Meriggiare non pallido e non assorto

“Meriggiare non pallido e non assorto” è un racconto di Silvia Palombi. In copertina una foto scattata e rielaborata dall’autrice
Gora sul lago di Como, la mia Tara (Rossella O’Hara docet) con alcuni punti fermi, intoccati dal tempo e dalle traversie inevitabili della vita, che la rendono imprescindibile per la mia, di vita.
Dicevamo Gora pranzo della domenica di san Lorenzo, stanotte è la notte delle stelle cadenti e noi, io e i miei vicini-angeli custodi, a pranzo mangiamo la pasta alla Norma: un regalo di Natale, è laboriosa, la faccio una volta all’anno, loro lo sanno.
Giovedì al mercato giù in paese ho comprato le melanzane tonde viola chiaro e i pomodorini e venerdì ho fatto la passata, col passaverdure, quello a manovella coi dischi coi buchi, scelgo sempre il disco di mezzo così elimino le bucce e la maggior parte dei semi ma mi rimane una passata consistente come quella che compri. Che io non la compro mai, ma proprio mai, mi difendo come posso dal cibo confezionato.
Curioso che quando un fiore vero è tanto bello dici che pare finto e quando uno finto è tanto bello dici che pare vero. Be’, con la passata di pomodoro è uguale.
Poi, siccome – oh pare impossibile – non si riesce più a trovare della ricotta salata come-dio-comanda ho ripiegato su un pecorino romano (sardo da quel dì), un pecorino sardo-romano giovane che è perfetto, proprio come la ricotta salata del bel tempo che fu. Buono a sapersi per le prossime Norme.
Stamattina ho cominciato col capare (sbucciare per i nordici), non completamente, le melanzane, affettarle sottili e salarle su uno straccio bianco immacolato. Metto sempre uno straccio bianco candido quando cucino, accoglie verdure e tutto quel che maneggio, per rispetto al cibo che lavorerò e a chi ha fatto sì che arrivasse fino a me.
Ho acceso il fuoco sotto la padella di ferro e ho aspettato che l’olio raggiungesse la temperatura giusta poi ho cominciato a mettere, poche per volta, a friggere le fette delle melanzane, che in mattinata grazie al sale si sono liberate dall’acqua di troppo, montando la guardia alla padella e girando le fette con regolarità controllandone l’imbrunire. Quello della Norma è quasi l’unico fritto che mangio nell’anno.
A quel punto ho grattugiato il pecorino-ricotta salata e l’ho messo in frigo in una ciotola con un coperchietto sopra poi, poco prima di buttare la pasta, ho tolto dal frigo quella ciotola e il tegame della passata.
Aspettando il punto di cottura giusto mi sono versata un bicchiere di vino bianco, Vermentino di Sardegna, mettendo a fuoco che sta pasta alla Norma si sta rivelando l’unione di alcuni punti di forza delle nostre isole grandi, e sì perché anche se il Vermentino non fa parte della ricetta ha messo me, la cuciniera, nelle condizioni ottimali per la buona riuscita della stessa.
Quando tutto è stato pronto ho officiato il sacro rito del condimento e dicendo forte a tavolaaa ho portato l’insalatiera sul tavolo dei vicini, rotondo come quello di re Artù, e ho fatto le porzioni.
Dopo c’è stato il silenzio e adesso ciascuno fa il chilo della festa a casa propria sotto a un cielo senza una nuvola che invita al riposo e pare dire oggi non si fa niente, oggi lo stomaco digerisce da fermo ascoltando le cicale che cantano.
