Luce fuori scena

Luce fuori scena

“Luce fuori scena” è il titolo che abbiamo dato a queste poesie di Rocco Giudice. In copertina una foto creata con l’intelligenza artificiale

PROLOGO

Non splende, sonnecchia anche la luce
che in sé si rispecchia, fuori campo una voce
prova le battute, imitando se stessa
su un tono più lieve e a diversa distanza.
Un transito più arduo d’una ressa
tra sfondo e primo piano appiattisce la stanza.

Desto o forse, sognato
nella foto di Jerry Bauer in cui ammicca
sornione all’imbeccata
dell’ultimo arrivato.
Il mondo intero se ne sta in disparte, spicca
fuori d’ogni circostanza, d’una posa lambiccata.

Nel pallore educato,
nella patina azzurra del grigio,
non sfugge alle sanzioni del clima
né perde ossequio, distinzione e prestigio
finché, durando sino alla fine del mandato,
si ripeta il prodigio.

La vita si tiene stretta
a poche cose – le dita vezzeggiate
da stilo o sigaretta,
protesa la stanghetta
degli occhiali a difesa d’una troppo diretta
ricognizione delle proprie emozioni.

Rimarcando il distacco
fissa la penombra confusa.
Era stanco e beato il poeta.
Il compito più duro,
arrivare alla gloria ciondolando
su una sedia a dondolo blu scuro.

***

VIAGGIO AL TERMINE DELL’ORIENTE

Più volatili dei nomi, le cose, fragili
ma vere, i grattacieli come le camelie.
Solo che i grattacieli dicono una cosa
e le camelie, un’altra ancora
– prova che tutto quanto è un’illusione.
I templi non sono luoghi d’adorazione,
ma essi stessi divinità d’uno speciale culto
architettonico. Non dovevo venire in Giappone.

Al nostro scalpiccio di forestieri
con sommessi tremori rispondevano
gli dèi più antichi della terra. La cosa
più simile a un loto, la cresta di lamiera
d’una torre. Una storia reincarnata
in una rosa – ci crederai, se ascolti
il suo profumo. Gong della luna nuova.
Un cervo d’oro bramiva nella metropolitana.
E volti, nella nebbia fluttuanti come alghe.

Il silenzio rivela le finalità pratiche del cosmo
– kana : tanto quanto una parola scuote
il vuoto, da cui non rimase indenne – kamo:
(non la trovo: né lo sento) ogni suono emana
energia termo-dinamica – ya. La coscienza, l’io
esile diaframma, una corrente monsonica,
un fenomeno atmosferico – un velo steso
sulla nudità di un mondo senza volto – il tuo.

Nulla di nemmeno troppo vano per saperlo.
Per restare incantati dal muschio e dal mare,
da quel che un’attenzione prolungata uccide
– tutto è così perfetto prima di sparire – nemesi
di una saggezza la cui profondità misura il nulla.
Sfidando l’evidenza cartesiana, visione o svista
il dubbio vale almeno la metà. Sia pure sogno
nel sogno che diventi tu, lunga vita alla realtà.

***

AUBADE

Al mattino, spasima l’aria, torpore
che non attenua la presa, sulla pineta;
il vento sfiora appena l’erba, la nebbia
trasforma anche la luce in sabbia:
cose vili per iridi consunte, alluse
forme perdono il segno: l’onda
cerca un rifugio tra le dune frollose.
Vuoto è tutto ciò che ci circonda.

Accerchiati dai nostri doppi e metà,
l’anima nutrita di perdono
e d’inchiostro simpatico,
l’ossatura, un quartetto d’archi
leggibile come uno spartito
– Mozart radioso all’apice del volo –,
assolo, coro, filastrocca e cantilena,
tutto l’ardore che scalderà il ricordo.

Siamo stati insieme? Non troppo,
se il tempo abbiamo misurato.
Un ricordo in esilio dal passato,
indegno del futuro – la scialba bruma
estiva trascina luci alla deriva
sul mare per miglia e miglia d’arido blu.
Tu. Un pianoforte tutto di tasti d’avorio.
Quel che siamo è musica – che manca.

“Pensavo a un finale diverso…”
Il dubbio è se sia questo
quando scrivevo o mentre leggi
queste linee spezzate – ti guardo
da questa pagina, più certa
sei delle parole che ho di fronte
e della finestra che cerca il sole
di un’estate che già non è più qui.

Quel che resta è poesia – plagiata
nella scrittura, la voce, tornita
in un tono violoncelloso e un cuore
che di tutti i cuori è sposo. Ricorda.
Trasuda ombre dall’alto delle palme:
più che mai devoti a fatui incanti,
su uno sfondo siffatto vaneggianti,
ci dissolviamo in un effetto flou

– amore mio che non sei mai tu.

***

FUORI SCENA/FUORI ONDA

L’opera conclusa ci abbandona.
Spento il brusìo, spariti gli amici
più cari, scende l’oblio prima del tempo
di dirsi con ogni cosa amata ‘addio’.
Riconciliati nello stesso margine inizio
e fine, si dissocia dall’esito l’anelito –
l’etica è nello stile, vecchia bufala. Nessuno
sa dietro quale vuoto il senso s’è occultato.

Non finiranno i sogni su cui regolare
le mie veglie: o un riscuotersi del dramma
nel mentre d’un breve intermezzo
– immagine che resiste alla visione,
quello che l’incanto non svilisce –
il riflesso d’acciaio sul marmo o un soffio
nell’etere e il sussulto dell’onda,
pegno a un canto devoto e officinale.

Quiete campestre. Rose di maggio
nell’atrio spandono frescura. Fuori
il ronzio di un’ape e il fruscio dell’erba
– o il rumore che fa il nome di una stella
come il barbaglio intermittente che manda
da lassù. E dalla radio, arpe, flauti e viole
nell’aria trasparente dove, steso a asciugare,
il reggiseno di lei veleggia catturando il sole.

Tratte da Omaggio a mr. Berryman, Res in Artibus, 1999.

***

MIMESI DI NARCISO – FINE DEL MITO

Solo di vista conosci la realtà,
amica intima della malinconia.
Cosa fa felice la favola
– l’infelicità ne sa di favole.
L’apparenza non ne usurpa nessuna.

A un’ombra che sogna d’esser uomo
dando all’uomo la colpa che non è così,
tocca spiegare la fortuna di non esser te.

Germina la luce ch’è qui calcificata
come non sa fare la tua carne
che per questo soltanto senti tua

ma come se ti fosse stata caricata
o venisse strappata via rubandole
il calore… D’un tratto, un alito
è bastato e più di esso lieve, la tua
immagine è sbiadita, più incredulo
vederne come perderne l’effetto
di quanto lei s’è illusa d’esser sogno
per scampare all’oblio, ultima Musa.

Narciso dà il suo volto all’acqua
– che non si ferma, contemplando
quel che la corrente cancella come fosse
solo sua questa maledizione. Medusa,
la sua carne alla pietra. Se questa è
la sua legge, nulla sa delle emozioni
con cui dovrà convivere per chi solo
inseguiva questo desiderio – sparire
subito o essere per sempre – a nutrire
di speranza o di rancore il gesto
che porterà con sé, fantasma di un presente
morto prima che finisse l’ieri
e nessuna fortuna a un futuro
di cui nessuno potrà contare i giorni,
pagando l’intangibilità del mito
col delirio beato in cui senti
la luce farsi porosa anch’essa.

***

GOLCONDA

Un nastro, come un cartiglio degenere,
attorno al gambo del fiore sul cuscino.
Nel tempo di un sorriso, il fiore invecchia
fra le mani. La stanza da cui tutti aspettano
di uscire di nascosto ha una finestra aperta

su un giardino: e quando nel giardino cade
una foglia lanciando il suo grido d’allarme
tutti si guardano l’un l’altro, quasi fossero
statue di sale cui rinfacciare la nudità
invece che il moto. L’albero non fa ombra.

(Che pianta è, in cui prende corpo
il tentativo vano di sgusciar da sé
divincolandosi dall’apparenza
che ha assunto per afferrare il vuoto
cui non sfuggirà e dargli una forma
in cui anch’esso sia trafitto e vinto.)

Imperdonabili, tutti provano per la luna
la stessa invidia da cui sorse l’eclisse:
i mari tirati all’asciutto del suo cuore
le vie della seta in palmo di mano
il delirio cui deve la sua grazia
tutte le rose morte sulle labbra
con la voce che risuona in chi
tace col silenzio di chi non c’è.

Qualcuno sembra vivere solo perché
prima d’adesso è stato; un altro si sa
intruso e peggio che morto com’è,
dimenticato; chi ignora il prossimo
gli fa da personaggio o da controfigura.

Tu non ci sei: e io, solo per questo io
smetterei di esistere – ufficialmente
esonerato dall’essere felice, non so
se valga ancora la pena essere me.

Alcuni ridono, ma come per fare contenta
l’allegria essendo capaci di farne a meno:
tutti dicono cose risapute come nessuno
mai le avesse dette: ognuno nega quel che finge
o sa – non ci sarà una pioggia di diamanti,
solo, al posto di essi, di chi ne traffica, perché
stavolta non potrà rubarli: e quanto è triste
anche la morte del cavallo negli scacchi.

Tratte da In Linea D’Aria, Qed edizioni, 2025


Chi è Rocco Giudice?

Rocco Giudice è nato a Palagonia, in provincia di Catania, nel 1957. Ha pubblicato le raccolte di racconti Sotto il trono del pavone (Pellicanolibri, Catania, 1994), Il gong della luna nuova (Res in Artibus, Catania, 2000), Tetralogia minima (Res in Artibus, 2001) Gli ultimi numeri della serie vincente (Newl’ink, Acireale, 2012), La festa dell’ultimo anno (Carthago, Catania, 2016). Ha pubblicato le poesie di Omaggio a mr. Berryman (Res in Artibus, 1999), biografia in versi del poeta americano John Berryman; Versi apocrifi (Newl’ink, 2013), Atlante degli addii (Newl’ink, 2017), Salva in memoria (Res in artibus, 2022), Paesaggio con chimere (Gruppo editoriale Bonanno, Acireale-Roma, 2023), La nuova fiera (Res In Artibus, 2024), In linea d’aria (Qed edizioni, 2025). È autore dei saggi Tre versioni della Natività. Botticelli, Baldung Grien, Caravaggio (Newl’ink, 2020) e Dialogo tra nuvole di immagini e parole. Antonello, Baudelaire, Courbet, Moreau (Newl’ink 2021). È stato co-fondatore e caporedattore della rivista internazionale di Lettere e Arti Colophon (1996-2002). Successivamente, ha collaborato con articoli, racconti e poesie alle riviste Nextl’ink (2008-2011) e Newl’ink (2012-2016). Vive a Catania.

 

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