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	<title>Famiglia Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>I leoni di Forenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Sep 2025 21:45:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;I leoni di Forenza&#8221; è un articolo di Andrea Basana. Le foto utilizzate in questo articolo sono state fornite dall&#8217;autore Ed eccoci nuovamente a parlare della famiglia Veltri, nobile casato cosentino trasferitosi a Forenza alla fine del XVII secolo. Questa famiglia, che tanto lustro diede alla cittadina di Forenza, pareva misteriosamente destinata all&#8217;oblio della storia. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;I leoni di Forenza&#8221; è un articolo di Andrea Basana. Le foto utilizzate in questo articolo sono state fornite dall&#8217;autore</strong></p>
<p>Ed eccoci nuovamente a parlare della famiglia Veltri, nobile casato cosentino trasferitosi a Forenza alla fine del XVII secolo. Questa famiglia, che tanto lustro diede alla cittadina di Forenza, pareva misteriosamente destinata all&#8217;oblio della storia. Siamo davvero felici perciò che il marchese Agostino Veltri, generale della provincia di Teramo, abbia monumentalizzato la residenza forenzese ad eterno memento dell&#8217;importanza raggiunta dalla propria stirpe, impedendo che il ricordo delle loro gesta si dissolvesse tra le pieghe del tempo.</p>
<p>In tal frangente ci occuperemo di una delle loro residenze minori, una masseria amenamente adagiata tra i biondi campi di grano e i dolci declivi della campagna forenzese: la masseria Zaffiro. L&#8217;edificio, nonostante abbia un po&#8217; risentito dell&#8217;incedere del tempo, continua a ergersi fiero e solenne. Le solide murature in viva pietra e le eleganti aperture echeggiano ancora la maestosità del suo periodo aureo.</p>
<p>Quest&#8217;edifico di certo doveva svolgere un qualche ruolo primario nella vita della famiglia Veltri, cosa questa che ne spiega i continui ampliamenti. L&#8217;edificio, infatti, già di fondazione secentesca, nel XVIII secolo venne ampliato ed <em>ingetilito</em>, cosa probabilmente da legare all&#8217;assunzione della famiglia Veltri al rango di conti.<br />
Se probabilmente la residenza perse durante il XIX secolo parte dell&#8217;importanza tributatale inizialmente, non venne mai dismessa ed anzi, seppur in maniera più discreta, continuò ad essere abbellita.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-14959 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2025/08/Leoni_Forenza.jpg?resize=800%2C646&#038;ssl=1" alt="I Leoni di Forenza, particolare" width="800" height="646" data-recalc-dims="1" /><br />
Proprio di uno di questi abbellimenti parleremo ora, un&#8217;inusuale ed elegante decorazione in ceramica posta a coronamento del tetto dell&#8217;edifico. Nella fattispecie si trattava di una coppia di leoni in maiolica bruna e di un busto femminile in vesti orientali in maiolica verde: <strong>un leone ed il busto sono ora di proprietà della famiglia Ciranna, attuali proprietari della masseria</strong>, che ci hanno gentilmente concesso le foto, mentre il secondo leone è ora in una collezione privata.</p>
<p>Una decorazione davvero insolita che non trova riscontri nell&#8217;architettura tradizionale forenzese e che sembra al momento essere un unicum nell&#8217;intera Basilicata. I due leoni erano posti in prossimità del cornicione, mentre il busto si trovava sul colmo del tetto a coronamento del colombaio poligonale.</p>
<p>Questi elementi risultano davvero insoliti, non essendo il circondario famoso per la propria produzione ceramica, ed è inoltre stravagante anche il loro collocamento, venendo essi solitamente posti a decoro dei giardini e non di certo arrampicati sui tetti. La loro fattura li dichiara palesemente opere del XIX secolo, facendo pensare che essi siano giunti con le grandi opere di ampliamento del palazzo cittadino volute da Agostino nella seconda metà dell&#8217;800, e chissà che non sia stato proprio lui a farli alloggiare in tale inconsueto modo, mentre magari dalla quiete della masseria seguiva i lavori di ampliamento del palazzo di famiglia.</p>
<p>Buffo risulta notare come la fattura dei leoni, che direi oramai esser chiaro non essere né di epoca imperiale né tantomeno di materiale lapideo, ricordi nei tratti del volto più dei setter irlandesi che dei veri sovrani della savana. Viene da chiedersi se non sia stata proprio tale somiglianza con il genere canino a convincere la famiglia ad acquistarli: ricordiamo, infatti, che sul loro stemma, a richiamo del cognome, vi è raffigurato un veltro, il quale non è altro che un cane da caccia, perciò quale miglior auspicio sarebbe potuto essere per la nobile stirpe avere a guardia dell&#8217;edificio due canidi che trasmutano il loro essere in fieri leoni? Quasi che le statue fossero la trasposizione ceramica della fierezza, della potenza e della nobiltà assunte dalla famiglia.</p>
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		<title>Se ritieni che sia giusto di Pasquale Allegro</title>
		<link>https://www.borderliber.it/se-ritieni-che-sia-giusto-di-pasquale-allegro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Aug 2025 22:01:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Se ritieni che sia giusto&#8221; di Pasquale Allegro, Arkadia Editore, 2025 Come raccontare di un padre che ha deciso di porre fine alla propria vita? Come può riuscirci un figlio, che tra mille domande non può fare altro se non darsi poche sbiadite risposte? Gira tutto intorno a questo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Se ritieni che sia giusto&#8221; di Pasquale Allegro, Arkadia Editore, 2025</strong></p>
<p>Come raccontare di un padre che ha deciso di porre fine alla propria vita? Come può riuscirci un figlio, che tra mille domande non può fare altro se non darsi poche sbiadite risposte? Gira tutto intorno a questo <strong>&#8220;Se ritieni che sia giusto&#8221;</strong> di Pasquale Allegro. Lo scrittore calabrese firma un romanzo che con una prosa delicata e penetrante prova a mettere ordine tra ricordi ed emozioni. L&#8217;obiettivo è la riconciliazione.</p>
<p>Marco, sognatore sia da bambino che da adulto, scandaglia il male di vivere di suo padre Alberto, uomo conquistato dal dolore, mosso dall&#8217;irrequietezza, marchiato da una oscura sofferenza che ha provato a sedare con l&#8217;alcol. Eppure, per il figlio, se non tutto è perdonabile, allora ogni cosa ha bisogno di essere compresa.</p>
<p>Davanti alla tragedia della morte tutte le cose vengono messe a nudo, apparendo parte della stessa sostanza. Non si può giudicare solo con quella divisione di comodo tra &#8220;ciò che è bene e ciò che è male&#8221;. Bisogna avere il coraggio di addentrarsi, di analizzare, di purificare gli errori. D&#8217;altronde la morte mette davanti a questa &#8220;verità&#8221;: ogni esistenza porta con sé i suoi tormenti.</p>
<p><strong>&#8220;Se ritieni che sia giusto&#8221;</strong> è come un monologo che scende in profondità, in cui il bilancio non è né triste né gioioso, in cui nulla si chiarifica attraverso un giudizio. È riflessivo lo scrittore calabrese. Il suo Marco è un narratore disincantato, pacato, ma pur sempre severo, perché racconta le cose per ciò che sono. Nella sua ricostruzione non ci sono né ferocia né buonismo, ciò che si manifesta nella sua memoria viene distillato.</p>
<p>Allegro quindi è essenziale, come sempre lo è stato nei suoi libri. Ripete i concetti per aprire a nuove domande e a riflessioni ulteriori. Si spinge oltre perché c&#8217;è qualcosa di &#8220;filantropico&#8221; nella sua scrittura: l&#8217;uomo non è un ideale, ma è la vita e da essa viene plasmato; la sua natura non è frutto di una morale o di un&#8217;etica, ma è la sintesi delle caratteristiche che animano l&#8217;ambiente nel quale ha vissuto. Il suo status dipende da qualcosa che sta in terra, anche se aspira al cielo. Ma quanto è dolorosa la strada per la purificazione. In sostanza, prima del cambiamento, o della redenzione, ciascuno va accettato per ciò che è.</p>
<p><strong>&#8220;Se ritieni che sia giusto&#8221;</strong> quindi è un romanzo che già dal titolo ci pone davanti a un dilemma. Le scelte di Alberto sono la sua unicità; il modo in cui Marco le racconta sono solo una delle interpretazioni possibili a cui ci si può attenere. In questo groviglio esistenziale, in cui a dialogare sono un padre e un figlio, nel mezzo del quale la memoria può solo apparecchiare una tavola amara, le parole si fanno mezzo. Consce che non ci sono soluzioni ma solo dubbi, come tutte le volte che la morte ci strappa via improvvisamente qualcuno di caro.</p>
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		<title>Sole a stella chiù vicina</title>
		<link>https://www.borderliber.it/sole-a-stella-chiu-vicina-giannella-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 May 2025 22:01:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Sole a stella chiù vicina&#8221; è un racconto di Adalgisa Giannella. In copertina una foto di Costabile Giannella Violante, professoressa di lingua e cultura italiana al Liceo classico Attilio Bartolucci di Napoli, resta immobile dietro la cattedra, lo sguardo fisso su Sole. Non le è mai piaciuta quella ragazza zenzulùsa vestita come un pagliaccio e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Sole a stella chiù vicina&#8221; è un racconto di Adalgisa Giannella. In copertina una foto di Costabile Giannella</strong></p>
<p>Violante, professoressa di lingua e cultura italiana al Liceo classico Attilio Bartolucci di Napoli, resta immobile dietro la cattedra, lo sguardo fisso su Sole. Non le è mai piaciuta quella ragazza <em>zenzulùsa</em> vestita come un pagliaccio e costantemente sulla difesa, <em>cumm s’aspettass d’essere scriteriata e s’appreparass a dispiettarla</em>.</p>
<p>Ci sta pure che a scuola è brava. Intuitiva e pronta, prima della classe senza alcuna fatica, nata intelligente pure se strampalata. Violante deve rassegnarsi, capire <em>ca pazzi e criatur</em>, Dio l’aiuta. Sole <em>c’arricurda</em> la sorella Clelia, in manicomio da anni che riempie quaderni e muri di formule e figure geometriche, preferendo il viola a ogni colore. Lapis e pennarelli li vuole tutti color melanzana, guai se no, <em>s’arruvuta</em> l’ospedale e le devono iniettare il Limbytril per calmarla. Con quello dorme due giorni e il personale <em>s’arripusa pure iss</em>.</p>
<p>Violante ricorda le parole della madre. Per campare ci vogliono amore, ironia e pazienza (pensiero filosofico partenopeo) sentimenti che lei non tiene dato che nei quartieri spagnoli, tra muri grigi e sgarrupati, ha conosciuto miseria, <em>sfurtuna</em> e guerre. Violante s’è imparata a campare come una lucciola tra i veleni. Ha studiato e s’è guadagnata una cattedra che mantiene lei e Clelia in una Napoli indiscreta e puzzolente, perennemente contraddittoria e confusa.</p>
<p>Equilibrio per lei è <em>na parola</em> complessa, barcolla mentre la vita le mette dentro anni, responsabilità e pure <em>cazzimma</em>, la parte criminale ereditata dal padre in galera per omicidio di primo grado. Si sistema gli occhiali sul naso adunco e torna a Sole, si chiede perché abbia messo sul capo quella retina gialla che trattiene i capelli lucidi e neri simili a nu capitone appena pescato.</p>
<p>La osserva mentre sottolinea con un pennarello giallo alcuni passi dell’Odissea. Prova invidia per quell’interesse che a lei non è venuto mai naturale. Dalla finestra spalancata lo scirocco preannuncia ca staggion sta per arrivare. Tre mesi di solitudine, per compagnia <em>sulament</em> libri, compiti da correggere e qualche visita a Clelia per non dimenticarla.</p>
<p>A Sole ci piacciono gli outfit <em>sluccicosi: pajette</em>, perline, <em>plastic acculurat&#8230; tutt chell</em> che fa luce. <em>C’arricurdano</em> che si chiama Sole, a stella chiù vicina, nome che <em>quàccheduno</em> le ha dato pure se <em>amprèss amprèss</em> dopo averla partorita <em>inta na stalla scura, ncopp a na paglia rossa, sanghe ra mamm.</em></p>
<p><em>Nu bigliett inta a nà cupertell</em> e lana misera, tutto dorato pure se è maggio con scritto Buon natale e felice anno nuovo e sotto cinque parole scarabocchiate: a <em>creatur</em> si chiama Sole. Ilde e Graziano l’hanno subito amata ch’è poca cosa, forse più adorata. Sole ha riempito i loro cuori di luce, vento, aurore ridenti. Un soffio di vita tra le foglie nere del disagio esistenziale di quei due sopravvissuti.</p>
<p>Ilde, con i suoi abitini puliti e poveri, ha lasciato l’orfanotrofio a diciotto anni per lavorare nella sartoria dei <em>Trevisini</em>, gente che mai s’incurva, perché castellani di denaro. L’hanno piazzata come un manichino a un tavolo nero d’ebano con i cumparielli suoi: aghi d’ogni misura, forbici, gessetti, ditali, spagnulett r’ogni culor, stoffe scintillanti.</p>
<p>Ci hanno <em>accunzato nu giaciglio ncopp e stoff antiche, chell</em> che nessuno vuole chiù perché fuori moda e là ci dorme perché una casa non se la può permettere con i quattro soldi che guadagna. I fratelli <em>Trevisini</em> la violano l’anno dopo nello stanzino senza finestre delle stoffe pregiate, <em>appulizzandole</em> il sangue con uno scampolo di seta. Lo fanno a turno: prima il minore per <em>apprepararlo</em> alle femmine, poi il maggiore ormai scafato e brutale.</p>
<p>— <em>Stu segret</em> te lo devi tenere in corpo. Guai a te se lo sveli a qualcuno!</p>
<p><em>Accisa</em> prima ancora di crescere, Ilde continua a lavorare per bisogno e <em>pecchè</em> a vita pure se<em> sfrantuma</em> poi ti può aggiustare, si tratta di resistere <em>comm</em> l’aquilone che c’ha regalato Graziano il tappezziere al compleanno, fatto di canapa gialla e nastri azzurri che nelle giornate di vento vola fino in<em> Paravis</em>. Lo ama Graziano che la rassicura e la conforta con occhi scintillanti pure se tiene trent’anni più di lei. Gli racconta della violenza, lui la sposa senza fiatare e se la porta via.<br />
Figli non ne arrivano, ci sta mistero nel creare, pure se due si amano appassionatamente e sono sani, l’universo non li accontenta.</p>
<p>Ci vuole tempo che non hanno <em>p’addiventà</em> genitori e quando il Tribunale dei minori ci <em>appropone</em> Sole,<em> magrulell e picciàtusa</em>, se la portano a casa e sulla culla ci mettono un carillon con lune e stelle perché già sanno che Sole alluminerà a vita loro.</p>
<p>Violante si reca a messa ogni domenica e non lo fa per fede. Indossa l’abito di tulle nero, un foulard amaranto e le scarpe con tacco dodici. Siede davanti, sulla panca antistante l’altare e fa l’amore con don Gabrio, il sacerdote giunto da Nairobi nel dicembre dell’anno prima. Ne ammira il corpo statuario, la pelle di velluto nero, lo sguardo provocante e sente le fiamme salirle al cervello corrotta dalla bellezza e dalla voglia di possederlo. Non ha mai amato, lo fa ora a quarant’anni silenziosamente, adorando il parroco come <em>foss nu sant</em>.</p>
<p>Più di una volta spossata da quella <em>manìa</em>, cerca di lottare contro i demoni che l’attanagliano, ma a vincere <em>so’</em> loro e maledetta da Dio entra nell’abisso e non ne esce più. Imbrunisce e Napoli <em>s’acculora</em>. Penombre, luci, tinte indefinite scorrono in ogni dove, <em>l’auciedd int a l’aria nfosa</em> trillano e Clelia si perde nel cielo dietro le inferriate grigie. Ha una piccola bambola color viola che ninna come <em>na picciredda</em>, toccandole il nasino di <em>pannolence</em>. È lucida e cerca la casetta che la ospitava prima che impazzisse. Con il pensiero la vede, i grandi alberi la ombreggiano, è tinta d’azzurro il colore preferito da Pasquale l’innamorato suo, sui davanzali vasi con gerani e violaciocche. Ci sente le strilla di Giulietta dalla culla e le viene da svenire.</p>
<p>Allora ricomincia dall’inizio quando per strada incontra Pasquale mentre accaldato beve acqua <em>sulferegna</em>. Si guardano ed entrano<em> int a na</em> nuvola d’amore tagliata in due da un raggio di sole. Pasquale Cassari appartiene a una famiglia importante di Caserta che per il figlio tengono n’affetto sprupusitato e progetti d’avvenire suntuosi e lungimiranti.</p>
<p>A Clelia non permettono neanche di varcare la soglia di casa quando il figlio s’appresenta per mano alla guagliona nullatenente e <em>scurfanìella</em>. Arrivano giorni bui nei quali non potersi vedere, accire o core a tutti e due. Per stare insieme decidono di ricorrere alla “fuitina” in una domenica di fine novembre. <em>Inta na casarella</em> <em>abbandunata</em> stendono una coperta a terra e ci lasciano ammore e <em>allerezza</em>.</p>
<p>I carabinieri s’appresentano a mezzogiorno e si <em>rubbano</em> a Pasquale. Clelia torna da Violante che la chiama<em> zòccola e arruvinafamiglie</em>. La chiude a chiave <em>inta stanzulella</em> e la giovane passa mesi a piangere e a chiamare Pasquale finché <em>chist nun</em> arriva e se la porta via. S’affittano <em>na casarella</em> davanti al mare. Clelia in attesa di un bambino cuce e ricama per tutto il paese. Pasquale naviga sui pescherecci di notte per agguadagnarsi qualcosa. Ci stanno solo loro e la felicità. Da lontano il Vesuvio fuma come<em> nu viecch arràggiat</em>.</p>
<p>Clelia partorisce a primavera. La creatura vede prima le braccia di Violante, poi quelle della madre. È <em>bellell assaìe</em> con il vestito lilla cucito da Clelia durante la gravidanza, ha gli occhi ammaliatori di Pasquale e i capelli color cannella della madre, due manine che si attaccano al seno con devozione. A dicembre, poco prima di Natale la favola finisce.</p>
<p>Pasquale per <em>agguadagnarsi</em> qualche soldo in più, esce in mare<em> cu na tempesta rùgnusa</em> e il mare nella notte cupa se lo piglia sotto il <em>balenìo</em> dei fulmini e non lo restituisce più. Clelia impazzisce. Di notte cammina e siede sugli scogli aspettando che il mare ce lo riporti l’amore suo, mentre le onde spumanti e minacciose raccontano tutt’altro. Il Vesuvio da lontano chiagne e singhiozza.</p>
<p>Ci sta una crisi che allarma Violante. Giulietta piange e la sorella si dimentica di nutrirla. La bimba perde peso e si ammala. Si sente obbligata a chiamare i Cassari che si prendono la nipote, fanno interdire Clelia e da lì tutto precipita.</p>
<p>Sole ha le idee confuse sull’amore. Ilde l’ha <em>appreparata</em> male perché ci parla di api e fiori, di mici <em>accalurati</em>, di aspettare che è presto. Lo capisce <em>l’ammor</em> quando al mercato accatta bracciali e cullane da Fosco ch’è sluccicoso come lei e tiene orecchini anche nel naso, catene sull’ampio torace, cinte borchiate sui fianchi.</p>
<p>Lui quando la vede ci canta E allora resta, resta <em>cumm me, resta resta cumm me</em>, qui sul mio cuore e Sole s’innamora di lui e pure di Pino Daniele. Le scuole son finite e lei è stata promossa a pieni voti. La <em>staggione</em> è un turbinìo di cerimonie, è <em>allerìa</em>, caldo e si va al mare. Partirà a breve per Procida dove ogni anno Graziano e Ilde cercano refrigerio in un appartamento in riva al mare.</p>
<p>Ce lo vuole dire a Fosco, ma lo vede <em>ciancìare</em> con Isabella e ci passa la voglia. Se ne torna stizzita verso casa passando davanti a <em>na chies piccirella</em> e sentendosi accalorata, entra e s’assetta nella panca in fondo dopo essersi fatta il segno della croce immergendo la mano nell’acquasantiera. La professoressa Violante entra all’improvviso. Con il vestito rosso scollato e i tacchi, fatica a riconoscerla e ci scapp na risata. Tra le mani un ventaglio in pizzo nero che sbentulià a tutta forza sul viso appuntito. La vede entrare in sagrestia. Dalla tenda schiusa due mani scure si appoggiano con <em>cunferenza</em> sulle natiche scese, poi un <em>bisbiglìo</em> confuso e Violante non ci sta <em>cchiù</em>. <em>Copp e panche na scia</em> di Narciso Rodriguez s’ammescula cu l’incenso.</p>
<p>Sole <em>s’arricord</em> l’amor profano quello scabroso al quale ha appena assistito tra la professoressa soia e il prete di colore e <em>mò</em> tiene un motivo per <em>scurniàrla chella</em> finta santa.</p>
<p>A Giulia i botti non piacciono, ama solo i bengala che fanno le stelline senza rumore. E’ ferragosto ed è festa grande sulla collina di Posillipo e Castel dell’Ovo da lontano, sembra un dipinto. La nonna le ha fatto indossare un vestito di pizzo bianco e un cappello di paglia con fiori gialli, le ha lasciato sciolti i lunghi capelli ramati che l’afa estiva arriccia e scompone. Ha dieci anni e se ne va a zonzo per i giardini di Villa Cassari chiedendosi perché ha una madre che non le permettono di vedere. La foto con il viso di Clelia l’ha trovata in un cassetto della scrivania del nonno, dietro scritto “Sappi che ti amo pure se non mi vedi accanto a te. Ci sarò sempre a proteggerti” firmato tua madre Clelia.</p>
<p>È una foto che puzza di medicinale, si chiede perché, poi sulla busta che la contiene legge <strong><em>CENTRO DI SALUTE MENTALE SANTA DINFNA – NAPOLI</em></strong> e si scura in volto.</p>
<p>L’estate è finita. Settembre porta il fresco, le prime piogge rendono lucidi i sampietrini delle strade, qualche spiro di vento <em>appulezz</em> l’aria, <em>l’addore</em> e mare si fa chiù forte. Si torna a scuola: ultimo anno di liceo. Nelle aule si respira aria di colla e legno stantio. Sole ha messo in croce Ilde e si è fatta cucire una camicia rossa con sopra perline d’ogni <em>culore</em>.</p>
<p>La indossa sopra a nu jeans <em>strappat</em> e senza forma. I capelli li ha intrappolati in un basco arancione che <em>luccechèa comm nu girasol</em>. Incontra lo sguardo <em>schiattùso</em> di Violante e ci fa l’occhiolino <em>comm foss</em> l’amica sua. Quella si aggiusta le lenti sul naso e le fa cenno di sedersi. Sole si avvicina e le sussurra piano “Puttana!” Violante si sente svenire.<br />
<em>E femmene so vendicative e nun s’arriposano mai, chest</em> è a verità. E poi difficile spiegare il rispetto alle nuove generazioni se chell vecchie nun l’hann capìto.</p>
<p>È un mese che Clelia è tornata in sé. Le hanno tolto gli psicofarmaci, le sedute analitiche e pur la bambola di pezza. Adesso lavora in cucina e ripara tovaglie e lenzuola stracciate. Scrive tutti i giorni su di un quaderno, disegna la figlia e Pasquale. Il dolore s’è fatto <em>chiù piccirill e mò</em> se vuole vedere Giulietta s’adda <em>spiccià</em> a guarire.</p>
<p>Violante le fa visita spesso e sedute in giardino in mezzo a cascate di giacinti, parlano di mille cose e si rivogliono bene. Quando Clelia torna a casa, pur se ci stà a paur, decidono di riprendersi Giulia. Violante si allontana dal peccato e prepara una lettera per Sole, ch’è chiù e <em>na lettera, è na storia poco allèra di lei e chella sòra sfurtunat</em>.</p>
<p>— Nonna perché mi hai detto che la mamma è morta?<br />
Grazia Messeri si sente svenire, si appoggia allo stipite della porta per non cadere, s’ammutisce perché parlano gli occhi <em>appaurati</em> al posto suo davanti allo sguardo severo della nipote e il viso di Pasquale che<em> smorfieggia</em> da una foto sulla parete dell’ampio salone, le mette addosso cento anni. Il disgusto per quel che ha fatto, le fa pensare che la morte adesso, sarebbe <em>na</em> bella cosa.</p>
<h4>Cinque anni dopo</h4>
<p>È Natale e nel parco di Villa Messeri hanno <em>appriparat n’abete chino</em> e luci. Gli angeli di pietra ai lati dell’enorme cancello<em> smorfieggiano</em> alle rose argentate che non hanno mai smesso di fiorire. Il Vesuvio è incipriato di bianco e finalmente si sta <em>zitt e non murmulìa</em>. L’aria è fresca e l’addor e cib arriva chiù fort dalle cucine della villa. <em>Addor e pasta fresca, basilic, carn arrustùt</em>, cafè e struffoli con miele.</p>
<p>Cristo è nato <em>n&#8217;ata vota</em> e lo sono pure i protagonisti del nostro racconto e figuriamoci se la sottoscritta non trovava il giusto finale a <em>na</em> storia che pure se <em>appucundrùta</em> e drammatica poi <em>s’dda riscattà, se no a chè</em> serve scrivere?</p>
<p>Dentro al salone ci sta <em>na</em> tavola<em> appreparat</em> a festa. Candelabri in argento, porcellane e cristalli ci gettano sopra una bella luce. Clelia e Giulia sistemano sullo scintillante albero di Natale le palline con i nomi di ciascuno. Le ha decorate Sole, sluccicose e coi colori giusti: rosso amore, argento eleganza, oro luce. Per l’occasione si è fatta cucire da Ilde un vestito di velluto rosso lungo fino alle caviglie, sui fianchi una fusciacca verde smeraldo e indossa un paio di <em>camperos</em> neri e lucidi.</p>
<p>Violante la guarda con tenerezza e si rammarica per averla pensata sconsiderata e scellerata quella donnina che dalla lettera in poi l’ha sostenuta e ammorbidita. Guarda attentamente anche Grazia che abbraccia la sorella e la nipote con affetto e si meraviglia di come gli eventi possano cambiare e le vite rifiorire. Non crede ai miracoli ma a un riscatto dal dolore <em>quann a chist se rice</em> basta, quello sì.</p>
<p>Ilde e Graziano la invitano a sedere accanto a loro. Sono una famiglia anzi come afferma Sole “di troppa famiglia” e le famiglie <em>s’hann vulè</em> bene pure se in agguato ci sta nu passato <em>malament</em> e dolori non ancora assopiti. <em>Chell ca s’adda capì è che chiù</em> dei cromosomi e la consanguineità ci stanno comprensione, fiducia, rispetto e pure accettazione. <em>Chell che s’adda capì che il gentilìzio</em> è un debito d’amore e che…</p>
<p>All’improvviso <em>na</em> farfalla bruna si appoggia al sorriso di Pasquale sulla parete, pare che il giovane dica:” Basta <em>penziamènti</em>, siete fortunati! Qua sopra non si è poi così felici! Quando sono partito ho lasciato le cose a metà e mi sono chiesto se ce l’avreste fatta ad <em>accuncià ogni cos,</em> ma forse a man e Dio è proprio <em>chest</em>, un respiro profondo e segreto che aggiusta le cose.”</p>
<p>Sole afferra la chitarra e pensa a Nico che come lei brilla e le vuole bene.<br />
La voce morbidamente esce e avvolge ogni cosa.</p>
<p><em>Ma basta &#8216;na jurnata &#8216;e sole</em><br />
<em>E quaccheduno ca te vene a piglia&#8217;</em><br />
<em>Ma basta &#8216;na jurnata e sole</em><br />
<em>Pe&#8217; pote&#8217; parla&#8217;</em></p>
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		<title>Susan Sontag: la matematica della società contemporanea</title>
		<link>https://www.borderliber.it/susan-sontag-la-matematica-della-societa-contemporanea/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Mar 2025 23:08:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Donna]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Pontoriero]]></category>
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		<category><![CDATA[scrittrice]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’illusione della famiglia nucleare, i rapporti di potere, la dialettica profondamente impari tra donne e uomini e uno sguardo lucido e minuzioso. Questi gli argomenti dell&#8217;articolo di Rosanna Pontoriero su &#8220;Susan Sontag&#8221;. Le foto sono state fornite dall&#8217;autrice Articoli lucidi, scientifici, razionali, che contengono una pacatezza descrittiva, da laboratorio di biologia. Sono persino atemporali: sembrano [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’illusione della famiglia nucleare, i rapporti di potere, la dialettica profondamente impari tra donne e uomini e uno sguardo lucido e minuzioso. Questi gli argomenti dell&#8217;articolo di Rosanna Pontoriero su &#8220;Susan Sontag&#8221;. Le foto sono state fornite dall&#8217;autrice</strong></p>
<p>Articoli lucidi, scientifici, razionali, che contengono una pacatezza descrittiva, da laboratorio di biologia. Sono persino atemporali: sembrano scritti stamattina. <strong>Susan Sontag</strong> è, letteralmente, una matematica della società: capace di mettere a nudo dinamiche familiari, lavorative e sociali, come se possedesse le formule per risolvere funzioni e teoremi. Dicono sia una femminista, ma va oltre il femminismo, per molti versi lo sveste, con un indice sociologico e antropologico, consapevole come ogni battaglia riformista, sebbene porti miglioramento, non intaccherà mai la gerarchia di genere, che caratterizza la specie umana. Bersaglia la benemerita famiglia nucleare, rea di mantenere intatta la subordinazione, con l’aggravante di caricare le donne di lavoro, facendole soccombere nell’organizzazione di casa, lavoro, famiglia. In quel <strong>“devo fare tutto io”</strong>, che inchioda le femmine umane, martirizzandole. E, pressate di preoccupazioni e responsabilità, naufragano in un mare amaro di frustrazione e stanchezza.</p>
<h3>Susan Sontag: una scrittrice dall’occhio lungo</h3>
<p>Non si può raccontare <strong>Susan Sontag</strong>, nata a New York nel gennaio del 1933 e morta nella stessa metropoli americana nel dicembre del 2004, nel tempo di un articolo, sarebbe come amputarle le braccia. Tuttavia, <strong>“Sulle donne”</strong> andrebbe letto in treno, in automobile e persino sul water, perché raccoglie articoli che hanno un occhio lungo e profetico. Il patriarcato non si indebolirà se le donne continueranno a lavorare da gregarie: aspettando ai piedi del palco, nell’ufficio accanto, ritagliandosi una dimensione di compromesso con l’essere femmine, per natura accondiscendenti e silenziose.</p>
<p>E, permettetemi di interferire, prima di addentarci nella scrittura di <strong>Susan Sontag</strong>. Nei giorni scorsi leggevo una cronaca giudiziaria e in una lista interminabile di penalisti, non ho trovato il nome di una donna. Fanno tutte altro, cosa? Mansioni di mediazione, per non perdere troppo tempo e non prendere troppo la scena. Nuda verità dei fatti. Il lavoro femminile lo abbiamo confinato nelle scuole, lì dove si può trovare una formula di conciliazione, di subordinata trattativa, di preservazione dell’ordine dominante.</p>
<p><strong>Susan Sontag</strong> mi sorriderebbe con vivacità. Scrive a proposito del lavoro femminile: «Le donne devono evadere dai ghetti in cui sono confinate: impieghi che continuano a sfruttare il loro ininterrotto addestramento al servilismo. Per una donna l’uscire di casa per accedere al mondo, si traduce raramente in un impiego nei riguardi del mondo, vale a dire in una realizzazione sociale; nella maggior parte dei casi è inteso come un modo per guadagnare denaro, per arrotondare al reddito familiare. (…) Finché nel mondo del lavoro il sistema di segregazione sessuale conserverà la sua forza, la gran parte della gente continuerà a trovare un modo per giustificarlo, insistendo col dire che alle donne manca la forza fisica, la capacità di formulare giudizi razionali, l’autocontrollo emotivo». Ad oggi, <strong>Susan Sontag</strong> scrive negli anni settanta, siamo ancora in un mondo sessualmente segregato.</p>
<figure id="attachment_12255" aria-describedby="caption-attachment-12255" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-12255 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2025/02/Sontag_Foto_2.jpg?resize=800%2C435&#038;ssl=1" alt="Susan Sontag, un'altra foto dal web" width="800" height="435" data-recalc-dims="1" /><figcaption id="caption-attachment-12255" class="wp-caption-text">Screenshot</figcaption></figure>
<h3>L’illusione della famiglia nucleare</h3>
<p>La famiglia è una istituzione che lottizza i sentimenti e basa le dinamiche sulla possessione, sui confini. Scrive, a tal proposito la Sontag: «La pecora storica della famiglia non sta nell’autoritarismo, bensì nei rapporti di proprietà su cui si basa la sua autorità. I mariti possiedono le mogli; i genitori possiedono i figli». E sulla famiglia nucleare aggiunge: «È una famiglia inutile, una perfetta invenzione della società industriale urbana. La glorificazione della famiglia non è soltanto un esempio di profonda ipocrisia; mette in luce una significativa contraddizione strutturale nell’ideologia e nell’operato della società capitalista». E allora cosa è auspicabile secondo la scrittrice? «Non la distruzione della famiglia, ma il superamento della contrapposizione tra casa e mondo». I diritti possono rimanere cattedrali nel deserto: «Il fatto che in Spagna sia impossibile ottenere il divorzio, mentre lo si ottiene in Messico, non rende la condizione delle donne messicane migliore rispetto a quella delle donne spagnole». È verità colata.</p>
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		<title>Serge, o delle ordinarie stravaganze di una famiglia</title>
		<link>https://www.borderliber.it/serge-reza-famiglia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yoursocialnoise]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Sep 2024 01:05:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Auschwitz]]></category>
		<category><![CDATA[Austria]]></category>
		<category><![CDATA[DNA]]></category>
		<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[Ebrei]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[Rimorsi]]></category>
		<category><![CDATA[Serge]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Antonio Maria Porretti. In copertina: &#8220;Serge&#8221; di Yasmina Reza Non so se Yasmina Reza segua una religione in particolare nella sua vita, di certo con la sua scrittura mostra di avere una fede senza riserve nella lucidità.Che si tratti di narrativa o pièces per il teatro, poco importa. La perseveranza e l&#8217;ardore della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Recensione di Antonio Maria Porrett</strong>i. <strong>In copertina: &#8220;Serge&#8221; di Yasmina Reza</strong><br /><br />Non so se <strong>Yasmina Reza</strong> segua una religione in particolare nella sua vita, di certo con la sua scrittura mostra di avere una fede senza riserve nella lucidità.<br />Che si tratti di narrativa o pièces per il teatro, poco importa. La perseveranza e l&#8217;ardore della sua pratica, mi fanno pensare alla strategia che un matador potrebbe mettere in atto e perseguire fino a giungere al <strong>&#8220;momento della verità&#8221;</strong> con il suo toro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando lo sguardo dell&#8217;uno si conficca in quello dell&#8217;altro. In Serge, l&#8217;animale da affrontare e afferrare per le corna ha le sembianze di una famiglia. Una come tante, con relazioni e legami sempre più in corso di sfaldamento. Tema già abbordato da Reza in altri suoi precedenti lavori (<strong>&#8220;Felici i Felici&#8221; e &#8221; Il dio del massacro&#8221;, giusto per citarne due tra i più noti</strong>). Ancora una volta sorprende l&#8217;originalità della sua visione, giacché in questo caso l&#8217;arazzo che intesse sul telaio di una comune origine e appartenenza, si innesta e sovrappone a sua volta sulla tragedia dell&#8217;Olocausto.<br /><br />Serge, Jean e Anne (fetta Nana) Popper sono francesi di origine ebrea. Nessuno di loro ha però mai fatto i conti con questa eredità genetica, fino a ora vissuta prevalentemente per via indiretta, attraverso storie di famiglia a far da sfondo alla loro infanzia e adolescenza, quando vivevano ancora tutti insieme sotto lo stesso tetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La morte di Marthe, la madre, e soprattutto un viaggio ad <strong>Auschwitz</strong>, voluto e organizzato da Joséphine, figlia di Serge e unica giovane esponente della famiglia a mostrare la volontà di conoscere e comprendere, li riporterà tutti geograficamente e emotivamente al contatto con le proprie radici. Ognuno reagirà a modo suo e Reza osserva e riporta da par suo ogni singola variante di approccio e coinvolgimento. Compreso l&#8217;atteggiamento anestetizzato e asettico di Serge che non si fa scrupolo di mostrare la sua totale estraneità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una riflessione di estrema scomodità e sottigliezza che Yasmina Reza opera in questa osmosi tra piccola e grande storia: <strong>che cosa resta, che cosa sopravvive di uno</strong> <strong>stesso Dna nel tempo? </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rischio di una cancellazione e rimozione è già una realtà; una guerra mossa all&#8217;attacco di una <strong>Memoria</strong> che potrebbe un giorno scomparire nell&#8217;indifferenza di un silenzio glaciale. E tornando in parallelo alla famiglia, cosa può tenere ancora uniti fratelli e sorelle, quando il punto fermo genitoriale è ormai sepolto?</p>
<p>Sotto conformismi o convenienze di facciata, c&#8217;è dell&#8217; altro? I legami si sfilacciano, i ricordi sbiadiscono, manipolati spesso da una memoria in cerca di indulgenze di auto-assoluzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono sempre troppo poche le coscienze dotate di un coraggio sufficiente ad affrontare con occhio depurato da emotività di comodo o di parte, quel &#8220;momento della verità&#8221;. Impresa difficile, certo, anche tanto e troppo, ma non impossibile. Occorre avere la volontà di allenarsi a compierla; esiste una propedeutica al riguardo: <strong>osservarsi, uscendo da sé stessi.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è anche chi ce l&#8217;ha per indole. Non è una fortuna, nemmeno un privilegio riservato dalla sorte, semplicemente un dato di fatto. Una circostanza e caratteristica del laboratorio biologico che ciascuno allestisce e organizza al proprio interno. Anche con <strong>&#8220;Serge&#8221;,</strong> Reza disseppellisce verità nascoste. Anche con &#8221; Serge&#8221; non blandisce, né lenisce. Piuttosto ferisce, armata soltanto di quella nettezza cartesiana così connaturata alla grande letteratura francese di ogni epoca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per chi può, consiglio di leggere questo libro in versione originale, altrimenti lo si trova come sempre pubblicato da Adelphi. L&#8217;importante è leggerlo e non farselo scappare.</p>
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