Il mondo nuovo

Il mondo nuovo

“Il mondo nuovo” è un articolo di Martino Ciano. In copertina una immagine creata con l’intelligenza artificiale 

Il mondo nuovo si è garantito la disperazione. Ogni tanto, ridendo, ci chiediamo cosa sia questa tentazione di sembrare ancora vivi, mentre dovunque si spalleggia il piano della morte. Scritture volgari e necrologi declamati come frasi nei comizi di attempati politici animano la quotidianità. Non ci basta una tragedia al giorno, ne vogliamo una all’ora, fin quando l’ansia non ci abbia spolpato e lucidato le ossa. La chiamano “capacità di stare sul pezzo”.

Qui è già stata issata una bandiera bianca. Guardo il mondo nuovo mentre, davanti a me, osservo il rito antico della transumanza. Una vacca dopo l’altra, una voce umana che dirige senza interferire troppo, un lento andare e un ragionato senso di spaesamento che viene scosso dal vento. Il mondo nuovo qui non si impone. Laddove vi è indifferenza, ciò che proviene da un altrove incalcolabile e irraggiungibile è solo un fastidioso prurito.

Tra esecuzioni sommarie in strada e proclami sovranisti si annusa la distruzione. La storia è tutto ciò che appare ai nostri occhi come qualcosa che si può tramandare. E le nostre visioni mediate, così lontane dal farci sentire testimoni oculari, ammaestrano il nostro animo. Cerchiamo di contemplare con empatica risolutezza, ma non c’è modo di conciliare ciò che viviamo con ciò che desideriamo. È la violenza del mondo nuovo a farci innamorare dei nostri carnefici. È il loro love bombing di sangue e terrore che ci fa venire sensi di colpa se dissentiamo troppo. È questa assuefazione alla disumanità che ci ha reso spettatori.

Le tragedie si consumano lentamente e, come candele profumate, spandono il loro odore ovunque. Man mano che inaliamo aria viziata, ci abituiamo. Il mondo nuovo è nei nostri polmoni, negli occhi del più crudele e del più innocente degli uomini. Tutti siamo corrotti, nessuno vuole presentarsi come corruttibile. Mentre la vita sfugge alle etichette quotidiane, ciascuno sceglie la propria chiesa ideologica. Mai come in questi anni c’è chi vuole costruire grandi cattedrali del pensiero, distruggendo ciò che reputa fragile e inospitale. Gli spazi angusti del cuore sono però quelli più rinomati: ospitano ancora la polvere di questa sciagurata generazione di fine Novecento.

I Millennials hanno dimenticato il sapore dolce del “fumo pakistano” o i viaggi offerti dalle composizioni chimiche sperimentali che proiettavano verso il terzo millennio con fiducia. Con la frustrazione in corpo del volere sempre di più, insieme ai predecessori della Generazione X, hanno voluto delegare loro stessi a chi avrebbe potuto fare: a genitori ancora preda dei loro isterismi iperprotettivi. Tant’è che, troppo impegnati nel fare carriera e nel fallire, costoro hanno dato tutto in mano a padri ancora pieni di duttile monarchismo.

Intanto giochiamo a essere influencer politici, culturali e di opinioni. Influenzare e manipolare, sabotare e poi riannodare i fili del sistema. Guardare il mondo nuovo con gli occhi deboli, come un miope che ha perso gli occhiali. Vedere macchie di colore, forme senza contorni definiti, sognare il compimento di una rivoluzione. Giocare a “testa o croce”, sperando di non morire anonimi.

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