Scrittura contemporanea: una coazione a ripetere

“Scrittura contemporanea: una coazione a ripetere” è un articolo di Martino Ciano. In copertina un’immagine creata con l’intelligenza artificiale
Non dico che mi piacerebbe leggere ogni giorno un libro che inizia con una prefazione stile “Un lento apprendistato”, in cui il suo autore, nientepopodimeno che Thomas Pynchon, demolisce i suoi racconti parlando delle ingenuità che contengono, ma diciamo anche che l’autocritica non è il punto forte degli scrittori contemporanei. Distaccarsi dalle dinamiche editoriali, per alcuni, sembra impossibile. Passano gli anni ma i guru della penna, vera o intelligentemente artificiale, sono sempre più agguerriti nel proporre solo sé stessi.
La storia è la seguente: sembra che ciascuno si senta un po’ come quello che ha vissuto chissà quale tragedia. La scrittura contemporanea è diventato sfogo e non più indagine del mondo. Narrare sembra l’arte del raccontare ciò che è stato, ciò che realmente si è vissuto. Vero che l’esperienza arricchisce la scrittura, ma è altrettanto vero che il romanzo non è più terreno del possibile, dell’affascinante o di quello che non può essere verificato. Lo scrittore, peggio ancora il poeta, parla di sé, si cita, è autoreferenziale. Vuole dirci a tutti i costi dei suoi viaggi, delle sue ispirazioni, delle sue malattie o delle sue turbe psichiche. Pretende che il mondo lo ascolti. Mai però si autocritica, mai mette in discussione le sue parole.
L’inondazione del mercato di libri-marchetta coincide anche con il disinteresse per la lettura. D’altronde, se tutti hanno qualcosa di speciale da raccontare, ossia loro stessi, che senso ha leggere di altri, in quanto sono posti a priori un gradino sotto? Tutti vogliono raccontarsi, dedicarsi pagine di specialità. Dov’è la scrittura che parla dei mondi impossibili? Dov’è il linguaggio che apre a nuove categorie di pensiero? Dov’è il gioco di prestigio che fa della menzogna una scalata verso la verità? Più che scuole di scrittura contemporanea ci sarebbe bisogno di luoghi in cui si impari a leggere, a comprendere cosa sta nascosto dietro un romanzo di Pasolini, Roth, Bukowski o Kafka. In questa maniera ci sarebbero autori meno tecnici, ma più pronti a cogliere il significato profondo della scrittura.
L’esuberanza usata da certe case editrici per spacciare come innovativo un libro che è solo il risultato del marketing, alla fine, è un prodotto che darà un buon ricavo ma che sostanzialmente fa dell’autore un mestierante. Passi anche l’idea che “di qualcosa bisogna pure campare”, ma non si può accettare più che questo sia considerato il canone della scrittura contemporanea. A pagare le conseguenze di questo crollo verticale dell’ispirazione e dell’arte letteraria è proprio il lettore, anch’egli compresso mentalmente, legato a letture “Easy” che non richiedono elasticità, ma solo ricerca di un rifugio nel quale riconoscersi.
In un libro non bisognerebbe però specchiarsi, tutt’al più dovrebbe farci dubitare di ciò che vediamo o avvertiamo come familiare. Solo in questo modo avremo voglia di oltrepassare il limite della nostra conoscenza, rendendo così la lettura un’esperienza arricchente.
