Killers: Iron Maiden e passaggi B-Side

“Killers: Iron Maiden e passaggi B-Side” è un articolo di Martino Ciano. In copertina un’immagine creata con l’intelligenza artificiale
Era l’ordine immortale e ripetitivo delle cose che mi avvicinò a qualcosa che andava al di là delle mie abitudini. Era anche normale per un quattordicenne di metà anni Novanta del Novecento che imparava a guadagnarsi qualche soldo pulendo i tavolini e le sedie di un locale. Mezz’ora scarsa di lavoro, tutti i giorni da fine giugno a fine agosto, ed ecco lì cinquemila lire al dì.
Mettendo insieme quelle banconote verdi su cui era impresso il volto del compositore Vincenzo Bellini, arrivai trionfante a una cifra che mi permise di acquistare «Killers», secondo album degli Iron Maiden. Fui attratto da quella copertina cruenta, a metà tra una illustrazione di Dylan Dog e il ghigno di Eddy che mi ricordava quello di Freddy Krueger, mio «eroe» dell’epoca.
Davanti a tante voci che invitavano alla ribellione e alla trasgressione, io non volevo essere da meno. Il mondo era tutto lì, a portata di mano. Anche da una stanza situata nell’abitazione di un piccolo paese della provincia calabrese si potevano spalancare i propri occhi sul mondo. Grazie alla televisione e a una sapiente ricerca presso la stampa specializzata, nulla era più distante.
Nota dopo nota, parola dopo parola, si cominciava a sognare. Attraverso poche immagini stampate sul libretto del Cd si costruiva un mondo. C’era bisogno dell’immaginazione per uscire dal proprio piccolo anfratto. Allo stesso modo, bisognava disprezzare e apprezzare quelle mura in cui ci si rintanava per fuoriuscire dal limite nel quale si abitava. È qualcosa di difficile da spiegare a parole, ma è una condizione che molti adolescenti di quegli anni ricorderanno.
Da lì a dieci anni la diffusione di internet, attraverso «Alice Flat», avrebbe permesso a tutti di avere informazioni istantanee, di vedere le cose troppo velocemente, di consumare i propri desideri di conoscenza in pochi click e di credere di sapere ogni cosa sull’argomento. Per noi è stato diverso, ciò non vuole dire meglio.
Per un mese ascoltai per intero, almeno una volta al giorno, «Killers» degli Iron Maiden. Per certi amici più grandi di me, che già da qualche anno bazzicavano quella musica, io ero un baby metallaro che aveva ancora tanta strada da fare. Neppure fumavo e quando provai davanti a quel gruppo una Camel il viso diventò colore ruggine.
Cosa fosse un metallaro non l’avevo davvero capito, allora giù a leggere «Metal Shock» e «Flash», riviste che costavano tremila lire, stampate in bianco e nero su carta riciclata. Andavo a comprarle in un’edicola in cui lavorava una ragazza vestita sempre di nero, con i capelli color catrame e lo sguardo languido. Aveva un seno enorme, esplodente. Una meraviglia che l’adolescenza amplificò in picchi di eccitazione che con l’età spariscono. Per me lei era «La Minnoide». Ora non so che fine abbia fatto, ma a modo mio la ringrazio per quella volta che mi regalò un vecchio Metal Hammer in cui c’era una compilation con dentro «Wish» dei Nine Inch Nails. E va bene così.
Ma poi cercavo di capire cosa cantavano gli Iron Maiden e siccome capivo poco di inglese, perché a scuola ci insegnavano quello commerciale, chiesi a una mia amica che andava a lezioni private di tradurmi i testi a orecchio, perché nel libretto del Cd non erano stampati. Lei ci provò, ma con scarsi risultati. «Questo tizio abbaia e grida. Ma che cazzo ti senti», mi disse. «Che stronza», pensai.
Mi disse solo che la prima canzone era una strumentale dal titolo le «Idi di Marzo», forse, dedicata agli assassini di Giulio Cesare. Poi ce n’era una dedicata a “I delitti della Rue Morgue”, sicuramente ispirata dal racconto di Edgar Allan Poe. Un’altra strumentale celebrava il condottiero Gengis Khan. E infine, una che addirittura si rifaceva alla parabola del «Figliol Prodigo». «Grazie – mormorai – a quelle cose c’ero arrivato da solo», ma finsi meraviglia.
Allora feci così: comprai un libro su Giulio Cesare e uno su Gengis Khan; il racconto di Edgar Allan Poe e setacciai la bibbia di mia nonna alla ricerca della parabola del Figliol Prodigo. Intanto, mia madre cercava di capire perché avessi cominciato a sentire la «musica dei satanisti», lei che fieramente portava ancora Mina nel cuore.
«Cazzo – pensai – guarda quante cose sto imparando dalla musica dei satanisti». Perciò d’estate cominciai a fare anche lavori meglio retribuiti, ché dischi e libri costavano e a me piacevano sempre di più. E così è andata avanti, ma tutto cominciò con «Killers» degli Iron Maiden. E senza pentimenti.
