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	<title>Biografia Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Memorie Meridiane di Giovanni Corsi: uno squarcio sul Novecento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Aug 2025 22:01:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Clelia Moscariello. In copertina: &#8220;Memorie Meridiane&#8221; di Giovanni Corsi, autopubblicazione del gennaio 2024 Memorie Meridiane è una raccolta di racconti autobiografici, uscita come pubblicazione indipendente a gennaio del 2024, che rappresenta un excursus a tutto tondo, a ritroso, nella vita dell’autore. La storia parte dalla prima infanzia del suo autore, vissuta sui monti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Clelia Moscariello. In copertina: &#8220;Memorie Meridiane&#8221; di Giovanni Corsi, autopubblicazione del gennaio 2024</strong></p>
<p><strong>Memorie Meridiane</strong> è una raccolta di racconti autobiografici, uscita come pubblicazione indipendente a gennaio del 2024, che rappresenta un excursus a tutto tondo, a ritroso, nella vita dell’autore.</p>
<p>La storia parte dalla prima infanzia del suo autore, vissuta sui monti abruzzesi, dipanandosi, poi, a grappolo, sia geograficamente che cronologicamente, mediante una successione di vicissitudini e aneddoti di forma diaristica, raccontati tramite un registro fruibile (e qualche volta anche fin troppo scanzonato), che alterna ed equilibra bilanciando (ai fini dell’economia della narrazione) le tipiche bravate giovanili agli oggettivi fatti storici, gli episodi teneri e nostalgici e quelli più amari, spiacevoli e dolorosi, giungendo anche a trarre riflessioni maggiormente consapevoli e, talvolta, un po’ più ciniche.</p>
<p>E vasto, d’altro canto, è, senza alcun’ombra di dubbio, il materiale umano a cui ha avuto la fortuna di poter attingere il bravo <strong>Giovanni Corsi</strong>, il quale, da ricercatore-tecnologo, ha lavorato presso l’Università di Roma La Sapienza; al Centro Europeo dell’Educazione; all’Invalsi e all’Università Roma Tre.<br />
Giovanni è anche un autore di articoli e libri di argomento informatico e geografico ed è stato redattore in riviste scientifiche. Inoltre, è stato premiato dall’Accademia dei Lincei e dalla Società Italiana per il Progresso delle Scienze dal Nobel D. Bovet per la Didattica delle Scienze e Informatica.<br />
Giovanni Corsi oggi cura il suo blog: <strong>Blog &#8211; Stralci: così è (se vi pare) &#8211; Resistenza al pensiero unico</strong>.</p>
<p>In ogni caso, tornando al testo di <strong>Memorie Meridiane</strong>, occorre osservare, in primis, che esso, per sua fortuna, possieda l’immaginabile e malinconico fascino dell’istantanea che ci propone. Mi riferisco a quel fascino indotto dal ricordo di un mondo lontano che ormai non esiste più, di un’epoca analogica ormai completamente tramontata, di cui però i suoi cimeli oggigiorno acquistano, proprio per la loro rarità, un inestimabile valore che aumenta via via col tempo.</p>
<p><strong>Memorie Meridiane</strong>, in virtù del potere salvifico che sa avere l’attività della rimembranza, ma non solo grazie alla stessa, riesce a offrirci uno squarcio interessante quanto disinteressato, perché scevro da ogni prospettiva politica che possa essere altresì pseudo-faziosa, su quello che è stato il Novecento non solo italiano e su quello che esso ha rappresentato per noi tutti, ma soprattutto questo libro parla delle nostre radici e origini.</p>
<p>Allo stesso tempo, nel ripercorrere scenari in parte “già visti”, <strong>Memorie Meridiane</strong> ha in sé anche l’audacia non sottovalutabile del voler formulare proposte e promuovere alternative valide che possano avvicendarsi alle filosofie imperanti nel panorama attuale. Viene suggerito infatti, lungo l’iter dell’ultimo lavoro di Corsi, l’utilizzo di un <strong>Pensiero Meridiano</strong>, che si avvale a sua volta di un&#8217;ideologia che intende premiare la lentezza, la contemplazione e la relazione con il paesaggio naturale, in contrapposizione ovviamente, al nostro odierno globalismo dominante e per molti versi soffocante e opprimente.</p>
<p>Insomma, si tratta un’opera che consiglio senz’altro a chi voglia approfondire i fatti storici recenti ma anche a chi è semplicemente curioso di leggere una biografia.</p>
<p>Suggerisco, pertanto, <strong>Memorie Meridiane</strong> a un pubblico quanto mai eterogeneo per la sua godibilità, semplicità espressiva e, al tempo stesso, pure per l’intuitiva utilità dei suoi contenuti perché, a mio avviso, risulta encomiabile già il suo cosciente esercizio di memoria contestualizzato in un’era che tende a voler “dimenticare” e “rimuovere” ciò che non interessa nell’immediato.</p>
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		<title>Incompletezza: il Gödel di Deborah Gambetta</title>
		<link>https://www.borderliber.it/incompletezza-barettini-recensione-godel-gambetta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jun 2025 22:01:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Biografia]]></category>
		<category><![CDATA[Gambetta]]></category>
		<category><![CDATA[Godel]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Ponte alle Grazie]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Strega 2025]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;Incompletezza&#8221; di Deborah Gambetta, Ponte alle Grazie, 2024 Ho iniziato la lettura di Incompletezza: una storia di Kurt Gödel di Deborah Gambetta (Ponte alle Grazie) con molto scetticismo. La mia formazione umanistica, o meglio la quasi totale assenza di una formazione scientifica mi ha subito messo in allarme. Come [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;Incompletezza&#8221; di Deborah Gambetta, Ponte alle Grazie, 2024</strong></p>
<p>Ho iniziato la lettura di <strong>Incompletezza: una storia di Kurt Gödel</strong> di Deborah Gambetta (Ponte alle Grazie) con molto scetticismo. La mia formazione umanistica, o meglio la quasi totale assenza di una formazione scientifica mi ha subito messo in allarme. Come avrei potuto capire<strong> Kurt Gödel</strong>, così come si propone di fare l&#8217;autrice, io, che quando uscì Gödel, Escher e Bach, quasi un classico ai tempi, lo rifuggivo seppure stranamente attratto dall&#8217;idea di un matematico paragonato a uno dei disegnatori più arguti di tutti i tempi che ammiravo incommensurabilmente per il suo gusto per il paradosso.</p>
<p>L&#8217;inizio della lettura sottolinea però che la formazione dell&#8217;autrice non è dissimile dalla mia, e questo ha contribuito a darmi coraggio, seppure è certo che per scrivere di<strong> Gödel bisogna aver studiato Gödel</strong>, averlo capito, averlo in qualche modo fatto proprio. Si intuisce dunque quanto questa strada debba essere stata una sfida per Gambetta, dato il carattere auto-finzionale della narrazione, che l&#8217;autrice segue creando continui paralleli fra la sua vita e quella del matematico austriaco e allo stesso tempo mostrando progressivamente la crescita della scrittura e la forma auspicata.</p>
<p>È del resto interessante chi unisce i campi, chi sottolinea che fra mondo umanistico e mondo scientifico non ci sia una distanza incolmabile. Più nel dettaglio, qui si presenta forte l&#8217;idea che la letteratura assomigli alla dimostrazione matematica, che dimostrare un teorema è raccontare qualcosa, portarlo dal piano dell&#8217;astrazione a un piano reale, che appunto è quello che fa la letteratura, dando vita alle storie.</p>
<p>Così uno dei pregi di questo libro è che la lettura è proseguita leggera anche nelle parti più ostiche, quelle appunto in cui l&#8217;autrice riporta, prima a parole, poi con le famigerate formule, i passi che hanno permesso a Gödel di diventare una delle menti più brillanti del mondo della matematica e della fisica del Novecento, dimostrando, appunto, che l&#8217;intuizione di quelle parole che stanno dietro a quelle formule può tradursi in linguaggio logico decifrabile.</p>
<p>Un secondo aspetto centrale di <strong>Incompletezza</strong> è quello dell&#8217;ossessione. Questa parola è un <strong>leitmotiv della vita di Gödel</strong>, ma lo è anche del desiderio via via più necessario di capirlo. Cosa può far diventare una passione un&#8217;ossessione? Forse la consapevolezza che nella vita di chi si è dedicato così tanto ossessivamente alle proprie dimostrazioni logico-matematiche c&#8217;è anche qualcosa di noi tutti, che in un modo o nell&#8217;altro riversiamo ossessività, se non vera e propria ossessione, nelle nostre relazioni, nei nostri comportamenti, nelle nostre idee, spesso inconsapevolmente in modo più o meno maniacale.</p>
<p>E in effetti leggere <strong>Incompletezza</strong> significa addentrarsi tanto nella vita del matematico austriaco quanto in quella dell&#8217;autrice, specialmente negli ultimi dieci anni della sua vita. Il parallelismo è prima percepito, poi assaporato, più in là cercato, infine confermato passo passo, come se l&#8217;autrice abbia pagina dopo pagina realizzato che la stesura del libro la accompagnasse lentamente a prendere le distanze da qualche aspetto ossessivo di sé stessa:<strong> il dato biografico dell&#8217;una si ritrova nel modus operandi dell&#8217;altro</strong>, e viceversa, Gambetta sembra voler diventare Gödel, sempre più si riconosce in lui, trovando una forma di catarsi nella sua vita.</p>
<p>Il confine fra ossessione e follia, poi, è indagato con dovizia. Perché Gödel non era una figura facile, e attraverso una meticolosa ricerca (la lettura delle sue opere, quella delle sue lettere, ma anche la ricerca di biglietti, fotografie, testimonianze), ci si arriva molto vicini, pericolosamente vicini, a guardare dalla mente di Gödel, <strong>un uomo forse affetto dalla sindrome di Asperger</strong>, dunque incapace di leggere il mondo al di fuori dei propri schemi, soprattutto sul piano emotivo, ovvero su quello degli affetti, prima di tutto.</p>
<p>A questo proposito la vita del matematico non è disgiungibile da quella della compagna e moglie Adele, presentata con precisione, con empatia, Adele così necessaria nella sua vita, così come per quelle degli amici, Von Neumann e Einstein su tutti, con i quali Gödel intrattiene rapporti duraturi seppure viziati da manie, stramberie, comportamenti apparentemente indecifrabili, che in talune occasioni sfociano in vere e proprie fissazioni, se non in manifestazioni psicotiche vere e proprie, limitanti, certo, specchio di un&#8217;ossessione per il mondo dei numeri e dell&#8217;esigenza di spiegare ogni cosa attraverso la logica, atteggiamenti che lo portano più volte a rischiare la propria salute, mentale prima di tutto, ma anche fisica.</p>
<p><em>C&#8217;è una sorta di purezza in lui, qualcosa di inscalfibile. Ma anche qualcosa di incredibilmente tenace. Di questa donna Kurt, per tutti i dieci anni di fidanzamento, fino al matrimonio avvenuto nel 1938, non farà parola con nessuno. Così come tiene per sé il suo platonismo, allo stesso modo non dirà nulla di questa relazione. Si frequenteranno, e di lei nessuno saprà mai niente. Non i colleghi, ma neanche i genitori. (p.98)</em></p>
<p><strong>Incompletezza</strong> però non è una biografia in senso classico. Gambetta ci porta nella sua mente, prima ancora che in quella di Gödel, ci mostra la sua fascinazione per il logico e il modo di condurre le sue ricerche, costruisce il suo libro passo dopo passo insieme ai lettori, mostrando il perché di certe scelte, di certe intuizioni letterarie, dichiarando di voler rifuggire la classica idea di biografia ma dimostrando di non poterlo fare del tutto con il trascorrere delle pagine. Tutto questo prende vita nel tentativo di capire Gödel, di capire quale fosse la sua vera identità, di portare l&#8217;astrazione, tutta quell&#8217;astrazione così maniacale che ha attraversato la sua vita su un piano concreto, quasi come se infine l&#8217;autrice volesse restituire qualcosa a quell&#8217;uomo, e forse a sé stessa.</p>
<p><em>Questo scritto, a un certo punto, ha preso una strana piega. La mia idea di non voler scrivere una biografia ormai si scontra con l&#8217;evidenza ogni volta che apro il file word: cosa sono queste parole messe in fila se non una biografia? Racconto dei fatti su qualcuno, il collego, è questo che fa una biografia. Poi le biografie possono essere più o meno sbilenche o seguire un andamento canonico e lineare, ma se parlo della vita di qualcuno, dei fatti della vita di qualcuno, quella è una biografia. (p.283)</em></p>
<p>Concretezza e astrazione, parallelismi, costrutti, teoremi e fatiche improbe di arrivare a soluzioni apparentemente irraggiungibili. Un libro dove il senso della ricerca è ancora più in evidenza del dato biografico puro, che sia quello del protagonista o quello della stessa autrice, appunto così vicini fra loro in questa chiave di lettura della realtà, così pregna del procedimento intuitivo puro e delle conseguenti difficoltà di tradurre in parole il linguaggio della matematica (e quello dei deserti emotivi). Un territorio sconnesso, su cui Gambetta si muove con circospezione, abbarbicata al braccio di Gödel per non cadere, in uno stato di osmosi alchimistica delle reciproche fissazioni che in lei sembra aver lavorato come aiuto duraturo in un movimento di autoliberazione che è però proprio quello che è sempre mancato a lui.</p>
<p><em>Di nuovo ritrovo in lui una spaccatura. Chi fa o ha fatto matematica come l&#8217;ha fatta Kurt, chi ha riflettuto profondamente sulla matematica, innalzandosi a vette di astrattezza così vertiginose che solo pochi riescono a vederle, ha sicuramente qualcosa che i più non hanno. È quello il mondo in cui si muove a proprio agio. E si muove a proprio agio perché lo capisce, lo capisce davvero. E se lo capisce davvero è perché, appunto lo vede. C&#8217;è immerso dentro come si può essere immersi dentro una realtà virtuale. Una persona così, per come la vedo io, non ha bisogno di dimostrare niente. (p.374)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Una vita per bene: di padre in figlia. Intervista a Silvia Palombi</title>
		<link>https://www.borderliber.it/una-vita-perbene/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Apr 2025 22:08:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo e intervista di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Una vita perbene&#8221; di Piergiuseppe Palombi, Palombi editori, 2024 &#8220;Una vita perbene&#8221; di Piergiuseppe Palombi racconta dell&#8217;autore, del suo viaggio attraverso la vita, dei momenti difficili e di quelli ricchi di gioia. È un memoir ironico, vivace, che mette in mostra una caratteristica &#8220;novecentesca&#8221;: quella del &#8220;lottare [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo e intervista di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Una vita perbene&#8221; di Piergiuseppe Palombi, Palombi editori, 2024</strong></p>
<p><strong>&#8220;Una vita perbene&#8221;</strong> di Piergiuseppe Palombi racconta dell&#8217;autore, del suo viaggio attraverso la vita, dei momenti difficili e di quelli ricchi di gioia. È un <strong>memoir</strong> ironico, vivace, che mette in mostra una caratteristica &#8220;novecentesca&#8221;: quella del &#8220;lottare affinché ogni cosa acquisti nuova dignità&#8221;. Siamo forse oggi così assuefatti dal &#8220;tutto e subito&#8221; che l&#8217;attesa è vissuta come un&#8217;agonia, figuriamoci lottare strenuamente pur sapendo che tutto potrebbe essere inutile.</p>
<p><strong>Piergiuseppe</strong> è nato nel 1919 ed è morto nel 2009. Novant&#8217;anni non si riassumono in poche pagine, ma dall&#8217;essenza delle parole arriva forte un messaggio per tutti: <strong>la vita va attraversata con semplicità</strong>. A dirlo è proprio una persona che ha vissuto i migliori anni della sua esistenza sotto il <strong>Fascismo</strong> e tra le macerie della guerra. Insomma, qualcosa che per fortuna va al di là della nostra comprensione. È stata la figlia, <strong>Silvia,</strong> che a distanza di anni dalla morte di Piergiuseppe ha deciso di fare qualcosa in più di quegli &#8220;appunti&#8221; che avrebbero rischiato di finire al macero.</p>
<p><strong>E proprio a Silvia chiediamo subito: è stata una necessità?</strong></p>
<p>Non di appunti si trattava, diciamo che era un rapporto particolarmente articolato (<strong>sul quale ho fatto solo un leggerissimo editing)</strong> che papà mi ha dato poco tempo prima di cambiare bruscamente pianeta. Sono cresciuta vedendolo scrivere sul suo lavoro in ambito medico-medicinale, da responsabile di alcuni mercati esteri della <strong>Carlo Erba</strong> &#8211; centro America, Libia, Libano, Romania, Belgio e Svizzera &#8211; al rientro da ogni missione faceva una relazione dettagliata della situazione che aveva trovato. Era abituato a mettere nero su bianco. Ho trovato specchietti, tabelle, tavole sinottiche (era bravissimo, io una schiappa) tabelle con le auto che aveva cambiato nel corso della vita, dei paesi visitati, dei viaggi fatti, senza dubbio non immaginava che il suo scritto si sarebbe trasformato in un libro e io stessa non ho intuito subito che avrebbe potuto esserlo.</p>
<p><strong>&#8220;Una vita perbene&#8221; potrebbe sembrare il titolo di un convegno democristiano, invece è la storia di un uomo che di sicuro non è stato accomodante. In quest&#8217;ottica, vivere per bene vuol dire cercare di avvicinarsi il più possibile a sé stessi?</strong></p>
<p>Dal suo racconto non traspare quanto gli è costato educarsi diverso da suo padre, un uomo rigido, tranchant, iracondo al quale comunque ha voluto bene. Nonno è morto che avevo nove anni, i miei ricordi si fermano presto e sono tutti dolci, posso dire di averlo conosciuto negli anni attraverso quello che papà raccontava, per esempio che davanti al quadro della <strong>Madonna</strong> che avevano in capo al letto alla<strong> Palombella,</strong> creava florilegi inimmaginabili (ai quali io non ho mai assistito) e papà pur essendo cresciuto con quella normalità ha sempre cercato di essere altro e bestemmiare il meno possibile. P<strong>enso che il sé stesso che voleva essere fosse prima di tutto differente dal padre.</strong> Avrebbe voluto essere un medico ma non ha potuto, nel libro racconta il motivo che gli ha creato un rammarico che lo ha accompagnato, non ossessivamente ma costantemente, per tutta la vita.</p>
<p><strong>Nessuna velleità letteraria, però questo libro ha molto da dire, come tutte le vite che vengono affrontate con passionalità. Scrivere è stata una necessità per tuo padre o una risposta alla latente paura di essere uno tra i tanti?</strong></p>
<p>No nessun timore: scrivere per lui era un’abitudine e lo era anche per mamma (che scriveva a precipizio mentre papà correggeva, ripensava. I suoi diari sono nella <strong>lista d’onore del Premio Pieve Saverio Tutino 2018 della Fondazione Archivio diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano,</strong> ideato e fondato nel 1984 proprio da Tutino, un posto magico che consiglio a tutti di visitare). Era importante mettere in ordine e fermare i ricordi per il tempo in cui la memoria sarebbe fatalmente svanita e mi viene in mente, mentre sto scrivendo, che probabilmente lo ha fatto per me; se poi aggiungi che mamma lavorava al <strong>Mondo di Pannunzio, </strong>ecco che la parola scritta da noi era di casa. Leggevano tanto tutti e due e penso che i grandi lettori a un certo punto prendono la penna in mano o cominciano a picchiare i tasti di una macchina da scrivere. <strong>1919-2009</strong> è stato scritto su un’Olivetti 22 nella casa del lago, a Milano scriveva sulla Lexikon 80, sempre Olivetti, che adesso è con me a Trieste (ci ho scritto tanto anch’io da ragazza).</p>
<p><strong>Mai come nel Novecento intere generazioni hanno conosciuto la potenza dell&#8217;annientamento e la forza del benessere. È come se dopo tanto lottare sia arrivata la giusta ricompensa. Ma alla fine tuo padre ci credeva a tutto questo &#8220;benessere&#8221; o era conscio del fatto che &#8220;fosse solo il sintomo di qualcosa di irrisolto&#8221;?</strong></p>
<p>La giusta ricompensa e poi, per fortuna lentamente ma inesorabilmente, la disillusione perché lui, e tanti altri a onor del vero, si sono resi conto con largo anticipo della deriva che avrebbe preso la diffusione di un benessere a persone ancora non in possesso degli strumenti per servirsene senza deragliare. Un esempio banale, uno stereotipo anche un po’ sciocco ma è per spiegarsi meglio: la funivia per salire sul <strong>Monte Bianco</strong> ha messo tutti, senza eccezioni, in grado di arrivare sulla vetta più alta d’Italia tanto da farci arrivare signore equipaggiate con sandaletti coi tacchi. Quanto al credere fiduciosamente nel benessere, posso affermare che papà era capace di vedere lontano: leggendo dell’alcolismo giovanile prevedeva mestamente una generazione di candidati alla cirrosi ed era sinceramente preoccupato per l’incapacità dell’individuo del futuro di avere rapporti e scambi umani. Sono portata a pensare che l’incidente che gli ha fatto rischiare di perdere una gamba quando era piccolo (nel libro lo racconta) lo abbia portato a introiettare il concetto di impermanenza.</p>
<p><strong>Proprio perché non ha nessuna pretesa, questo libro è diventato per me interessante e affascinante. Ecco, se tuo padre fosse stato un romanziere come sarebbe stato?</strong></p>
<p>Da osservatore ironico autoironico scanzonato e sottilmente pungente quale era sarebbe stato uno scrittore divertente e tagliente, acuminato e sarcastico (mi vengono in mente <strong>Flaiano e Marchesi</strong>). A Roma la canzonatura bonaria del prossimo si ciuccia col latte materno, a Roma nessuno, nemmeno il Papa può aspettarsi di stare su un piedistallo, da nessuna parte al mondo sentirai dire <strong>li mortacci tua quanto stai bene!</strong> cioè l’offesa a supporto del complimento. Non avrebbe potuto essere più diverso e distante da <strong>Andreotti</strong> in tutto e per tutto, eppure nelle impercettibili strizzate d’occhi che accompagnavano le frequenti frecciate del divo Giulio all’indirizzo di qualcuno, spesso talmente sottili che ci volevano un paio di secondi perché arrivassero, erano identici.</p>
<p><strong>Più che raccontare una vita, cosa impossibile e per me senza senso, Piergiuseppe è un testimone. A volte mi sono domandato quanto sia difficile resistere a una forza così distruttiva come il ventennio fascista o la guerra. Eppure, la sua reazione è stata come quella di tanti altri, ossia ricostruire, risollevarsi dalle macerie. Perché oggi sembrano tanto poco di moda queste scelte?</strong></p>
<p>I fascisti scempiarono il suo cugino preferito, <strong>Decio Filipponi</strong>, poco più piccolo di lui, compagno di giochi, e lo impiccarono, gli fu assegnata una medaglia al valor militare e il comune di Roma gli ha intitolato una via (sul sito dell’ANPI c’è tutto), quando hai più o meno vent’anni e in famiglia succede una cosa del genere, se non soccombi sviluppi una resistenza, una forza tale che ti mette in grado di reggere quasi qualsiasi difficoltà, poi non dimentichiamo che papà era chimico, i chimici aspettano davanti a provette, becchi bunsen, storte, ampolle, pazienti e imparziali aspettano, osservano, appuntano; aggiungo che secondo me la pazienza bovina necessaria per realizzare qualcosa di duraturo ce l’hanno contadini e giardinieri, falegnami e chi lavora con le mani, gli artisti anche. Perché un seme germogli, una pianta cresca, una colla faccia presa, il cemento si solidifichi, il colore si asciughi e via dicendo, ci vuole tempo, e il tempo per ciascuna<strong> ‘cosa’ è diverso</strong>, solo suo, e tocca darglielo cioè tocca dare tempo al tempo. Noi tre, perché nel conto c’è anche mamma, abbiamo goduto di una casa di campagna, comprata malridotta e sistemata con le nostre mani e le nostre schiene, fino all’ultimo papà ha messo a dimora piante consapevole che non le avrebbe viste crescere, io stessa, che me la godo tuttora, lo faccio come se avessi da vivere altri cent’anni, le mie azioni più abituali sono seminare scrivere e comprare libri, e nonostante la pila di quelli che mi aspettano fiduciosi sia più alta di <strong>Michael Jordan</strong>, quando salta non riesco a uscire da una libreria senza un paio di titoli. È la differenza tra un fiume che scorre e un falò che divampa e si spegne, ecco oggi è tutto un falò, si consuma tutto alla velocità della luce e poco si metabolizza. Tv commerciali e social stanno bruciando i neuroni di chi si nutre in massima parte di loro, a mio modo di vedere bisognerebbe fare una <strong>&#8220;conversione a U&#8221;</strong> e tornare più o meno al punto di partenza, ma anche avendone la consapevolezza, quanti avrebbero il coraggio, la forza e la determinazione di vivere controcorrente?</p>
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		<title>I modi finiti: il primo romanzo di Marta Fanello</title>
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		<pubDate>Fri, 31 May 2024 03:10:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Redazione. Presentiamo il primo romanzo della scrittrice calabrese Marta Fanello. Il titolo è &#8220;I modi finiti&#8221;, pubblicato per la casa editrice Affiori Di cosa parla &#8220;I modi finiti&#8221; Il 15 agosto del 2007, il piccolo Giona, di quattro anni, scompare durante un picnic. Dodici anni più tardi, lettere anonime e inequivocabili riportano di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Redazione. Presentiamo il primo romanzo della scrittrice calabrese Marta Fanello. Il titolo è &#8220;I modi finiti&#8221;, pubblicato per la casa editrice Affiori</strong></p>
<h3>Di cosa parla &#8220;I modi finiti&#8221;</h3>
<p>Il 15 agosto del 2007, il piccolo Giona, di quattro anni, scompare durante un picnic. Dodici anni più tardi, lettere anonime e inequivocabili riportano di colpo a galla quella che sembra una vicenda ormai conclusa, minando gli equilibri di un microcosmo ormai consolidato, in una località del sud dal nome sconosciuto ma dai punti di riferimento nitidi.</p>
<p>È Tobia, fratello maggiore di Giona, ormai adulto, a ripercorrere gli eventi che hanno condotto alla sparizione, nel tentativo di mettere insieme i tasselli del mosaico che nasconde la verità, mentre Giona, in controcanto, narra la sua personale versione dei fatti. Ma la storia di Giona è riverberata in un alternarsi di punti di vista dalle voci di tutti coloro che, consapevoli o meno, in questa vicenda sono coinvolti: Glauco, padre dei due fratellini, che reagisce alla lettera col suo solito furore, incolpando Bianca; Bianca, che tenta di analizzare i fatti e rimettere le cose a posto; Viola, la sua migliore amica, che riscostruisce con razionalità e autocontrollo l&#8217;evoluzione degli eventi; Verdiana, che scorge in quella lettera un barlume di verità e non riesce a sopportare il dubbio che la attanaglia, fino al suicidio; don Nero, che non riesce più a fingere con se stesso e si trova costretto ad aprire gli occhi sul baratro; infine Giada e Celeste, che con la loro presenza-assenza tingono gli eventi di un&#8217;impronta indelebile.</p>
<p>Una storia che parte dagli anni &#8217;80 e attraversa l&#8217;infanzia, l&#8217;adolescenza e l&#8217;età adulta dei protagonisti, mostrando una serie di chiaroscuri fatti di menzogne, tradimenti, paura, tenacia, amori ossessivi, e passando dal 2019 giunge al 2052, in una catena di colpe e omissioni. Una vicenda che si dipana tra passato, presente e futuro, con un realismo in cui c’è posto per la magia, la superstizione e il soprannaturale ma in cui la relazione tra gli eventi è dominata dal libero arbitrio. Un mistero che appare come un gioco enigmistico. Una sciarada in cui solo la corretta concatenazione tra gli elementi condurrà all&#8217;inaspettata soluzione.</p>
<h3>Chi è Marta Fanello</h3>
<p>Classe 1982, sono cresciuta in Calabria per poi trasferirmi a Bologna dove mi sono laureata in Lettere. Successivamente ho vissuto a Tours (Francia), città famosa per la gastronomia, e a Leicester (Regno Unito), dove ho conseguito un dottorato in Storia antica e (nota di colore per gli appassionati) ho assistito alla storica e inattesa vittoria calcistica del Leicester City guidato da Claudio Ranieri.</p>
<p>Attualmente vivo e lavoro a Vibo Valentia, e sono in attesa di un bimbo. Fin da giovanissima mi sono cimentata con la stesura di racconti e romanzi, risultando finalista al premio J. Prévert 2006 con la raccolta Storie di oggetti inanimati (Montedit), e aggiudicandomi il primo premio al concorso internazionale Naviglio Martesana 2008 con il racconto L’eclissi e il dirupo. Per Giulio Perrone editore, miei racconti sono apparsi nelle raccolte Estate in cento parole e Mai una tregua (L’Erudita), e ho collaborato alle antologie Pensieri di carta, Disavventure amorose (Affiori) e Giro d’Italia in 80 racconti.</p>
<p>Ho appena vinto il 54° premio Writers Magazine Italia con il racconto &#8220;Perdonare il fuoco&#8221; (presto in uscita sul prossimo numero della rivista WMI). I modi finiti è il mio primo romanzo.</p>
<p>Ho un blog: <a href="https://lastregadeilibri.wordpress.com/">La strega dei libri</a> e collaboro come recensore per <a href="https://www.mangialibri.com">Mangialibri</a></p>
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		<title>Thomas Bernhard: superamento dei deprimenti filosofi francesi</title>
		<link>https://www.borderliber.it/bernhard-origine-favaron/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Dec 2023 01:51:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Renzo Favaron. In copertina: una foto di Thomas Bernhard di Monozigote, via Wikipedia L’origine, come afferma lo stesso Thomas Bernhard, è la storia di una “malattia mortale” inestricabilmente intrecciata a Salisburgo. La città austriaca non fa solo da sfondo, ma è un vero e proprio teatro della memoria in cui prendono forma e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Renzo Favaron. In copertina: una foto di Thomas Bernhard di Monozigote, <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Thomas_Bernhard1.jpg">via Wikipedia</a></strong></p>
<p><strong>L’origine</strong>, come afferma lo stesso <strong>Thomas Bernhard</strong>, è la storia di una “malattia mortale” inestricabilmente intrecciata a <strong>Salisburgo</strong>. La città austriaca non fa solo da sfondo, ma è un vero e proprio teatro della memoria in cui prendono forma e cominciano a definirsi i tratti individuali del protagonista, tratti individuali che condizioneranno e struttureranno precocemente la sua personalità futura e le sue scelte. Oltre che ritratto autobiografico, in altre parole, <strong>L’origine</strong> è anche da leggersi come romanzo di formazione riferito a un periodo personale cruciale e oltre modo contraddistinto da esperienze traumatiche, veri e propri urti esistenziali che non cesseranno mai di scuotere la coscienza di Thomas Bernhard <strong>(tanto da confessare che è stato un periodo che ha ottenebrato “il suo primissimo e primo sviluppo, sviluppo comunque funesto e per le sua esistenza sempre più decisivo”)</strong>.</p>
<p>Ciò che risulta essere un urto estremamente doloroso, è in primo luogo l’essere stato separato da tutti i membri della propria famiglia (in particolare dal nonno materno) e contestualmente obbligato a frequentare un convitto in cui riceve una formazione contraria alla propria volontà. Tuttavia, ancora più doloroso <strong>(sotto l’aspetto psicologico)</strong> è la percezione di essere stato abbandonato, di essere stato tradito e privato della possibilità di crescere, per quanto possibile, liberamente e senza essere esposto a vessazioni e discriminazioni (quelle, ad esempio, subite e riportate in <strong>Un bambino)</strong>.</p>
<p>Forse non è inutile riferirsi o attingere alla lettura di <strong>Piazza degli eroi</strong> (testo teatrale rappresentato a Vienna nel 1988), che mette sotto la lente d’ingrandimento le distorsioni sociali e politiche del proprio tempo, ma in cui echeggia e risuona il clamore e l’adesione festante, quasi totale, della popolazione austriaca che accompagnò l’annessione operata dalla <strong>Germania nazista</strong>, nel 1938.</p>
<p>Ciò che è interessante e centrale di questa pièce, <strong>al di là di una superficie teatrale dai vaghi echi barocchi e a uno sguardo rivolto all’attualità più ampia</strong>, è infatti la denuncia della perdurante ideologia nazionalsocialista che impregna ancora di sé e pervade la società austriaca, quella stessa ideologia a cui era subordinata l’istruzione e l’educazione dell’autore austriaco durante gli anni cruciali della prima fase dell’età evolutiva, cioè de <strong>L’origine</strong>. È come se, attraverso una delle distorsioni temporali tipiche della scrittura di Thomas Bernhard, a occupare il ruolo di testimone fosse ancora il bambino abbandonato alle grinfie dello <strong>spirito hitleriano</strong>, uno spirito perverso e malvagio che lo ha ossessionato e contro il quale l’autore ha dovuto lottare per tutta la vita.</p>
<p>Immediatamente dopo la rappresentazione di <strong>Piazza degli eroi</strong>, per altro, furono rivolte diverse critiche all’autore per la gratuità delle sue osservazioni e delle sue descrizioni. Pur individuando i tratti di una rielaborazione associata ad una coazione a ripetere, non si può altresì negare, basti pensare ai riciclati tipo <strong>Kurt Waldheim</strong>, che risultano assolutamente legittime e tutt’altro che frutto di una mente malata (più o meno quello che disse di lui il vescovo di Vienna) i fantasmi riconducibili all’annessione e insieme i ritratti (apparentemente) impietosi e acidi della società austriaca tratteggiati attraverso l’ultima pièce scritta da Thomas Bernhard.</p>
<p>Dopo la fine della <strong>Germania nazista</strong>, tornando a <strong>L’origine</strong>, non meno problematica risulta essere la ripresa della frequenza scolastica, anche se il convitto è adesso gestito da religiosi. Anzi, non a caso si è citato il testo teatrale <strong>Piazza degli eroi</strong>, perché niente (o molto poco) sembra essere sostanzialmente cambiato. Così l’autore racconta: <strong>“… dove prima c’era il ritratto di Hitler pendeva adesso una grande croce… l’intero ambiente non era stato nemmeno ritinteggiato e si poteva scorgere la macchia&#8230; dove per anni era stato appeso il ritratto di Hitler”</strong>. Non è solo la facciata esteriore ad essere pressoché simile se non addirittura uguale, ma anche l’impostazione e l’indiscutibilità del programma educativo che ha sostituito la dottrina ispirata dal e al nazionalsocialismo. Ancora una volta il giovane Thomas Bernhard è costretto a subire l’influenza di una visione del mondo dogmatica e comunque che lascia poco spazio alla possibilità di sviluppare autonomamente i “mezzi di indagine e di risoluzione dei problemi”, come auspicato da <strong>Rousseau</strong> nel suo <strong>Emilio</strong> e dell’educazione. (L’opera testé citata, per inciso, la si può considerare e assumere come un ipotesto che, consapevolmente o meno, presiede e accompagna <strong>L’origine.</strong>) Del resto, puntuale e implacabile nel dare conto di sé e della realtà, l’autore non ha alcuna remora a puntare lo sguardo e smascherare l’ottusità e l’ignavia, se così si può dire, di una istituzione religiosa che gli appare esangue e che si limita, come afferma nel testo autobiografico, a <strong>“sovrapporre una nobile decorazione a qualcosa di </strong><strong>putrido”.</strong></p>
<p>Già, proprio così: qualcosa che non lo aiuta ad uscire da uno stato di depersonalizzazione e di grave emarginazione. In questo senso, sperimentando quotidianamente una realtà in cui è umiliata e negata ogni aspirazione individuale, non sorprende che il protagonista sia tormentato e fatalmente abitato da idee suicidarie (cosa che va interpretata, parafrasando <strong>Karl Jaspers</strong>, non tanto nei termini di una autonegazione o abdicazione, quanto piuttosto come “un&#8217;affermazione sbagliata di se stessi”).</p>
<p>Vero è che durante la lettura si ha l’impressione che il fanciullo indulga in queste idee come per compiacersene o senza che lo tocchino davvero in profondità, quasi che potessero aiutarlo (paradossalmente) a escludere la realtà dalla testa (alla stessa stregua si possono interpretare gli esercizi di violino come momenti di evasione attraverso cui si diluisce e stempera la soffocante coscienza della propria condizione). Nondimeno, <strong>più si inasprisce il contrasto tra le esigenze personali e quelle del collegio, più risulta difficile tenere nascosta la propria sventura.</strong> E così, anche se la si può considerare una scelta dettata da fattori esterni più che rispecchiare un atto razionale, il giovane Thomas Bernhard scappa via e inizia un periodo di apprendistato in un negozio di generi alimentari, il che ha indubbiamente un contatto ed è associabile con quanto si legge nel Libro terzo de <strong>L’Emilio o dell’educazione</strong>, dove è esaltato il ruolo del lavoro quale strumento per essere “indipendente dalla fortuna e dagli uomini”.</p>
<p>Non diversamente da ciò che si è già segnalato, pare a noi che <strong>L’origine</strong> non ignori e anzi si offra come una testimonianza in cui è riscontrabile una vera e propria contiguità con il pensiero del filosofo francese, ossia di riconoscere al lavoro la stessa dignità dell’istruzione. A questo riguardo, come se assecondasse un intento pedagogico, è lo stesso <strong>Thomas Bernhard</strong> a parlare in termini positivi dei tre anni passati nella <strong>bottega di Podlaha</strong>, al punto da riconoscere a quest’ultimo di averlo aiutato <strong>“a vivere con gli altri e precisamente a vivere in compagnia di molte persone tra loro diversissime, oltre che essere stato addestrato alla realtà più grande che possa esistere, la realtà assoluta”.</strong></p>
<p>Spingendoci ancora più a fondo nell’indagare i frammenti di ipotesto sottesi a <strong>L’origine</strong> non meno che a <strong>La cantina</strong>, si può altresì notare un alto grado di affinità e una forte immedesimazione, riconducibili al periodo in cui l’autore austriaco si riprendeva dalla tubercolosi, con la vita e l’opera poetica di <strong>Arthur Rimbaud</strong> (1). <strong>Sorvolando su alcuni elementi biografici quasi coincidenti</strong> (ad esempio, una comune insofferenza nei confronti delle trite ritualità e credenze religiose o il precoce distacco dal contesto familiare), è indubitabile che entrambi gli autori prestino attenzione e valorizzino figure che ai loro occhi si stagliano per agire e pensare indipendentemente da stereotipi sociali e culturali.</p>
<p>Per quanto riguarda <strong>Arthur Rimbaud</strong>, in particolare, ciò emerge e lo si può cogliere alla lettura di poesie come <strong>Les Mains de Jeanne-Marie, Les pauvres à l’ église e Les Poètes de sept ans.</strong> Quasi riprendendone i temi e riproponendone delle variazioni, l’autore austriaco ci offre altresì dei modelli concreti di individui pervasi da uno spirito tollerante, uno spirito intellettualmente autonomo <strong>(quali, ad esempio, gli abitanti del sobborgo di Salisburgo e la figura del nonno).</strong> Inoltre, entrambi vissero sulla loro pelle il trauma di eventi storici che erano la negazione degli ideali illuministici e del primato della ragione, a cui era associato un orizzonte universale di sviluppo e progresso.</p>
<p>Insieme a tali corrispondenze, occorre però segnalare l’impatto funesto che ebbe la <strong>Comune di Parigi</strong> sul giovane poeta francese, così da essere indotto a scrivere che il suo cuore è stato depravato e a causa di ciò, deluso e ferito nello spirito non meno che nel corpo, di lì a poco deciderà di abbandonare la <strong>Francia</strong> e di tacere come poeta. Parimenti, mentre afferma l’importanza che hanno avuto autori come <strong>Voltaire e B. Pascal</strong>, Thomas Bernhard imbastisce parallelamente trame che presentano personaggi in cui sono visibili i sintomi di una follia che nasce e monta sempre di più a causa di un uso esasperato della coscienza (ragione?) e dello spirito critico (come nel personaggio de <strong>L’origine</strong> e, più marcatamente, nel personaggio che campeggia nel romanzo <strong>Il soccombente</strong>).</p>
<p>A differenza di <strong>Arthur Rimbaud</strong>, inguaribilmente deluso e nauseato, <strong>Thomas Bernhard</strong> vivrà, tranne una breve parentesi in Inghilterra, tutta la vita in Austria. Vi vivrà incarnando ciò che ebbe a dire Denis Diderot a proposito dell’autore, ossia che “è tanto più grande quanto più usa la testa e meno la sensibilità innata”. A questo riguardo ci sembra emblematica l’affermazione che <strong>Thomas Bernhard</strong> mette in bocca a un personaggio del testo teatrale <strong>Ritter, Dene, Voss: “Sempre ai confini della pazzia/ mai superare quei confini, ma sempre ai confini della pazzia/ se lasciamo questa zona di confine/ siamo morti”.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>1) La conoscenza e l’attenzione prestata al poeta francese è attestata da un dattiloscritto risalente al 1954 conservato nell’archivio T. Bernhard di Gmunden e porta il titolo: Thomas Bernhard: Jean Arthur Rimbaud. In onore del centenario dalla sua nascita</em></p>
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