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	<title>Recensioni Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Muschio bianco: Torchio e l&#8217;irrisolvibile &#8220;Esserci&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 08:50:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Muschio bianco&#8221; di Katya Torchio, Officine Editoriali da Cleto, 2026 Quando parliamo di un libro di Katya Torchio, sappiamo già che non ci troveremo davanti a una narrazione superficiale dei sentimenti. Le sue opere non inseguono l’emozione facile, né cedono alla tentazione di dividere il mondo in categorie rassicuranti. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Muschio bianco&#8221; di Katya Torchio, Officine Editoriali da Cleto, 2026</strong></p>
<p>Quando parliamo di un libro di <strong>Katya Torchio</strong>, sappiamo già che non ci troveremo davanti a una narrazione superficiale dei sentimenti. Le sue opere non inseguono l’emozione facile, né cedono alla tentazione di dividere il mondo in categorie rassicuranti. Al contrario, scavano nell’essere umano con una sensibilità rara, attraversando l’amore, il sacrificio, il dolore e la speranza come territori concreti, vissuti, spesso contraddittori. È proprio in questa capacità di abitare le contraddizioni che <strong>Torchio</strong> trova la sua voce più autentica.</p>
<p><strong>Torchio</strong> è un’osservatrice dell’animo umano. Adopera uno sguardo attento, quasi investigativo, capace di scavalcare le convenzioni e di portare alla luce ciò che normalmente resta nascosto. Nei suoi personaggi non esiste mai un sentimento assoluto, puro, immacolato. Ogni emozione reca con sé ombre e zone grigie, perché la vita stessa è un problema irrisolvibile. Ed è forse questa la qualità più importante della sua scrittura: <strong>il rifiuto di ogni giudizio netto</strong>.</p>
<p>I protagonisti di &#8220;<strong>Muschio Bianco</strong>&#8221; sono uomini e donne profondamente umani. Fragili, talvolta smarriti, ma sempre capaci di rialzarsi. In loro, <strong>Katya Torchio</strong> mette in evidenza qualcosa che la contemporaneità tende spesso a dimenticare: la possibilità della comprensione e della redenzione. È come dire: non ci sono maestri, ma solo curiosi amanti del sapere che si scambiano la propria visione delle cose e dei fatti.</p>
<p><strong>Nessuno è “buono” o “cattivo” per nascita.</strong> Esistono il vissuto, le ferite, le mancanze, le esperienze che modellano ciascuno di noi e che, inevitabilmente, plasmano anche la realtà che abitiamo. La vita dialoga continuamente con chi la attraversa e, in questo discorso senza fine, prende forma il destino umano.</p>
<p>Dentro questa prospettiva relativista, tuttavia, emerge qualcosa di universale: <strong>l’amore</strong>. Non un amore plastificato, ridotto a dichiarazione o a retorica da <strong>soap opera</strong>, ma amore inteso come presenza, condivisione, reciprocità. Per <strong>Torchio</strong> amare significa manifestarsi all’altro, esserci davvero. Senza questa vicinanza ogni individuo rischia di sentirsi abbandonato alla vita, quasi gettato nudo nel mondo. È intorno a questa idea di amore che l’intero libro gravita, come se ogni storia, ogni gesto e ogni parola trovassero lì la propria ragione d&#8217;esistere. Pertanto, secondo questo filo conduttore, più si è distanti dall&#8217;amore, più la persona vedrà un&#8217;esistenza a tinte fosche.</p>
<p>In &#8220;<strong>Muschio Bianco</strong>&#8221; l’amore assume molte forme: è l’amore per <strong>Praia a Mare</strong>, città natale dell’autrice, osservata non soltanto come luogo geografico ma come spazio emotivo e collettivo; è l’amore per il proprio lavoro nei servizi sociali del <strong>Comune</strong>, esperienza che permette a <strong>Torchio</strong> di entrare quotidianamente in contatto con le fragilità del presente; è l’amore per la scrittura e per la cultura, che si traduce in una prosa capace di essere insieme delicata e viscerale; ed è soprattutto amore per gli ultimi. <strong>Non però nella forma paternalistica del soccorso</strong>, bensì in quella più complessa e necessaria dell’emancipazione sociale. Perché il disagio, la solitudine e lo spaesamento non appartengono più soltanto a certe categorie sociali, ma sono diventati malattie endemiche della nostra contemporaneità.</p>
<p>&#8220;<strong>Muschio Bianco</strong>&#8221; è dunque molto più di un romanzo locale. Anzi, definirlo tale è solo dispregiativo. Esso è un affresco dell’oggi e, allo stesso tempo, un punto di partenza da cui osservare il domani della nostra &#8220;<strong>area</strong>&#8221; e della società intera. Attraverso <strong>Praia a Mare</strong>, <strong>Katya Torchio</strong> racconta &#8220;<strong>ogni dove</strong>&#8220;, ricordandoci che ogni luogo è <strong>rappresentazione del mondo e appartiene al mondo</strong>. E che, in fondo, ciascuno di noi, nel bene e nel male, prende parte alla grande e sempre innovativa <strong>Commedia umana</strong>.</p>
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		<title>L’amore molesto: il noir dell’anima di Elena Ferrante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 10:09:22 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[E/O Edizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Letizia Falzone. In copertina: &#8220;L&#8217;amore molesto&#8221; di Elena Ferrante, E/O Edizioni, 1992 Pubblicato nel 1992, “L’amore molesto” è il fulminante romanzo d&#8217;esordio di Elena Ferrante. Sebbene il grande pubblico abbia conosciuto l&#8217;autrice soprattutto grazie alla tetralogia de “L&#8217;amica geniale”, è in questa prima opera densa, viscerale e a tratti disturbante che si trovano, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Letizia Falzone. In copertina: &#8220;L&#8217;amore molesto&#8221; di Elena Ferrante, E/O Edizioni, 1992</strong></p>
<p>Pubblicato nel 1992, “<strong>L’amore molesto</strong>” è il fulminante romanzo d&#8217;esordio di <strong>Elena Ferrante</strong>. Sebbene il grande pubblico abbia conosciuto l&#8217;autrice soprattutto grazie alla tetralogia de “<strong>L&#8217;amica geniale</strong>”, è in questa prima opera densa, viscerale e a tratti disturbante che si trovano, tutte le grandi ossessioni della sua letteratura.</p>
<h3>La Trama e l’Atmosfera: Un “Noir” dell’Anima</h3>
<p>La storia si apre con un evento traumatico: Amalia, la madre della protagonista Delia, viene trovata annegata su una spiaggia di Spaccavento, vestita solo di un prezioso reggiseno di pizzo, del tutto insolito per le sue abitudini.</p>
<h3>L&#8217;amore molesto: omicidio, suicidio o incidente?</h3>
<p>Per rispondere a queste domande, Delia – che vive a Roma e fa la costumista – è costretta a tornare a <strong>Napoli</strong>, la città da cui era fuggita. Il viaggio si trasforma rapidamente da indagine poliziesca a discesa febbrile nella memoria. Attraverso squallidi vicoli affollati, telefonate anonime e incontri con figure ambigue del passato (come il viscido Caserta), Delia deve ricostruire gli ultimi giorni di vita di sua madre, finendo però per fare i conti con i propri traumi d’infanzia e con le bugie su cui ha fondato la sua intera esistenza.</p>
<p>Il nucleo centrale è il rapporto madre-figlia, sviscerato con una crudeltà e una passione rare. Delia ha passato la vita a tentare di non assomigliare ad Amalia, rifiutando la sua napoletanità, i suoi gesti, la sua sottomissione. Eppure, camminando per Napoli, Delia indossa gli abiti rimasti della madre, ne assume gli odori e si guarda allo specchio vedendo il volto di Amalia. Si attiva qui quel concetto che la Ferrante battezzerà più tardi come smarginatura: i confini dell’identità di Delia si dissolvono, fondendosi e sovrapponendosi a quelli del corpo materno.</p>
<p>La critica femminista ha evidenziato come il romanzo sia una potente riflessione sul corpo della donna all’interno di una società patriarcale, violenta e possessiva. Amalia è stata per tutta la vita vittima della folle gelosia del marito (un pittore fallito che la picchiava per il solo fatto di essere guardata dagli altri uomini). La bellezza e la sensualità di Amalia sono vissute dalla famiglia e dai vicini come una “provocazione” intrinseca, una colpa da punire.</p>
<p><strong>Il vero colpo di scena del libro non è legato a un colpevole reale, ma a un trauma rimosso.</strong> Delia scopre che la catastrofe familiare (il divorzio dei genitori e la rovina di Amalia) è nata da una sua stessa bugia di bambina di cinque anni. Per gelosia e per il desiderio di punire la madre, la Delia bambina ha distorto un episodio di molestia subìto da un vecchio (Caserta), proiettandolo sulla madre. La memoria non è un porto sicuro, ma un territorio deformato dal senso di colpa.</p>
<p><strong>Napoli</strong> non fa semplicemente da sfondo: è un personaggio a sé stante. È una città asfittica, calda, rumorosa, degradata e quasi liquida (come l’acqua del mare che inghiotte Amalia). La lingua napoletana, che Delia cerca di censurare parlando un italiano asettico, riemerge continuamente come un dialetto della violenza e dell’urlo, impossibile da dimenticare.</p>
<p>A differenza della prosa più fluida e “popolare” de <strong>&#8220;L’amica geniale&#8221;</strong>, L’amore molesto ha una scrittura estremamente tattile, viscerale e spietata. La critica ne ha lodato la capacità di non addolcire mai i sentimenti scomodi: l’amore di Delia per la madre è “molesto” proprio perché impastato di odio, vergogna, attrazione morbosa e rancore.</p>
<p>Non è una lettura consolatoria. C’è un senso di angoscia costante e un odore sgradevole che sembra emanare dalle pagine (il sudore, la polvere dei vecchi negozi, la violenza domestica). Mario Martone ne ha tratto nel 1995 un omonimo, splendido film con Anna Bonaiuto, capace di restituire perfettamente quella stessa atmosfera allucinata e febbrile del libro.</p>
<p>In definitiva, <strong>&#8220;L’amore molesto&#8221;</strong> rimane forse l’opera più geometricamente perfetta e potente della Ferrante: un romanzo psicologico mascherato da thriller che usa il corpo di una madre per esplorare le stanze più buie dell’identità femminile.</p>
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		<title>Il mare non bagna Napoli: Ortese oltre la visibile sofferenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 09:42:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Il mare non bagna Napoli&#8221; di Anna Maria Ortese, Adelphi, edizione del 1994 Sì, ciò che è contenuto in questi racconti è davvero accaduto. L&#8217;autrice ha visto, sentito, toccato, odorato e gustato. A tutto, però, Ortese ha aggiunto &#8211; lo dice stesso lei &#8211; la &#8220;metafisica&#8221;, ossia qualcosa che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Il mare non bagna Napoli&#8221; di Anna Maria Ortese, Adelphi, edizione del 1994</strong></p>
<p>Sì, ciò che è contenuto in questi racconti è davvero accaduto. L&#8217;autrice ha visto, sentito, toccato, odorato e gustato. A tutto, però, Ortese ha aggiunto &#8211; <strong>lo dice stesso lei</strong> &#8211; la &#8220;metafisica&#8221;, ossia qualcosa che va al di là del mondo materiale e che prima alimenta, poi trasforma la disperazione in sostanza teatrale e allucinata. Ogni forma si risolve in una parola: <strong>Napoli</strong>.</p>
<p>Per noi del <strong>Mezzogiorno</strong> non è difficile comprendere cosa sia quell&#8217;indolenza che ci dona un&#8217;aria trasognata, capace di rendere la sofferenza un luogo in cui si mette alla prova l&#8217;ingegno. Ma ciò che appare chiaro è che questa forza non è vitalismo, o peggio ancora stoica spensieratezza, bensì resa a quello stato di natura che annichilisce ogni spinta emancipatrice o di uso della ragione.</p>
<p>Ecco, l&#8217;autrice riesce perfettamente a delineare tali aspetti. Ci mostra tutto questo quando descrive le folle che animano <strong>Forcella</strong> e il vecchio edificio dei <strong>Granili</strong>. Lo vediamo quando ci racconta del &#8220;<strong>misticismo isterico</strong>&#8221; che donne e uomini senza speranza tirano fuori nel momento in cui la realtà ha emesso un insindacabile verdetto di penuria, impotenza e insofferenza.</p>
<p>&#8220;<strong>Il mare non bagna Napoli</strong>&#8221; è l&#8217;allucinazione post bellica di Ortese. Questo libro uscì nel <strong>1953</strong>, creando non pochi chiacchiericci. Addirittura, il racconto &#8220;<strong>Il silenzio della ragione</strong>&#8221; costò a lei lo strappo con l&#8217;ambiente culturale napoletano. Infatti, con piglio coraggioso, facendo nomi e cognomi, la scrittrice tirò giù un breve memoir sull&#8217;ambiente culturale cittadino, mettendo a nudo ipocrisie e sotterfugi. Come non rimanere a bocca aperta davanti alla figura di <strong>Domenico Rea</strong> e al modo in cui tratta la moglie. Sono immagini che oggi scatenerebbero crociate inenarrabili da parte delle femministe.</p>
<p>Resta il fatto che il fine di <strong>Ortese</strong> non era certamente quello di creare un pettegolezzo, ma di mostrare le contraddizioni di una élite che si poneva come avanguardista e marxista, vicina al popolo, ma pur sempre mossa da un&#8217;ambizione spicciola, personale, derivante da quello &#8220;<strong>stato di natura</strong>&#8221; che soffoca ogni emancipazione collettiva. Anche il vitalismo di Rea è, per <strong>Ortese</strong>, una forma di quella forza insensata e confusionaria che alberga nelle masse contadine del <strong>Sud</strong>. Qualcosa che serve per contrastare quell&#8217;azione  castigatrice, opprimente, promossa da un <strong>Dio</strong> che manda la disgrazia solo per farsi adorare. Sotto accusa non finisce mai il potere, anzi il <strong>potente</strong> viene quasi sempre giustificato.</p>
<p>&#8220;<strong>Il mare non bagna Napoli</strong>&#8221; è quindi un trattato sociologico, ma anche un dettagliato quadro della città partenope subito dopo la Seconda guerra mondiale. La forza di <strong>Anna Maria Ortese</strong> è tutta nella sua capacità di mostrare le cose senza apporre giudizi. Diventiamo spettatori che, scena dopo scena, ci porremo domande chiare sul senso della vita e sul significato della sofferenza. I personaggi che incontreremo sono forme più o meno tipiche del nostro <strong>Mezzogiorno</strong>. Ma ripeto, non parliamo di stereotipi, ma di figure che ancora oggi sono tra noi e i cui fantasmi ci camminano a fianco.</p>
<p>Leggere oggi &#8220;<strong>Il mare non bagna Napoli</strong>&#8221; ci serve proprio per questo motivo: per appurare che quell&#8217;elemento metafisico, che forse fu difficile da spiegare pure per l&#8217;autrice, è ancora qui con noi. Penso che l&#8217;unico che seppe davvero delinearlo con precisione fu il filosofo napoletano <strong>Aldo Masullo</strong> con il suo &#8220;<strong>Arcisenso</strong>&#8220;. Detto così, possiamo dire che <strong>Napoli</strong> è lo spirito del Sud, la manifestazione più vera dell&#8217;irrazionale sentire umano.</p>
<p>Ma sia ben chiaro, leggere questo libro di <strong>Ortese</strong> vuol dire anche immergersi in uno stile pieno e compatto, che non lascia sfuggire nulla. Vivono tra queste pagine delle immagini immortali, così vivide e naturali da fare impallidire. Qualcosa che non è solo tecnica, ma soprattutto è sentimento unito a una <strong>pietas</strong> fuori dal comune. Insomma, leggete questo libro e fatene tesoro.</p>
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		<title>Manuale del boia: Duff e l&#8217;arte dell&#8217;impiccagione</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Jul 2026 19:03:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Manuale del boia&#8221; di Charles Duff, Adelphi, edizione del 1998 In Inghilterra, l&#8217;impiccagione dei criminali doveva essere qualcosa di tremendamente serio, visto il modo in cui Charles Duff ne parla nel suo pamphlet. Certamente, il tono è ironico, tant&#8217;è che ci sembrerà di trovarci davanti a un&#8217;apologia della pena [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><strong>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Manuale del boia&#8221; di Charles Duff, Adelphi, edizione del 1998</strong></p>
<p dir="ltr">In Inghilterra, l&#8217;impiccagione dei criminali doveva essere qualcosa di tremendamente serio, visto il modo in cui <strong>Charles Duff</strong> ne parla nel suo pamphlet. Certamente, il tono è ironico, tant&#8217;è che ci sembrerà di trovarci davanti a un&#8217;apologia della pena di morte, invece siamo di fronte a una dura reprimenda.</p>
<p dir="ltr">Lo stile è tutto e questo libro lo dimostra. Il modo in cui l&#8217;autore ci racconta di questa pratica brutale coinvolge e interroga. &#8220;<strong>Manuale del boia</strong>&#8221; uscì per la prima volta nel 1928, ma l&#8217;edizione che ci propone <strong>Adelphi</strong> è quella del 1948 nella sua forma riveduta e ampliata.</p>
<p dir="ltr">Teniamo conto che in <strong>Inghilterra</strong> la pena di morte fu abolita definitivamente nel dicembre del <strong>1969</strong>, dopo la sospensione decisa nel <strong>1965</strong>. Non va dimenticato però che le ultime esecuzioni ci furono nel <strong>1964</strong>. Questo per quanto riguarda il reato di omicidio, perché per due reati non comuni, quali pirateria e tradimento, fu eliminata solo nel <strong>1998</strong>. Ma se andiamo a vedere, anche in altri paesi europei la sua abolizione è pressoché recente.</p>
<p dir="ltr"><strong>Duff</strong> colse una certa passione tutta inglese per l&#8217;arte dell&#8217;impiccagione, nonché per il boia, innalzato quasi a figura mitologica. Il bello di tutta la faccenda è che, da buon giornalista, lui scrisse questo libro non solo per informare ma soprattutto per alimentare il dibattito in maniera intelligente, mettendo in luce paradossi e ipocrisie del caso.</p>
<p dir="ltr"><strong>Duff</strong> portò a galla gli studi che gli stessi boia effettuarono affinché l&#8217;esecuzione fosse indolore. L&#8217;obiettivo era che tutto si concludesse velocemente con la frattura dell&#8217;osso del collo e non con un &#8220;<strong>disumano</strong>&#8221; strangolamento. Per avere questo risultato, partendo dal peso del condannato, l&#8217;esecutore calcolava la lunghezza della corda e per quanto dovesse cadere il corpo del criminale.</p>
<p dir="ltr">Logicamente, errare è umano, quindi ci sono state delle volte in cui le cose non sono andate lisce. <strong>Duff</strong> ci racconta di quando, purtroppo, il collo dell&#8217;impiccato non si è spezzato subito, o di volte in cui, a causa del peso eccessivo del condannato, la testa si è staccata dal corpo. Insomma, il &#8220;<strong>Manuale del boia</strong>&#8221; sa come strapparci un sorriso anche parlandoci di dettagli macabri. La cosa che però dovrebbe farci pensare è che non c&#8217;è nulla di inventato.</p>
<p dir="ltr">A modo suo, l&#8217;autore smaschera tutta l&#8217;ipocrisia che si celava in quegli anni e che era caldeggiata dai conservatori. A colpi di statistiche viene pure dimostrato che la pena di morte non fu capace di limitare gli omicidi. Ma al di là di tutto, perché dovremmo leggere questo libro? La risposta è semplice: ancora oggi, nonostante <strong>l&#8217;Europa</strong> abbia bandito la pena capitale, il giustizialismo si abbatte soprattutto sui più deboli.</p>
<p dir="ltr">Non è l&#8217;inasprimento delle pene che cambia la società, ma è la comprensione di determinati fenomeni che spinge a una progressiva emancipazione. La prevenzione ha sempre un suo valore. Se è vero che la pena capitale sia solo un ricordo della storia europea, non si può negare il ritorno di un certo fascino verso &#8220;<strong>il pugno di ferro</strong>&#8220;.</p>
<p dir="ltr"><strong>Duff</strong> non risparmia, sempre ironicamente, attacchi feroci ai poteri forti. La forza di libri del genere è che fanno riflettere con leggerezza su temi importanti; pratica che, ahinoi, è caduta in disuso.</p>
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		<title>Quattro testimonianze sul fiume Erinnio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 10:04:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Quattro testimonianze sul fiume Erinnio&#8221; di Angela Dimitrakaki, traduzione di Elisabetta Garieri, Voland, 2026 Ioanna, Katerina, Sofia e Rahil sono quattro adolescenti che vogliono verificare se il fiume sotterraneo Erinnio esiste. Ne hanno sentito parlare a scuola, da una loro professoressa, e ne sono rimaste affascinate. Credere o non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Quattro testimonianze sul fiume Erinnio&#8221; di Angela Dimitrakaki, traduzione di Elisabetta Garieri, Voland, 2026</strong></p>
<p>Ioanna, Katerina, Sofia e Rahil sono quattro adolescenti che vogliono verificare se il fiume sotterraneo <strong>Erinnio</strong> esiste. Ne hanno sentito parlare a scuola, da una loro professoressa, e ne sono rimaste affascinate. Credere o non credere a questo mito contemporaneo? Ma soprattutto perché non fare un&#8217;esperienza?</p>
<p>Da qui lo spunto che dà il via a questo romanzo breve, ambientato nell&#8217;<strong>Atene</strong> degli anni <strong>Ottanta del Novecento.</strong> L&#8217;autrice delinea prima di tutto l&#8217;ambiente in cui l&#8217;azione si svolge, quella <strong>Grecia</strong> che era uscita da poco dalla <strong>dittatura dei Colonnelli</strong>. I giovani non avevano vissuto il <strong>Sessantotto</strong> europeo, ma si mischiarono subito con la cultura <strong>post-punk, </strong>marcatamente nichilista.</p>
<p>Ma la prima cosa che salta all&#8217;occhio è la struttura del romanzo. Infatti, questa vicenda viene tirata fuori da un&#8217;antropologa che sta svolgendo una ricerca sui miti urbani degli anni <strong>Ottanta del Novecento</strong>. La vicenda viene ricostruita quindi a posteriori, grazie alle testimonianze raccolte nei primi anni del XXI secolo.</p>
<p>Insomma, &#8220;<strong>Quattro testimonianze sul fiume Erinnio</strong>&#8221; è una ricostruzione storica e sociale di un periodo cruciale per la <strong>Grecia</strong>. La sua uscita dalla dittatura, nonché il processo di democratizzazione, offrono parallelismi interessanti con la nostra storia nazionale. Anche lo sviluppo urbanistico, con tanto di corsi d&#8217;acqua <em><strong>tombati </strong></em>e sfregi urbanistici, offrono uno spunto di lettura ulteriore.</p>
<p>Possiamo affermare che ci sono stati anni in cui l&#8217;Europa ha subito l&#8217;influsso di una cultura che, nel bene e nel male, ha indirizzato il futuro. Ciò che oggi raccogliamo, con cui continuano a fare i conti, è solo il risultato di un processo alimentato da &#8220;<strong>illustri miti</strong>&#8220;. Infatti, come viene sottolineato in più punti, <strong>Angela Dimitrakaki</strong> porta in superficie i cosiddetti &#8220;<strong>miti urbani</strong>&#8220;. Ogni epoca ha i suoi.</p>
<p>Senza spoilerare troppo, questo romanzo è la storia di una tragedia. Senza andare a scomodare la filologia, &#8220;<strong>Erinnio</strong>&#8221; richiama le mitologiche <strong>Erinni</strong>, quelle <strong>Furie</strong> che si vendicano di coloro che hanno colpito i propri familiari. E se quella a cui assisteremo è la vendetta della natura nei confronti di uno dei suoi figli, l&#8217;uomo, allora possiamo sbizzarrirci con le interpretazioni.</p>
<p>Come dobbiamo interpretare questo libro? Sicuramente, &#8220;<strong>Quattro testimonianze sul fiume Erinnio</strong>&#8221; è un romanzo che, nonostante la sua brevità, svela e apre spunti di ricerca non indifferenti, tanto da dover essere definito come un esempio di letteratura sociale. In secondo luogo, siamo di fronte a un romanzo che senza &#8220;<strong>finzioni</strong>&#8221; e &#8220;<strong>astrusi protocolli per sembrare originali</strong>&#8221; sa narrare fatti che interrogano la quotidianità.</p>
<p><strong>Morale della favola:</strong> avremmo bisogno di più romanzi così, perché il nostro periodo storico richiede di essere vigili. Il parallelismo tra <strong>Grecia</strong> e <strong>Italia</strong> cade in un momento propizio. Dall&#8217;altra non possiamo non riconoscere che da anni <strong>Voland</strong> dà voce a quegli autori balcanici, che al momento stanno dando prova di grande vivacità; vivacità da cui qualcuno dovrebbe prendere spunto.</p>
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