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	<title>Sedie Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Diario di una prof. Una questione di sedie</title>
		<link>https://www.borderliber.it/diario-prof-grandinetti-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Apr 2024 00:09:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Diario di una prof, una queatione di sedie è la seconda parte del racconto scritto da Daniela Grandinetti.   Buona lettura con Borderliber...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Racconto e foto di copertina di Daniela Grandinetti</strong></em></p>
<p><strong>8 gennaio di un anno qualsiasi</strong></p>
<p>Ieri sera leggevo la recensione di un libro appena uscito scritto da un’insegnante fresca di pensione la quale, come atto d’amore per la sua professione, ha raccolto e pubblicato lettere e biglietti dei suoi allievi raccolti nel corso della sua carriera.</p>
<p>Qualche anno fa avevo avuto la stessa idea, ma poi – per quanto l’intento fosse di parlare di quanto sia cambiata la professione dell’insegnante – ci sono state motivazioni che mi hanno fatto desistere, tra queste il rischio oggettivo di lasciarsi andare a una sorta di narcisismo <strong>auto-glorificante</strong>.</p>
<p>La bellezza di gesti che attestano la stima e l’affetto è la più alta ricompensa al nostro quotidiano impegno, per il resto molto facilmente disprezzato, e dall’esterno non è facilmente valutabile (anche se è ormai prossima l’era della valutazione, ma soltanto per quanto “produrremo”, non certo per come e per quanto “incideremo” sulla preparazione dei cittadini futuri).</p>
<p>Mi viene in mente che molti anni fa insegnavo in una quinta con la quale eravamo stati insieme per cinque anni, dunque un gruppo di ragazzi e ragazze che avevo visto crescere.</p>
<p>Il mese di maggio dell’ultimo anno (sul finire dell’anno scolastico e in prossimità degli esami di maturità) io – ebbene sì – li ho abbandonati. È stata un’uscita di scena molto teatrale: <strong>nessuno sapeva che sarei partita, me ne sono andata per tre mesi in America.</strong> A dire il vero quando sono partita non ero neanche convinta sarei tornata.</p>
<p>Alla mia classe lasciai un biglietto in bianco, dicendo soltanto che il giorno dopo avrebbero capito <strong>&#8220;perché</strong>&#8220;. Quel foglio era bianco perché ciascuno ci scrivesse un desiderio per il futuro, quello sarebbe stato il mio augurio: <strong>che ciascuno scegliesse il proprio e non lasciassero scegliere altri per sé stessi.</strong> Mai.</p>
<p>Non ho avuto rimorsi, sapevo che erano ragazzi in gamba, ormai perfettamente in grado di cavarsela, e così è stato. Molti di loro hanno superato l’esame con risultati brillanti. La cosa più buffa è stata che tra tutti coloro che sono rimasti senza fiato per quella mia partenza segreta e improvvisa – amici, parenti, conoscenti – <strong>quelli che hanno dimostrato di “capire” sono stati proprio loro, i miei ragazzi, che mai, neanche un attimo ce l’hanno avuta con me.</strong> Anzi, ne è nata una corrispondenza fitta e costante, perfino qualche telefonata intercontinentale. È stato soprattutto in quel periodo che ho accumulato messaggi che da soli mi sarebbero bastati a mandare a quel paese qualsiasi ministro e suo funzionario che, invece, si inventano come farti passare la voglia di insegnare.</p>
<p>Se mi fermo a pensare, mi viene in mente che quasi tutti i libri che raccontano la scuola, la raccontano dal punto di vista degli insegnanti, mai dei ragazzi. Io invece è l’unica energia che riconosco in un mondo scolastico di contraddizioni e delusioni, l’unica che ricevo quotidianamente e mi dà una spinta.</p>
<p>Incontro&#8230; <strong>l’etimologia di incontro rimanda a un’idea di andare addosso, contro.</strong> È solo così che si fa il botto, quando le energie si scontrano, altrimenti è aria fritta, acqua calda che scivola, pane insipido.</p>
<p>Ok… ammetto, mi sono fatta trascinare e mi sono persa. Ecco il rischio di autocompiacimento di cui parlavo prima.</p>
<p>In effetti in questa pagina del diario oggi volevo parlare di tutt’altra cosa. Volevo parlare di sedie. Sì di sedie. Nel senso che avendo abbandonato l’idea della raccolta delle missive<strong> (peraltro a quanto sembra c’ha già pensato qualcun altro)</strong> mi sono andata convincendo che è di sedie che devo parlare. Potessi, mi piacerebbe fare un viaggio da nord a sud e raccontare la scuola raccogliendo fotografie di sedie.</p>
<p>A ben pensarci, infatti, mentre sta cadendo l’ondata di <strong>osanna</strong> della scuola digitale e si cominciano a leggere i pareri favorevoli e contrari, mentre si parla di <strong>tablet</strong> e non più di libri, mentre ci sono  diffuse e antiche lastre di ardesia che persistono, ci sono sedie rotte, sghembe, screpolate, erose, ancora molto diffuse. E per quante <strong>sale-insegnanti</strong> abbia visto in questi anni, di solito quello è il luogo dove spesso finiscono gli oggetti un attimo prima della discarica.</p>
<p>Le sedie sono perfette per una narrazione, anche perché, ora che ci penso… non vorrei dirlo, da dove (ci) prendono le sedie? Beh, ditelo voi.</p>
<p>Nota bene: <strong>l’idea delle sedie è mia, quindi se mai doveste leggere in futuro qualcosa che racconti la scuola in ottanta sedie, sarete testimoni che l’idea è stata partorita qui.</strong></p>
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		<title>I paradossi del &#8220;culturalismo&#8221; calabrese</title>
		<link>https://www.borderliber.it/paradossi-culturalismo-calabrese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Oct 2022 02:13:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Border News]]></category>
		<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Biblioteche]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Paradosso]]></category>
		<category><![CDATA[Presentazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Sedie]]></category>
		<category><![CDATA[Vuoto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Antonio Pagliuso Viviamo nella regione – la Calabria – con il più basso indice di lettura d’Europa, con le province – Catanzaro, Cosenza, Crotone, Reggio Calabria e Vibo Valentia – mestamente abbonate agli ultimi posti nelle graduatorie de “Il Sole 24 Ore” per quel che riguarda l’offerta culturale – da prendere comunque, nonostante il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Articolo di Antonio Pagliuso</strong></em></p>
<p class="x_MsoNormal">Viviamo nella regione – la Calabria – con il più basso indice di lettura d’Europa, con le province – Catanzaro, Cosenza, Crotone, Reggio Calabria e Vibo Valentia – mestamente abbonate agli ultimi posti nelle graduatorie de “Il Sole 24 Ore” per quel che riguarda l’offerta culturale – da prendere comunque, nonostante il prestigio della testata, <i>cum grano salis</i> – e con centinaia di comuni – dalla A di Acquaformosa alla Z di Zungri – che entro i confini municipali non ospitano librerie e biblioteche o in cui spesso, quando ci sono, le biblioteche non sono fruibili come dovrebbe un siffatto presidio culturale essenziale, ostaggio delle amministrazioni comunali, della burocrazia, di un “piccolo cavillo” che a certe latitudini si rivela insuperabile quanto il Nanga Parbat, la montagna mangiauomini.</p>
<p class="x_MsoNormal">Però, sempre in questa stessa regione assai singolare e plurale, nei medesimi comuni e province, le presentazioni dei libri, i festival e le iniziative culturali in genere – moltiplicate susseguentemente a quella cosa che passerà alla storia come la pandemia del 2020- boh! – sono tutti e sempre, secondo le note stampa puntualmente diffuse da tutti noi organizzatori, “un successo”.</p>
<p class="x_MsoNormal">Un immancabile e reboante successo che ha il suono stonato del paradosso. Qualcosa non torna. Forse bisognerebbe interrogarsi sul significato relativo della parola “successo”? Oppure, più banalmente, c’è qualcuno che racconta panzane?</p>
<p class="x_MsoNormal">In tutto questo confuso scenario di impostura e/o calabra diffidenza – ma anche di sconcertante aridità linguistica di uffici stampa e giornalisti – resta un sogno: organizzare un evento disertato dal pubblico, con tutte le sedie riservate agli astanti vuote; dopodiché inviare l’usuale comunicato stampa col titolo “Drammatico flop per eccetera, eccetera&#8230;”</p>
<p class="x_MsoNormal">Sarebbe un successo!</p>
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