Politica calabrese: tutto vecchio ciò che sembra nuovo

Politica calabrese: tutto vecchio ciò che sembra nuovo

Un articolo di Martino Ciano sulla politica calabrese, scritto a distanza di tempo dalle solite campagne elettorali

“Tutto vecchio ciò che sembra nuovo”. La politica calabrese si arma e parte per il rinnovamento. Rinnovamento è una parola antiquata dalle parti della regione più devastata d’Europa. “Da qualcuno dovremo pur essere governati”. Lo pensano anche gli instancabili astensionisti del voto, che preferiscono preparare il ragù per la domenica piuttosto che andare alle urne per una insipida “ics” sulla scheda elettorale.

La politica calabrese tira le somme con i soliti problemi: la sanità, la povertà, il lavoro nero, l’assistenzialismo, la sacra e beneamata ‘ndrangheta. Le cose positive sono poche nella regione bagnata dai due mari, ma ci vuole animo. Speranza intesa come Divina Provvidenza. Il sole che bacia i buoni e i cattivi è anche un mezzo di sostentamento per i coltivatori di marijuana: le piantagioni fioccano come le idee. “Fumiamoci su, così la testa viaggia e va a cercare soluzioni altrove”, potrebbe dire qualcuno. E chi siamo noi per impedirlo?

L’iperuranio della politica calabrese si ferma allo slogan, copiando in tutto e per tutto il trend nazionale. “Abbiamo bisogno di promesse audaci”, questo richiede una certa fetta di popolo che ancora si appassiona alle querelle quotidiane che si muovono tra il Pollino e lo Stretto. Se il grado di piccantezza della ‘nduja è il termometro ideale per misurare il “bruciore di culo” del popolo, allora potremmo dire che rivoluzioni non ne accadranno. Una pomata contro le emorroidi farà miracoli.

La lamentela in Calabria è privata: rimbalza tra le mura domestiche. La scelta dei soliti rappresentati dimostra che tutto è facciata. La verità, a quanto pare, è che in Calabria nessuno è davvero povero, nessuno ha davvero bisogno, nessuno ha davvero necessità di una sanità migliore, la ‘ndrangheta non esiste e tutto il resto è solo simile alla noia di certi pomeriggi domenicali.

Il potere per i piccoli uomini di taglia provinciale rappresenta una fobia. La possibilità di decidere sugli esemplari del popolo, desiderosi di sedersi con il pluridecorato di turno, è una allettante gabbia. La chiamano carriera politica, ma in alcuni casi candidatura di servizio. Le conoscenze contano più del merito e i “tramiti” sono più forti del talento. Nessuno conosce davvero il peso delle proprie qualità: una terra moribonda cerca taumaturghi.

La rivoluzione è quindi come la redenzione: si rivelerà con l’Apocalisse. “A ciascuno il suo” fu scritto dai nazisti ai cancelli del campo di concentramento di Buchenwald. Ecco, così si dovrebbe scrivere anche agli ingressi dei nostri seggi elettorali.

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