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	<title>alcol Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Cumpariello d&#8217;amore</title>
		<link>https://www.borderliber.it/cumpariello-amore-giannella/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Oct 2024 03:15:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Racconto e foto di Adalgisa Giannella Respirava l&#8217;aria delle persiane. Un&#8217;aria statale sporca di camion, furgoni, chiasso, fetenzia. Rocco la trovava più viva di quella che incupiva le stanze dell&#8217;appartamento dove abitava da quarant&#8217;anni. Polverose, silenziose, dolorose di pensieri ammassati tra vecchie foto e mobili scoloriti. Settant&#8217;anni e sentirli nelle costole doloranti, negli occhi annebbiati, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto e foto di Adalgisa Giannella</strong></em></p>
<p>Respirava l&#8217;aria delle persiane.<br />
Un&#8217;aria statale sporca di camion, furgoni, chiasso, fetenzia.<br />
Rocco la trovava più viva di quella che incupiva le stanze dell&#8217;appartamento dove abitava da quarant&#8217;anni.<br />
Polverose, silenziose, dolorose di pensieri ammassati tra vecchie foto e mobili scoloriti.<br />
Settant&#8217;anni e sentirli nelle costole doloranti, negli occhi annebbiati, nelle gambe morte.<br />
Peccato per quella lucidità severa del cervello che lo preparava alla fine con strategica consapevolezza.<br />
Peccato dipendere da una pila di medicinali che non lo avrebbero guarito, ma avrebbero reso più lunga la vita di merda.<br />
Peccato avere Ugo, il filippino che per pochi soldi lo teneva in vita, che non lo ascoltava quando a mani giunte lo pregava di lasciarlo morire, non cucinando, lasciandogli addosso il pigiama, senza prepararlo ogni volta a visite mai ricevute.<br />
Ma Ugo sorrideva e lo smorfiava come fanno gli orientali, saltellando con addosso una felicità che sembrava quella dei suoi undici anni, prima di diventare orfano di entrambi i genitori.<br />
Zia Concetta, la sorella del padre, era venuta da Caserta per guardarlo e fare le veci dei genitori.<br />
<em>&#8220;Ce penz io a te, povera creatura sfurtunata! Tant a me nun me vole nisciuni, che stong intu bar come fossi nu masculo.&#8221;</em></p>
<p><em>Inta chies</em> Concetta non sapeva fare neanche il segno della croce, ma dopo la funzione se lo portò al caffè Teresella e ci diede un bicchierino di anice.<br />
Rocco si fece la prima sbronza a undici anni e fu battezzato Rocchetto<em> arruzzuto</em>, perché c’aveva come madre adottiva Concetta la <em>sfruculiatrice</em> quella che per un bicchiere di vino, <em>avvellutava</em> pure avvocati e scopini.<br />
Ci fece vent&#8217;anni con zia Concetta tra un marciapiede e una stazione di polizia. Eppure ci voleva bene tanto <em>assaje</em> a Concetta, perché se lo teneva come un <em>cumpariello d’ammore</em> e guai a chi lo toccava Rocchetto.<br />
Fu mamma sua seconda, Concetta la <em>spassusa e mpastucchiata</em>, che a Natale ci regalò l’appartamento in via degli Stravolti numero 5 per morirsene di cirrosi epatica quando Rocco si fidanzò.<br />
<em>N’ato</em> dolore malgrado Valentina e gli occhi incantati, la <em>panzella</em> piena di una <em>criatura</em> che sull’ecografia pareva uno schioppo di <em>palomma</em>.<br />
L’amò assai Valentina finché non se ne andò con uno strillo assieme alla<em> palomma</em> che di volare non ne voleva sapere.<br />
Qualcuno lo conosce l’amore quando della vita tua se ne fotte e fa nido da altre parti, malgrado tu sia diventato <em>milorde</em> con soldi e casa, stima di compari e segnalato per onorabilità?<br />
Non lo potete conoscere se ogni giorno non vi recate al cimitero degli Angeli e ve li piangete gli angeli dopo aver lasciato <em>u core</em> tra garofani bianchi e margherite <em>ammusciate</em>.<br />
Non lo sapete l’amore vero che fa sbattere <em>chillo core, pure se nun ce la fa a scutulià</em> per il dolore e i <em>trapazzi</em>.<br />
L’amore <em>nun</em> è dolcezza né tradimento, <em>nun è nu campusanto</em> scardato, l’amore è <em>na</em> malattia che arriva come <em>na stella n’cielo, e poi nun ce fa niente nisciuno se smette e brillà.</em><br />
Neanche Ugo ce l’ha fatta, che ride, ride e s’inchina a terra fino a che trova Rocco che pare <em>assunnato</em> e invece <em>se n&#8217;è gghiuto luntan grazie a na bottiglia e vodka e a due scatule e barbiturici.</em><br />
Ugo non le capisce le lacrime che ci scendono.<br />
Se le raccoglie con gli indici e ce le mette sul cuscino di Rocco, che tiene il viso d’un santo come <em>nu</em> figlio incapace di continuarla la vita senza ragione.<br />
Rocco afflitto ma anticamente fortunato e <em>mò</em> fortunato ancora, <em>int a nu Paravis che vere tutta a famiglia accurdata</em> con amore.<br />
<em>Chest succere</em> dopo <em>na</em> morte.<br />
<em>Niciuno o sape</em>, sembra un incidente, ma la vita si guadagna tutta in una morte, perché si torna tutti <em>cumme</em> ci ha fatti Dio.</p>
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		<title>&#8220;Falconer&#8221; di John Cheever</title>
		<link>https://www.borderliber.it/falconer-cheever-fanello/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2024 01:49:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[alcol]]></category>
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		<category><![CDATA[Letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Pulitzer]]></category>
		<category><![CDATA[Prigione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione e foto di Marta Fanello. In copertina &#8220;Falconer&#8221; di John Cheever, edizione Feltrinelli Non è facile parlare di John Cheever. Una vita in bilico tra alcolismo, redenzione, radici mancate e un Premio Pulitzer, per cui Cheever è eccesso, paura, rimorso, istinto, contraddizione, espiazione e autodistruzione: “Il problema è stato: troppo gin, troppo fumo, troppe [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione e foto di Marta Fanello. In copertina &#8220;Falconer&#8221; di John Cheever, edizione Feltrinelli</strong></p>
<p>Non è facile parlare di <strong>John Cheever</strong>. Una vita in bilico tra alcolismo, redenzione, radici mancate e un <strong>Premio Pulitzer</strong>, per cui Cheever è eccesso, paura, rimorso, istinto, contraddizione, espiazione e autodistruzione: “Il problema è stato: troppo gin, troppo fumo, troppe cagate di tutti i tipi. Così mi preparo un cocktail e mi accendo una sigaretta.” (Una specie di solitudine). Ma, sopra ogni cosa, è onesta, inquieta ricerca di un senso, un senso che non trova e che, anche quando sembra passargli accanto, tanto da poterlo toccare, gli sfugge ancora di mano. Ma<strong> Cheever</strong> non abbandona mai la sua ricerca, è in questa mancata rassegnazione, Cheever è speranza.</p>
<p>Nel suo romanzo <strong>Falconer</strong> (1977, pochi anni dopo aver scoperto di soffrire di un edema polmonare che lo avrebbe ucciso), <strong>John Cheever</strong> sembra condensare ogni cosa, farne metafora di un senso che solo alla fine di una vita può inaspettatamente disvelarsi. <strong>Ezekiel Farragut</strong> è un insegnante medio borghese, un padre di famiglia, un marito come tanti il cui universi si sgretola nel momento in cui viene arrestato, processato, condannato per fratricidio. È l’unico fatto che conti. Non ci interessano le circostanze, le attenuanti, il profilo psicologico dell’assassino. Nell’ordine delle cose, importa solo che <strong>Farragut</strong> sia passato dall’essere un rispettabile borghesuccio al <strong>detenuto numero 734-508-32</strong>.</p>
<p>Il detenuto 734-508-32. Non è un ex-Farragut, ma il solito vecchio Farragut alle prese con una nuova quotidianità, scandita dagli orario e dalle abitudini del carcere di <strong>Falconer</strong>, alle prese con la tossicodipendenza e un’omosessualità latente da sempre ma mai legittimata a se stesso, alle prese con i compagni di prigionia, individui che oscillano tra violenza, carnalità malsana, impeti di tenerezza, ricordi impregnati da vuoti d’affetto e relazioni con donne a loro volta ferite e irrisolte, pronte ad affondare la lama in ferite inguaribili. <strong>Uomini brutali e insieme pronti ad accorrere come bambini in festa per farsi fotografare di fianco a un albero di Natale.</strong></p>
<p>Alle prese con tutto questo, Farragut viene a contatto la vastità della propria mente, percepisce i limiti in cui ha vissuto la propria vita fino al giorno dell’arresto. <em>“Tutti i detenuti, ovviamente, soffrono di una perdita d’identità, ma quel tocco leggero mi ha spalancato l’immagine terrificante dell’abisso della mia alienazione”.</em> È a <strong>Falconer</strong>, tra mura all’apparenza invalicabili e porte sprangate, laddove tutto è sfumato, luce e ombra, libertà e prigionia, bene e male, giusto e sbagliato, sesso e amore, che la ricerca di un senso, dell’equilibrio tra atto e potenza, ciò che era e ciò che avrebbe potuto essere, può prendere forma.</p>
<p>Non è <strong>Falconer</strong> la vera prigione, ma la vita inconoscibile che intrappolava <strong>Farragut</strong>: quotidianità, inerzia, incapacità di conoscersi, finzione, passività. Risentimento, d cui tutto scaturisce, verso un padre che avrebbe voluto abortirlo, un fratello che non fa che ricordarglielo. E forse, in questa storia il primo atto di liberazione è il fratricidio, l’assassinio di un concetto troppo a lungo reiterato e represso, un rito d’iniziazione, un lasciapassare verso un percorso d’affrancamento.</p>
<p><em>“Perché devi sapere che in tutti i viaggi che noi facciamo, anche nei più stupidi, alla fine c’è sempre qualcosa di buono, come per esempio un sacco d’oro o una fonte di giovinezza o un oceano o un fiume che nessuno aveva mai visto o almeno una gran bistecca con una patata al forno. Deve esserci per forza qualcosa di buono al termine di un qualunque viaggio…”</em></p>
<p>Cheever diceva:<strong> Non posso scrivere senza lettori.</strong> È come un bacio: <strong>non te lo puoi dare da solo</strong>. Ed è grazie al lettore che Farragut si affranca: consegnandoci i suoi pensieri, col suo stile metamorfico, diretto, fatto di incastri. E infine evade da Falconer e dal sé passato, oppresso, irrisolto, con un finale che mette i brividi: <strong>“Rallegrati, pensò, rallegrati.”</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Salvatore Toma. Un beffardo Rimbaud del profondo Sud</title>
		<link>https://www.borderliber.it/toma-poesie-poeta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Feb 2024 01:38:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Dario Stanca. &#8220;Poesie 1970.1983&#8221; di Salvatore Toma, Musicaos, 2020 &#8220;Viviamo in un’epoca in cui il valore degli autori è inversamente proporzionale ai colpi di grancassa che si suonano in loro onore. Il meglio resta nascosto&#8221;. Così scriveva, con tutta l’irriverenza che gli era tipica, un grande outsider della cultura italiana, Anacleto Verrecchia. Poeti [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Dario Stanca. &#8220;Poesie 1970.1983&#8221; di Salvatore Toma, Musicaos, 2020</strong></p>
<p><em>&#8220;Viviamo in un’epoca in cui il valore degli autori è inversamente proporzionale ai colpi di grancassa che si suonano in loro onore. Il meglio resta nascosto&#8221;</em>. Così scriveva, con tutta l’irriverenza che gli era tipica, un grande outsider della cultura italiana, <strong>Anacleto Verrecchia</strong>.</p>
<p>Poeti e scrittori, spesso, non sembrano altro che pure invenzioni di scaltri editori, effimeri progetti editoriali destinati soltanto a soddisfare i gusti, mediocri e limitati, di una fantomatica platea letteraria. Così, immeritamente nascosta dall’infestante sterpaglia letteraria, rischiava di rimanere l’opera poetica del salentino <strong>Salvatore Toma</strong>, morto a soli trentacinque anni, il 17 marzo del 1987. Era nato a <strong>Maglie</strong> l’undici maggio del 1951.</p>
<p>Il fuoco della poesia era divampato assai presto, insieme a quello dell’insofferenza alla cultura <strong>“istituzionalizzata”</strong>. Non fu per nulla un alunno modello al ginnasio-liceo <strong>“Francesca Capece”</strong> di Maglie. Per due anni di fila si rifiuterà di presentarsi all’esame di ammissione al liceo, per poi interrompere completamente gli studi.</p>
<p>Nel 1971, ormai ventenne, si ripresenta a scuola deciso a sostenere gli esami di idoneità alla terza liceale e, per chiara fama, l’anno successivo, con già ben due pubblicazioni di poesia, viene ammesso agli esami di Stato. <em>&#8220;Il giovane è molto dotato per l’attività poetica&#8221;</em>, si legge nella motivazione e il professore di lettere aggiunge: &#8220;Vive di sé, del suo mondo poetico; […]si è interessato allo svolgimento del programma con personale e poetica interpretazione&#8221;.</p>
<p><strong>Racchiuse la sua produzione poetica in sei volumi:</strong></p>
<p>Poesie (Prime rondini) (1970);<br />
Ad esempio una vacanza (1972);<br />
Poesie scelte (1977);<br />
Un anno in sospeso (1979);<br />
Ancora un anno (1981,2007)<br />
Forse ci siamo (1983).</p>
<p>In qualche modo cercò di attirarsi l’attenzione inviando le sue opere ai maggiori critici e poeti di allora. Scriverà a <strong>Martin Andrade</strong>, <strong>Giuseppe Conte</strong>, <strong>Mario Luzi</strong>, <strong>Maria Corti</strong>, <strong>Valerio Magrelli</strong>, <strong>Giovanni Raboni</strong>,<strong> Silvio Ramat</strong> e al già premio Nobel <strong>Eugenio Montale</strong>. Proprio quest’ultimo nel 1980, probabilmente in riferimento a <strong>Un anno in sospeso</strong> gli risponde: <em>&#8220;Il suo libro mi sembra interessante e la ringrazio di avermelo fatto conoscere&#8221;</em>.</p>
<p>Mentre <strong>Giovanni Raboni</strong>, alla lettura di <strong>Poesie scelte</strong>, gli scrive: <em>&#8220;Lei possiede un &#8216;segno&#8217; molto netto, incisivo, e la capacità di concentrare idee e emozioni in uno spazio quasi epigrammatico di notevole efficacia&#8221; </em>(1978).</p>
<p>A <strong>Valerio Magrelli</strong>, invece, <strong>Salvatore Toma</strong>, ricorda <strong>Cecco Angiolieri</strong>: <em>&#8220;C’è un grande rancore nei tuoi versi&#8221;</em>, e ancora<em> &#8220;disperazione di certe immagini […], come quando pensi alla morte e alle sue figure&#8221; </em>(1980).</p>
<p>Fu, tuttavia, la filologa e scrittrice <strong>Maria Corti</strong>, conosciuta nel Salento, a interessarsi fattivamente alla sua produzione poetica, dapprima occupandosi di far pubblicare alcuni suoi inediti sull’<strong>Alfabeta</strong> del 18 ottobre 1980 e poi facendo uscire presso la prestigiosa <em>&#8220;Collezione bianca&#8221;</em>, Einaudi (1999) il<strong> “Canzoniere della morte”</strong>.</p>
<p>Non si trattava di una pubblicazione postuma dell’autore, ma di una esigua e personalissima selezione da parte della curatrice, che fece diventare Toma, sostanzialmente, un poeta della<strong> “morte”</strong>, falsandone addirittura le cause del decesso. Tutta l’opera del poeta salentino, secondo la studiosa, avallava &#8220;l’aristocrazia intellettuale di una scelta&#8221;: quella del suicidio, cercato attraverso uno smodato abuso di alcool.</p>
<p>Ma <strong>Salvatore Toma</strong> non si suicidò e la prima a dissentire da questa manipolazione, fu proprio la moglie, <strong>Paola Antonucci</strong>, secondo la quale, in nessun modo e per nessun motivo, il marito avrebbe inteso togliersi volontariamente la vita. Dall’abuso di alcool cercava, infatti, di disintossicarsi. A ulteriore conferma, anche le parole proferite in punto di morte ai due carissimi amici, <strong>Antonio Verri</strong> e <strong>Antonio Errico</strong>: &#8220;Ci disse in un soffio: i bambini. Avrei voluto veder crescere i bambini&#8221;.</p>
<p>L’opera di <strong>Maria Corti</strong>, seppur con colpevole ritardo, (Toma era già morto da ben dodici anni), aveva avuto comunque il merito di presentare finalmente le poesie del poeta di <strong>Maglie</strong>, alla ribalta nazionale; un’opera che probabilmente sarebbe rimasta arenata sulle spiagge salentine, sfracellata sugli scogli del suo splendido mare.</p>
<p>Certo, il tema della morte è molto presente e attraversa tutta l’opera di Toma: l’aveva sfidata, corteggiata, con lei era sceso a patti; ma come scrive il critico <strong>Antonio Errico</strong>, il poeta &#8220;conosceva la morte come può conoscerla solo chi conosce la vita&#8221;. Quella morte che rende possibile ancora un’ultima emozione, che permetterà, per dirla con <strong>Vincenzo Cardarelli</strong>, poeta amato insieme a <strong>Leopardi</strong>, di &#8220;non essere aggrediti&#8221;, di lasciare all’uomo ancora il tempo di &#8220;dire al mondo addio&#8221;, che si annunciasse da lontano come &#8220;l’estrema delle mie abitudini&#8221;. Lezione che Toma fa propria.</p>
<p>In <strong>Morte carnale</strong> scriverà infatti:</p>
<p>Ti temo solo imprevista<br />
Morte carnale<br />
Ti temo se la tua pelle d’ombra<br />
se la tua fretta d’animale<br />
mi sorprende a breve vista<br />
Se tu mi chiamassi piano<br />
Come l’ora si chiede ad un passante<br />
/Spolvera la tua dignità / diresti<br />
/Vissuto amante/<br />
Cuore non t’allargherei scontroso<br />
Ma risorto gioia<br />
Palpiterei /eccomi riposo /</p>
<p>Toma non è il poeta esclusivo della morte: <strong>fu cantore della vita, dell’amore, della donna, della natura, della libertà, degli animali</strong>, e tutto guardava con innocente purezza, anarchica meraviglia.</p>
<p><em>&#8220;Lei è un po&#8217; matto&#8221;</em> gli aveva scritto <strong>Maria Corti</strong>, ma questo è il mondo di Toma, un mondo pieno di simboli. La sua poesia più che rappresentarlo semplicemente, riproduce, con estrema tensione, il suo “modo di vedere” il mondo. Il poeta salentino non altera il reale, se ne impossessa per “spremere” e ottenere quanto di più puro a esso appartiene e lo fa con una meraviglia e un candore quasi infantili. A nascere da uno stato di “meraviglia” non sarà dunque soltanto lo sguardo filosofico:</p>
<p>non mi riusciva ancora di capire<br />
come facessero a nascere<br />
in così poco tempo<br />
tele di ragni tanto bianche<br />
sui cornicioni del vicino castello<br />
[…]</p>
<p>Toma guarda la realtà con gli occhi di un visionario, in un’alchimia che impasta non soltanto vita e scrittura, ma anche, e soprattutto, fantastico e reale senza alcuna contraddizione; un vocabolario che sembra riconoscere soltanto l’istinto, una scrittura esasperata e disperata, una violenza di colori e sensazioni.</p>
<p>La pubblicazione di <strong>Poesie (1970-1983)</strong>, su iniziativa e cura di <strong>Luciano Pagano</strong> (Musicaos Editore, 2020), vedrà finalmente raccolta tutta la produzione edita in volume del &#8220;beffardo Rimbaud del profondo Sud&#8221;, come lo descrive, affettuosamente, il poeta e critico <strong>Vittorino Curci</strong>. Tale meritoria opera conferma ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno, che il modo migliore per ricordare degnamente un autore, resta quello di ristamparne l’opera.</p>
<p>Di <strong>Salvatore Toma</strong> non si potrà che ripetere quanto espresso da <strong>Cioran</strong> a proposito del grande poeta rumeno <strong>Mihail Eminescu</strong>: &#8220;Un poeta, uno spirito supremamente autentico&#8221;. E chissà, questo il nostro sommesso augurio, che i dieci autori per una contro-antologia del Novecento &#8211; come recita il sottotitolo del volume Maledetti italiani, a cura di <strong>Davide Brullo</strong> &#8211; possano un domani diventare undici.</p>
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		<title>Pulp. Charles Bukowski e &#8220;l&#8217;ironia della morte&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/charles-bukowski-pulp-feltrinelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Oct 2017 06:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[alcol]]></category>
		<category><![CDATA[Beat Generation]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Pulp Fiction]]></category>
		<category><![CDATA[Sesso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Martino Ciano &#8211; già pubblicata su Gli amanti dei libri Scritto nel 1993, pubblicato nel 1994 subito dopo la morte dell’autore. Pulp è dedicato alla cattiva scrittura, a quella prosa senza fronzoli che ancora oggi tanti provano a imitare, ma che solo Charles Bukowski ha saputo imporre come un marchio di fabbrica. Dietro [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Recensione di Martino Ciano &#8211; già pubblicata su <a href="http://www.gliamantideilibri.it/pulp-charles-bukowski/">Gli amanti dei libri</a></strong></em></p>
<p>Scritto nel 1993, pubblicato nel 1994 subito dopo la morte dell’autore. <strong>Pulp è dedicato alla cattiva scrittura, a quella prosa senza fronzoli che ancora oggi tanti provano a imitare, ma che solo Charles Bukowski ha saputo imporre come un marchio di fabbrica.</strong></p>
<p>Dietro le sbronze, le scopate e la vita dissoluta dei suoi personaggi si nascondono l’aspra critica alla modernità, nonché la ricerca della prospettiva umana e della semplicità di chi sa riconoscersi <strong><em>polvere e bestemmie</em></strong>. Bukowski scrive questo romanzo quando è ormai spacciato. La morte è dietro l’angolo. Ha fretta. Vuole incidere dignitosamente la parola <strong><em>fine</em>.</strong></p>
<p>Tutta la storia è incentrata su <strong>Nick Belane</strong>, investigatore privato di Los Angeles. Come tutti i personaggi di Bukowski anche quest’ultimo è un fallito dedito alle scommesse, alle sbronze e a una confusa condotta di vita che puzza di scotch e vodka. Ha 55 anni, si sente un <em><strong>dritto</strong> </em>ma è perseguitato dalla <strong><em>sfiga</em>.</strong></p>
<p>Un giorno si presenta alla sua porta la misteriosa Signora Morte che gli commissiona un caso particolare, rintracciare<strong> Louis Ferdinand Céline</strong> che sarebbe vivo e vegeto e scorrazzerebbe indisturbato per Los Angeles. Lo scrittore francese, infatti, sarebbe riuscito a sfuggire alla morte. A questo si aggiungono altri due casi: svelare i piani di conquista dell’aliena <strong>Jeannie Nitro</strong> e scovare un misterioso individuo che si fa chiamare il <strong>Passero Rosso</strong>.</p>
<p>Possiamo solo immaginare come Bukowski descriva e risolva questo <em>pasticcio</em> in cui si incontrano vita, morte ed extraterrestri. Anche in questo romanzo l’ingrediente principale è l’ironia che vi strapperà risate a crepapelle, proprio nel momento in cui le riflessioni di Belane diventano crudeli.</p>
<p><strong><em>Ero dotato, sono dotato. A volte mi guardo le mani e mi rendo conto che sarei potuto diventare un grande pianista o qualcosa del genere. Ma che cos&#8217;hanno fatto, le mie mani? Mi hanno grattato le palle, hanno scritto assegni, hanno allacciato scarpe, hanno tirato la catena del water. Ho sprecato le mani. E la testa.</em></strong></p>
<p>Ma c’è un altro significato dietro questo libro. La morte è per Bukowski una donna affascinante che lo accompagna nell’ultima faticosa indagine letteraria. Il suo Belane è ansioso e smanioso. La sua unica ragione di vita è risolvere i tre casi che gli sono stati affidati. Ha 55 anni e vuole chiudere in bellezza, dopodiché si prenderà una meritata vacanza. Ed è proprio questa <strong><em>serena rassegnazione</em></strong> che rende il detective pronto a qualsiasi evenienza. Sa bene che non ha più nulla da perdere. Allo stesso modo, Bukowski ci ha salutato con queste pagine in cui la morte diventa una cliente con cui trattare, e la vita una passeggiata cui bisogna dare a tutti i costi un senso.</p>
<p><strong><em>Voglio dire, mettiamola così: voi immaginate che niente abbia un senso, ma non può essere che tutto sia così, perché vi rendete conto che non ha senso e questa vostra consapevolezza gli dà quasi un senso. Avete capito quello che intendo? Un pessimismo ottimistico.</em></strong></p>
<p>Qui sta tutta l’arte di Bukowski.</p>
<p>Oggi l’autore americano viene letto approssimativamente, viene messo da parte, viene etichettato come passatempo adolescenziale, eppure la sua scrittura è profonda proprio perché è semplice e diretta.</p>
<p>Pulp racconta di sbronze, di fallimenti e di donne. Pulp prende in giro la vita e la morte. Pulp è l’ultima riflessione di uno scrittore che non si è mai preso sul serio, perché troppo consapevole della sua fine.</p>
<p><strong><em>Voglio dire, potrei essere chiunque, che importanza ha? Che cosa c&#8217;è in un nome?</em></strong></p>
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