Ipocondria: una sospensione

Ipocondria: una sospensione

“Ipocondria: una sospensione” è un racconto di Martino Ciano. In copertina una immagine dell’autore modificata con l’intelligenza artificiale.

Non c’erano abbracci capaci di consolarti. Di folla in folla, con il respiro strozzato, cercavi riparo dalla solitudine che ogni risveglio ti donava. C’erano giorni che attraversavi con gli occhi spalancati, mormorando qualcosa che sembrava una supplica. Non sapevi dove andare, camminavi. Passo dopo passo, procedevi come un assetato nel deserto.

Cercavi un’oasi. Un luogo che ti togliesse dall’impaccio della solitaria corsa nel mondo. Pensare e non dire, sussurrare per non farsi percepire. Non era l’ipotesi del nulla dopo la morte che ti spaventava, ma l’essere sulla faccia della Terra senza consistenza che ti mortificava.

Ti sembrava di avere il vuoto davanti a te, di camminare in un vaporoso candore. Ciò che ti appariva di fronte – un essere umano, un animale, qualsiasi cosa – sembrava plasmato all’istante. Tu eri e non eri. Moribondo, forse assorto in quella dimensione in cui in ogni visione un demiurgo travasa il mondo.

Spezzate le parole, come il pane in un giorno di festa, ricomponevi quello che stava intorno. Inventavi la malattia. Avevi sintomi sparsi per il corpo e davanti agli occhi. Dovevi espellere qualcosa e a ogni passo lo stimolo diventava impellente. «Togliere, smaltire, distruggere, disintegrare. Non ingerire, non trattenere, non deglutire», ecco il tuo mantra mentale.

Passavano i secondi, con loro i minuti, poi le ore. Sorgeva la tua ipocondria. Dove si nascondeva il virus? C’erano batteri tra le tue mani o nell’aria che respiravi. Volevi essere un essere di puro intelletto; liberarti come un pensiero nell’aria e creare un mondo uguale ai tuoi ideali. Volevi essere una parola pronunciata da Dio e diventare forma solo per un attimo.

Era questa il tuo desiderio malato: credere che tu potessi diventare “verbo” e restare tale per sempre. Mai più carne, corpo, invecchiamento cellulare e cerebrale. Solo cosi non saresti più stato un uomo solitario, morente, desideroso di trasmigrare, di non appartenere a nessuno. Evaporare, essere ingerito dall’aria.

Ti chiedevi se ogni nascita porta con sé una malattia. «Che sia ogni madre una portatrice sana di distruzione, perché generando violenta la materia e chiama vita ciò che è un aborto? E sarà per questo che qualcuno benedice ciò che malamente si adatta al tempo e allo spazio?»

Erano queste le domande che aizzavano la tua ipocrondia, perché nonostante ti sentissi inadatto alla vita, cercavi di proteggerti e di renderti immortale. Dopotutto volevi rigenerati, procreare e dare aria a un essere che avesse le tue sembianze. Eri un personaggio contraddittorio che parlava con tutti della necessità di dissolvere ogni ceppo della specie umana. Tranne tu.

No, non volevi morire, anche se lo desideravi. Era la tua ipocrondia un metodo di sopravvivenza. C’erano giorni nei quali ti chiudevi in casa, intrecciavi cappi che poi scioglievi al tramonto. Da ciascuna corda ti immaginavi penzolante; in qualcuna mettevi il collo e poi lo ritraevi. La tua ipocondria non ti permetteva di morire, neanche di vivere.

Eri sospeso. Eri come uno spirito che non era riuscito a trapassare o una realtà che non era stata capace di dissolversi in un sogno.

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