Emilio Nigro: scrivere per togliere il velo. Ecco il suo “Malarazza”

Emilio Nigro: scrivere per togliere il velo. Ecco il suo “Malarazza”

Articolo di Luciana De Palma. In copertina: “Malarazza” di Emilio Nigro, Qed Edizioni, 2024

In Malarazza (Qed ed.), il titolo dell’opera che raccoglie i racconti di Emilio Nigro, è rivelata la violenza delle ombre che addentano e fagocitano la luce.

Con uno stile saldamente ancorato all’idea che la scrittura debba essere lama tagliente, l’autore non fa sconti, mentre mostra la ferocia di scenari che fanno da sfondo a una umanità precipitata nella crudeltà più nera.

Anime perdute, eppure consapevoli di aver scelto senza esitazioni il male, la perversione, la brutalità che nega ogni possibile salvezza.

C’è una sorta di lucida spietatezza che funge da collante tra i racconti e che emerge senza timore di ferire le apparenze o di oltraggiare le aspettative: è proprio questa la supposta intenzione dello scrittore che non cede di fronte alle atrocità di un’esistenza frantumata dai colpi dell’ipocrisia, della falsità, del perbenismo e delle menzogne.

Lo sguardo si incunea nelle miserie di esseri votati alla meschinità, che riescono a far sgretolare ogni valore sociale, annientando così la prospettiva di un possibile ritorno alla verità e alla giustizia.

Il lettore ha la netta impressione di ritrovarsi nel pieno di una tempesta spirituale, indifeso di fronte alla potenza dell’offesa, del torto, dell’ingiustizia: balenano molti interrogativi, tutti intorno al come e al quando l’umanità sia crollata sotto il peso delle sue stesse responsabilità ignorate.

Le risposte languono sotto gli spasmi del silenzio assordante. Le voci dei protagonisti sono esili, quasi un rantolo, a confronto degli strepiti con cui i potenti di turno stordiscono coloro che sono disposti a tutto pur di condividere un vantaggio politico, economico, sociale; è così che il pensiero e la coscienza, ridotti in poltiglia, perdono la forza per svegliarsi e insorgere.

“Guarda giù. Un attimo appena. Quell’attimo per farsi possedere dall’incoscienza.
Per azzerare la ragione. Guardava giù, la distanza dall’acqua – in acqua finirà, non c’è pericolo – per zittire la prudenza, a suggerire il ritiro, per provare vertigine, per vincersi, e superarsi, per fare il vuoto dentro, e andare, agire. E poi il lancio, per lo scivolo ripido, ripidissimo, la grazia, il volo, i muscoli tesi delle gambe slanciate, fuori controllo, i bagliori dello smalto a mani e piedi, le dita a tappare il naso, istintive, in difesa, e l’acqua”.

Tra le pagine serpeggia un brusio incessante che mantiene viva l’attenzione non solo sul progresso della trama, ma anche e soprattutto sulle evoluzioni spirituali dei protagonisti avvolti in sudari di dolore e sconfitte.

Emilio Nigro afferra la sostanza del tormento e le dà forma, materializzando sulla pagina le spirali in cui la coscienza resta intrappolata quando ad ogni passo si presenta un bivio impossibile da eludere chiudendo gli occhi o ignorando il peso delle conseguenze.

La lotta è sempre impari poiché vede fronteggiarsi l’assurdità della vita e il capovolgimento dei principi di condivisione e lealtà.

Il potere costituito è onnipresente, incombe come il terrore che offusca la mente e indebolisce il cuore. A poco o nulla valgono i tentativi di ribellione di un’anima che vuole liberarsi dai ricatti e dai vincoli sociali: zittire le pretese del potere è un’impresa titanica.

Il fraseggio breve ed estremamente curato restituisce al lettore la gravità di ciò che, pagina dopo pagina, scopre.

Non c’è alcuna condanna, né implicita né esplicita da parte dello scrittore che, invece, diventa specchio affinché le parole producano l’effetto di una riflessione necessaria e urgente su quanto in profondità siano andate le radici della rassegnazione e dell’indifferenza.

In fondo, alla buona scrittura si chiede di compiere il miracolo della restituzione della complessità senza compromessi, senza edulcorazioni, senza false speranze: questo libro ci riesce.

“Dove trovava la forza, a quell’età, per continuare a vivere in paese, a non crollare sovrastato dalla carica di quel disprezzo, di quelle ignominie? Avrebbe ricominciato daccapo, si disse, avrebbe lasciato perdere l’opposizione, seppur pacifica, ora che sapeva di non doversene sentire in colpa”.

Persino nella favola che chiude l’opera spira un vento gelido che sa di disfatta, quasi a invocare il bisogno di restituire alla narrazione la sua purezza originaria che troppo spesso è piegata alle richieste del mercato o a velleità superficiali.

Più del conformismo e della prepotenza è il tacere che corrode e avvelena l’intelletto e lo spirito, relegandoli nello spazio in cui finisce tutto ciò di cui il potere ha paura.

A questo, per fortuna, si oppone la scrittura che va controcorrente, che non accetta compromessi, che rivela senza mitigare, che racconta senza precipitarsi verso il lieto fine.

Una scrittura che, come in “Malarazza”, replica al disinteresse con una forte presa di posizione attraverso coscienza e responsabilità.

 

 

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