La chimera: Vassalli e la bellezza che condanna

La chimera: Vassalli e la bellezza che condanna

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “La chimera” di Sebastiano Vassalli, Bur Rizzoli contemporanea, 1990

Un tempo la bellezza poteva fare finire sul rogo una donna. L’accusa sarebbe stata quella di stregoneria e i modi per rendere concreta la follia istituzionalizzata dalla Santa Inquisizione erano davvero fantasiosi. Di tutto questo viene narrato nel romanzo storico “La chimera“. Ma se fosse solo per questo aspetto, allora il capolavoro di Sebastiano Vassalli, pubblicato nel 1990, non sarebbe ricordato.

Vassalli cercò prima di tutto di rintracciare l’origine di un certo modus operandi della nostra società, individuando nel Seicento le fondamenta della mentalità italiota. Due per lui furono i punti forti: la riforma della Chiesa attraverso il Concilio di Trento, tenutosi nella seconda metà del ‘500, e la dominazione spagnola.

Vassalli ammette anche che questo lavoro lo aveva già fatto Manzoni, ma mentre il suo intento era quello di esaltare lo spirito unitario su cui “edificare l’Italia“, cosa che avverrà solo in seguito, nel 1861, lo scrittore ligure invece ha solo estrapolato senza apportare ritocchi. Ciò rende “La chimera” non solo un romanzo, ma una ricostruzione storica e antropologica. Uno di quegli esperimenti che oggi la letteratura non fa più.

La chimera: storia di Antonia Spagnolini

I fatti si svolgono tra il 1590 e il 1610. Antonia è una “esposta”, ossia una bambina abbandonata in una casa di carità, con sede a Novara, gestita da monache tutt’altro che “caritatevoli”. Intorno ai dieci anni viene adottata da dei propietari terrieri di Zardino, piccolo paesino, ormai scomparso nel nulla, che si trovava nei pressi del Monte Rosa. Qui la piccola cresce e diventa sempre più bella. La sua bellezza amalia, ma lei non si dà e rifiuta persino delle ottime proposte matrimoniali. Nascono da qui le dicerie che la porteranno a essere arsa sul rogo l’undici settembre 1610.

Anche in questo caso, raccontata così, sembra che Vassalli porti alla luce la solita storia di ingiustizia, invece è molto altro. La differenza tra “La chimera” e tutto ciò che possiamo leggere sull’argomento è che l’autore ricostruisce storia, contesto e dinamiche sociali. Il romanzo scorre. Lo stile è quello del narratore che inchioda il lettore dalla prima all’ultima riga, invogliandolo ad andare avanti e a non a fermarsi alle apparenze.

Se c’è una cosa che posso affermare è che Vassalli ricostruisce – come ha insegnato Carlo Ginzburg – con dovizia una vicenda di “microstoria” che ci rivela più di tanti altri libri la dura vita del Seicento. Perciò Vassalli, nella postfazione al romanzo, datata 2014, spiega che Manzoni ha fatto questa cosa, ma edulcorando alcuni personaggi. Il primo è don Abbondio: un parroco troppo ottocentesco, che nulla ha a che fare con la prepotenza dei chierici del Seicento.

Ma al di là di questo, Vassalli riconosce che Manzoni aveva altri intenti. Tutte cose di cui, ormai, noi possiamo fare a meno.

Vassalli: un ricercatore dell’italianità

Vassalli infatti vuole fare altro e ci riesce incredibilmente facendo risaltare l’amore per il pettegolezzo; l’odio per le donne; l’incapacità di costruire rapporti veri e duraturi; il ripiegamento su alleanze di comodo; l’immagine messianica della politica, ossia di un uomo che deve risolvere tutto.

Nelle carte del processo dell’innocente Antonia, lo scrittore rintraccia tutti i vizi della nostra società. Ciò rende “La chimera” un romanzo che andrebbe custodito, anche portato nelle scuole, soprattutto in questi tempi di oscurantismo e in cui si esalta l’individuo e non la società.

Post correlati