Il giardino dei fiori infelici: Lucchi e il colpevole silenzio

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “Il giardino dei fiori infelici” di Nicola Lucchi, Neo Edizioni, 2026
Ci sono romanzi che raccontano un delitto e romanzi che si immergono nei luoghi in cui quel delitto è cresciuto. «Il giardino dei fiori infelici» appartiene alla seconda specie. Il fatto atroce, impronunciabile, è quasi un pretesto: un ragazzo di ventidue anni, dei bambini uccisi, una richiesta che suona come un rituale antico più che come un diritto processuale. Ma l’autore, Nicola Lucchi, non è interessato al mostro in prima pagina. È interessato alla radice, anzi all’origine del misfatto.
Quello che mi ha colpito di quest’opera è la capacità di muoversi tra generi senza far rumore. C’è il gotico, sì, ma non è decorativo. È infatti una nebbia che entra nei polmoni della comunità. C’è il noir, ma non cerca l’effetto; semmai sottrae, asciuga. E poi c’è qualcosa di più scivoloso, quasi una fiaba nera di montagna, dove la voce che racconta, quella di Olga, diventa il vero bosco in cui ci si perde.
Lucchi lavora puntando all’essenzialità. Non accumula, non compiace. Taglia. E in quei tagli lascia filtrare il freddo di una vallata alpina che non è solo geografia ma destino: povertà, esclusione, soprannomi che diventano sentenze. “La strega del villaggio” non è un personaggio folkloristico, è il punto di frattura tra individuo e comunità. È lì che il romanzo trova la sua misura più interessante: nel mostrare come il silenzio collettivo possa essere complice quanto l’azione.
In «Il giardino dei fiori infelici» non ho trovato compiacimento nell’orrore, e questo è un merito raro. L’orrore qui germoglia, appunto, da qualcosa di nefasto che era già presente. È una catena che non assolve nessuno, ma nemmeno distribuisce colpe con la facilità di un talk show. Anche l’amore materno, che potrebbe essere rifugio, diventa materia ambigua: può proteggere, ma può anche isolare, deformare, chiudere il mondo fuori.
Si sente la mano dello sceneggiatore nella costruzione delle scene, nella precisione dei dialoghi, ma la scrittura resta letteraria, mai televisiva. È un equilibrio non scontato.
«Il giardino dei fiori infelici» non è un romanzo consolatorio. Non cerca redenzioni facili. Però costringe a restare, a camminare in quel bosco insieme ai personaggi, sapendo che la via Crucis non è solo la loro. È anche la nostra, quando scegliamo di non vedere.
