incontrato in questa piazza virtuale o che conosciamo di persona…personalmente!</p>
<p>Un’agorà che non piace a <em>tutti</em>, ma nella quale<em> tutti</em> sono più o meno presenti. <em>Tutti</em> scrivono e condividono. La nuova socialità passa attraverso una rete, una maglia sottile che va ad aggiungersi ad altre maglie &#8211; formando la rete &#8211; e alla quale tutti ormai possiamo accedere.</p>
<p>Nulla di nuovo, anzi, scontato che sia così: il contrario non è ammesso. <em>Come, non sei su Fb</em>?</p>
<p>Sembra quasi oltraggioso non esserci…</p>
<p>Tutti uguali? Tutti assuefatti? Mi viene da dire. Forse sì, forse no. Chi c’è, ok, e chi non c’è va a guardare ugualmente, si affaccia da questo davanzale sociale per dare un’occhiata: <em>se pò fa</em>, dicono i romani. Non solo i giovani, e no, eh, questo luogo comune è da sfatare.</p>
<p>Umberto Galimberti, il celebre filosofo il sociologo, si interroga, rispondendo alle lettere di numerosissimi giovani e non solo, sulle ragioni della loro dipendenza dai social network. Con lucidità estrema, esamina il problema. “Siamo malati di social network?” si chiedono. E poi si rispondono: “No, è quel modo di comunicare la vera malattia, perché ciò che si mostra in quella vetrina virtuale è quanto vorremmo che gli altri vedessero di noi, il desiderio mai morto di costruzione di un nuovo io, la ricerca di approvazione, più che di reale comprensione”.</p>
<p>La conclusione di Galimberti appare incoraggiante. “È interessante constatare una sorta di disaffezione da parte dei nativi digitali nei confronti dei mezzi informatici. Possiamo pensare che il ritorno al mondo reale, dettato dalla nostalgia e dal bisogno, cominci proprio da loro, e che si continui ad andare in piazza, come si faceva fin dai tempi antichi, ad interrogarsi e confrontarsi su questa e molte altre cose?&#8221;</p>
<p>Ma poi, siamo sicuri che siano solo i giovani le vittime di questo nuovo “gioco”,  visto che invece per i più attempati sembra o rischia di esserlo? Oppure per i giovani rappresenta solo un mezzo? Troppi signori e troppe signore lo considerano davvero “<em>nu iucarill</em>” e lo adoperano senza saperlo realmente usare…</p>
<p>Quanto sia vero il fatto che questa nuova piazza non sia semplicemente un modo alternativo di fare semplice gossip o anche peggio, l’altro modo di aprire discussioni e polemiche senza alcun senso e anche molto pericolose per la sanità mentale <em>sic et simpliciter</em>, non è dato saperlo con certezza. La piazza è troppo ampia e i pregiudizi tanti; certo è che per molti a volte rappresenta l’unico modo di comunicare e di avere (forse) una vita sociale, di fare nuove amicizie e altre esperienze e non come potrebbe essere nella realtà tangibile.</p>
<p>Però è un qualcosa, quel qualcosa che, saputo usare, serve, e per alcuni serve davvero. È, oserei dire, una vera consolazione per chi vuole comunicare con affetti lontani, fisicamente lontani e con amici conosciuti in occasioni, le più disparate &#8211; che, senza il mezzo tecnologico, finirebbero inevitabilmente nel dimenticatoio e sicuramente nell’oblio.</p>
<p>E scusate se è poco…</p>
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