La banda dell’Ortrugo: Mammi tra verità e utopia

La banda dell’Ortrugo: Mammi tra verità e utopia

Articolo di Luciana De Palma. In copertina: “La banda dell’Ortrugo” di Gianfranco Mammi, Qed Edizioni, 2026

Ne La banda dell’Ortrugo, Gianfranco Mammi ricrea il viaggio dantesco in chiave moderna, mettendo al centro della storia un uomo che, abbandonato dalla compagna, si ritrova a percorrere le interminabili e tortuose strade dell’autoconsapevolezza. I gironi da affrontare sono tanti e interdipendenti poiché nulla è davvero estraneo agli accadimenti reali e ancora meno a quelli spirituali.

Con una scrittura eclettica e vivace, Gianfranco Mammi sa tradurre in parole le evoluzioni immaginifiche di una mente che deve fare i conti con l’abbandono, con la paura e le insicurezze, avanzando a tentoni e senza punti di riferimento. Tanto più che, inoltrandosi in questioni di cuore, ci si imbatte anche in quelle squisitamente intellettuali e non solo; d’altra parte, è la vita ad essere un terreno aperto in cui i semi portati dal vento possono far germogliare piante di ogni tipo i cui frutti non è scontato che siano belli e succulenti.

Il protagonista si aggira in un labirinto di interrogativi nei quali pare inciampare senza sosta e dai quali prendono avvio molteplici divergenze, impensabili rispetto a quanto assodato poco prima. La visione d’insieme è quella di un prodigioso susseguirsi di colpi e di crepe su un muro di gomma che a lungo ha impedito agli occhi di vedere e alla mente di sapere: l’incentivo è dato dalla volontà di non fermarsi lì dove il dolore ha sbarrato la via perché è nella prospettiva dell’oltre la meraviglia di avanzare e di acquisire dell’esistenza una conoscenza più ravvicinata, più vera, più reale.

Nel viaggio del protagonista verso una coscienza più ampia e duttile non mancano incontri davvero eccezionali: Francois Villon, William Blake, Paul Klee, Gaspara Stampa, Friedrich Nietzsche, Dylan Thomas, Lev Tolstoj, Rainer Maria Rilke e altri si precipitano in queste pagine a dare sostanza, in modo ironico, profondo, farsesco e originale, a un pensiero che smette di avvitarsi intorno alle spirali di teorica inconsistenza per diventare appiglio di una verità che si affaccia tanto nelle domande quanto nelle risposte.

La naturalezza con cui il protagonista dialoga con personaggi non più in carne e ossa rende il progresso della vicenda così fluido da far dimenticare l’impossibilità di quanto succede nel romanzo.

Una volta accettata e quindi superata l’assurdità di incontri con autori defunti, la lettura si fa spericolata discesa verso inferi sempre più complessi in cui si possono ritrovare sfumature di una filosofia che punta alla forma tanto quanto alla sostanza.

La spontaneità del protagonista è veicolo di una precisa volontà di depurarsi da ogni tossicità iniziale affinché, riemergendo, non vi sia più traccia del dolore, ma solo della folle determinazione per superarlo.

“Caro Nostradamus vedi un po’ come va la vita a questo mondo – basta che ti assenti quarantotto ore o poco più con la tua dentista di fiducia e quando ritorni a casa è tutto cambiato, non ci si capisce più niente. Tu l’avevi previsto con largo anticipo? Bravo, potevi anche dirmi qualcosa con largo anticipo già che c’eri, va’ là che sei proprio un sanguinaccio. Ah, per avere degli avvisi con largo anticipo bisogna pagare un supplemento? Voi profeti badate sempre al sodo a quanto vedo – fate bene, non sono certo un perbenista, ma se fossi in te non tirerei troppo la corda che se mi salta la mosca al naso ti metto in salamoia e poi voglio vedere quale dei tuoi colleghi viene a tirarti fuori dall’imbuto anche se l’aveva previsto fin dai primi giorni del medioevo”.

In una trama tanto singolare quanto avvincente la fa da padrona la leggerezza che non è mai superficialità, bensì respiro profondo prima di un’apnea nella semioscurità di abissi raramente esplorati con tale grazia, acume e allegria.

La perfetta mescolanza di vita e morte, realizzata con equilibrio di stile e armonia di contenuti, rivela frangenti in cui l’esistenza smette di essere solo mistero e fa intravedere la fonte di ogni verità: il solo fatto di aver superato per un istante la soglia oltre la quale si trova quell’unica risposta, spesso inaccessibile, che in sé ne contiene molte altre, illumina lo spirito a cui è concesso di sollevarsi verso altezze insperate.

E, una volta ritornati con i piedi per terra, di La banda dell’Ortrugo resta la poesia di un’utopia in cui si rispecchiano i riflessi di un potere non salvifico, ma di certo dirompente: quello della scrittura che non scende a compromessi perché nessun limite, persino quello tra l’universo dei vivi e quello dei morti, può impedire alla parola di afferrare l’ombra di un significato per farne cancello da aprire e varcare, avanzando verso una nuova tappa nell’infinita storia dell’umanità.

 

Post correlati