Frankenstein: un sogno di carne e solitudine

Frankenstein: un sogno di carne e solitudine

Articolo di Letizia Falzone. In copertina la locandina di “Frankenstein”

Dopo aver ridato un’anima al legno di Pinocchio, Guillermo Del Toro torna a scavare nelle cicatrici dei dimenticati, rivolgendosi questa volta al padre di tutti i reietti: il mostro di Frankenstein. Il regista messicano non firma un semplice horror, ma un melodramma gotico sfarzoso e dolente, un ballo a due tra creatore e creatura che si muove sulle note fragili della psicanalisi.

Il peso di un’eredità spezzata

Il cuore del racconto batte nel petto di un giovane Victor Frankenstein, un bambino dalla sensibilità vibrante, intrappolato tra l’amore viscerale per una madre-chioccia e l’ombra gelida di un padre chirurgo, incapace di carezze. Quando il destino gli strappa la madre proprio mentre dona la vita a un altro figlio, Victor trasforma il lutto in un’ossessione: sconfiggere la morte per non dover più dire addio.

Spostando l’azione in un Ottocento sontuoso e decadente, Del Toro ci conduce tra i corridoi dell’Università di Edimburgo, dove Victor sfida Dio stesso. Ma in questa rincorsa al miracolo, il regista sembra a tratti smarrirsi: se l’occhio gode di una ricostruzione storica magistrale, il cuore fatica a trovare spazio tra personaggi di contorno che restano sfocati, quasi fossero solo spettatori di un dramma troppo grande per loro.

Frankenstein: lo specchio del rifiuto

La vera magia — e insieme il limite — del film risiede nel legame speculare tra Victor e la sua Creatura. Per la prima volta, Del Toro sceglie di dare piena voce al mostro: non più un essere muto e ferino, ma un’anima senziente che grida il proprio dolore. La sua violenza non è malvagità, ma il riflesso di uno specchio rotto: la risposta disperata al disgusto di un mondo che lo rifiuta e di un padre che non lo ritiene all’altezza.

“È la solitudine di chi non ha chiesto di essere creato, il pianto di un figlio abbandonato che cerca solo un posto in cui non essere un errore.”

Un adone tra le cicatrici

In questa ricerca di bellezza nel deforme, Del Toro compie una scelta audace ma rischiosa. Se Oscar Isaac interpreta un Victor in perenne estasi febbrile, quasi elettrico nel suo delirio, la Creatura di Jacob Elordi spiazza lo spettatore. È difficile vedere un mostro in Elordi: il suo è un fascino oscuro, un eroe maledetto troppo magnetico per incutere il terrore primordiale della creatura di Mary Shelley. Più che un essere ripugnante, ci troviamo davanti a un adone segnato dal destino, una scelta che toglie forse un po’ di forza al tema dell’emarginazione visiva.

Frankenstein: un involucro prezioso ma fragile

Frankenstein era il sogno di una vita per Del Toro, la “matrice” di tutto il suo cinema. Il risultato è un’opera di una bellezza formale abbacinante, un involucro luccicante che però rischia di soffocare il suo stesso messaggio sotto il peso della citazione e della magniloquenza.

Resta però impressa, come un marchio a fuoco, l’intuizione più struggente del film: la tragedia di un essere che, intrappolato tra la vita rubata e una morte negata, ci ricorda quanto possa essere crudele il dono dell’esistenza quando manca l’amore che la giustifichi. Un film imperfetto, forse troppo ambizioso, ma animato da quel bisogno universale di inclusività che è, da sempre, la vera firma di Del Toro.

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