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	<title>libro Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Essere una macchina: O&#8217;Connell e l&#8217;umanità nuova</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jul 2026 09:55:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Essere una macchina&#8221; di Mark O&#8217;Connell, Adelphi, 2018 Non c&#8217;è più da meravigliarsi, infatti quello leggerete in queste pagine è ormai dibattito pubblico. Anche l&#8217;autore non ha trattato l&#8217;argomento come se avesse scoperto qualcosa di stupefacente, ma ponendo la questione su un livello &#8220;umano&#8221;. Insomma, chiamateli transumanisti o postumanisti, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Essere una macchina&#8221; di Mark O&#8217;Connell, Adelphi, 2018</strong></p>
<p>Non c&#8217;è più da meravigliarsi, infatti quello leggerete in queste pagine è ormai dibattito pubblico. Anche l&#8217;autore non ha trattato l&#8217;argomento come se avesse scoperto qualcosa di stupefacente, ma ponendo la questione su un livello &#8220;umano&#8221;. Insomma, chiamateli <strong>transumanisti</strong> o <strong>postumanisti,</strong> ma lì fuori, mentre voi e io dibattiamo sull&#8217;aumento dei prezzi, persone ossessionate dalla tecnologica stanno lavorando alla robotizzazione dell&#8217;uomo. O per dirla meglio: al superamento del nostro vetusto e claudicante hardware.</p>
<p><strong>Mark O&#8217;Connell</strong> va tra loro e si fa raccontare delle ricerche che stanno conducendo sul trasferimento del cervello in comode chiavette Usb; su <strong>tecniche crioniche</strong> per conservare il corpo in un sonno organico, per poi scongelarlo nel momento in cui gli si potrà garantire riparazioni e cure che lo rendano immortale; sull&#8217;uso dell&#8217;intelligenza artificiale per aumentare le capacità del corpo e della mente; e, addirittura, sulla definitiva sconfitta della morte.</p>
<p>Sembra un film distopico o utopico? Nessuno dei due: questa è semplicemente la realtà. &#8220;<strong>Essere una macchina</strong>&#8221; non ci racconta qualcosa di sconvolgente, basta leggere le stravaganti dichiarazioni che ogni tanto rilasciano personaggi come <strong>Musk</strong> e <strong>Thiel</strong> per capire che non è più un sogno. Piuttosto, <strong>O&#8217;Connell</strong> ci descrive tutto mettendo da parte lo stupore, ma ponendo alcune domande che dovrebbero sanare legittime perplessità.</p>
<p><strong>Prima fra tutte:</strong> la nuova umanità comprenderà la totalità dei suoi esemplari o sarà il risultato di una accurata selezione? <strong>Altro aspetto:</strong> siamo sicuri che ciascuno di noi trovi vantaggioso resuscitare in una macchina, vedersi come un cyborg o vivere in eterno? <strong>In ultimo:</strong> i transumanisti partono dal fatto che cervello e corpo siano macchine di carne, pertanto la &#8220;<strong>mutazione</strong>&#8221; in robot in parte ci replicherebbe ma, principalmente, correggerebbe i nostri difetti. <strong>C&#8217;è un però:</strong> l&#8217;essere umano è questo, ossia un puro meccanismo deterministico?</p>
<p>Ed è qui che &#8220;<strong>Essere una macchina</strong>&#8221; diventa una appassionante lettura, perché l&#8217;autore non vuole stupirci mostrandoci cosa saremo, ma cosa è disposta a sacrificare di noi la scienza per rispondere all&#8217;aspirazione di sostituirsi a <strong>Dio</strong>. Sia ben chiaro, nulla di moralistico, ma qualcosa che nasce spontaneamente, perché a sentire parlare questi scienziati, capteremo molto fanatismo. Non è un caso che <strong>O&#8217;Connell</strong> non esiti a rappresentare il transumanesimo come una &#8220;<strong>nuova religione</strong>&#8220;.</p>
<p>Ora, è risaputo che in concetti come la <strong>Singolarità</strong> c&#8217;è tanta filosofia e teologia. Questo aspetto dovrebbe dimostrarci che l&#8217;umanità non inventa nulla di nuovo, piuttosto rielabora e sfrutta i moderni mezzi di produzione per modificare il proprio habitat e le sue istituzioni. <strong>Ma perché scomodare il marxismo</strong>?</p>
<p>&#8220;<strong>Essere una macchina</strong>&#8221; è il primo passo verso la conoscenza di una nuova epoca che non può essere assolutamente ignorata. I suoi effetti si riverseranno in breve tempo su tutti. Il problema è capire &#8220;come&#8221; questo processo avverrà e secondo quali criteri. Che l&#8217;essere umano sia destinato a diventare cavia e schiavo di sé stesso?</p>
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		<title>Muschio bianco: Torchio e l&#8217;irrisolvibile &#8220;Esserci&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 08:50:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Muschio bianco&#8221; di Katya Torchio, Officine Editoriali da Cleto, 2026 Quando parliamo di un libro di Katya Torchio, sappiamo già che non ci troveremo davanti a una narrazione superficiale dei sentimenti. Le sue opere non inseguono l’emozione facile, né cedono alla tentazione di dividere il mondo in categorie rassicuranti. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Muschio bianco&#8221; di Katya Torchio, Officine Editoriali da Cleto, 2026</strong></p>
<p>Quando parliamo di un libro di <strong>Katya Torchio</strong>, sappiamo già che non ci troveremo davanti a una narrazione superficiale dei sentimenti. Le sue opere non inseguono l’emozione facile, né cedono alla tentazione di dividere il mondo in categorie rassicuranti. Al contrario, scavano nell’essere umano con una sensibilità rara, attraversando l’amore, il sacrificio, il dolore e la speranza come territori concreti, vissuti, spesso contraddittori. È proprio in questa capacità di abitare le contraddizioni che <strong>Torchio</strong> trova la sua voce più autentica.</p>
<p><strong>Torchio</strong> è un’osservatrice dell’animo umano. Adopera uno sguardo attento, quasi investigativo, capace di scavalcare le convenzioni e di portare alla luce ciò che normalmente resta nascosto. Nei suoi personaggi non esiste mai un sentimento assoluto, puro, immacolato. Ogni emozione reca con sé ombre e zone grigie, perché la vita stessa è un problema irrisolvibile. Ed è forse questa la qualità più importante della sua scrittura: <strong>il rifiuto di ogni giudizio netto</strong>.</p>
<p>I protagonisti di &#8220;<strong>Muschio Bianco</strong>&#8221; sono uomini e donne profondamente umani. Fragili, talvolta smarriti, ma sempre capaci di rialzarsi. In loro, <strong>Katya Torchio</strong> mette in evidenza qualcosa che la contemporaneità tende spesso a dimenticare: la possibilità della comprensione e della redenzione. È come dire: non ci sono maestri, ma solo curiosi amanti del sapere che si scambiano la propria visione delle cose e dei fatti.</p>
<p><strong>Nessuno è “buono” o “cattivo” per nascita.</strong> Esistono il vissuto, le ferite, le mancanze, le esperienze che modellano ciascuno di noi e che, inevitabilmente, plasmano anche la realtà che abitiamo. La vita dialoga continuamente con chi la attraversa e, in questo discorso senza fine, prende forma il destino umano.</p>
<p>Dentro questa prospettiva relativista, tuttavia, emerge qualcosa di universale: <strong>l’amore</strong>. Non un amore plastificato, ridotto a dichiarazione o a retorica da <strong>soap opera</strong>, ma amore inteso come presenza, condivisione, reciprocità. Per <strong>Torchio</strong> amare significa manifestarsi all’altro, esserci davvero. Senza questa vicinanza ogni individuo rischia di sentirsi abbandonato alla vita, quasi gettato nudo nel mondo. È intorno a questa idea di amore che l’intero libro gravita, come se ogni storia, ogni gesto e ogni parola trovassero lì la propria ragione d&#8217;esistere. Pertanto, secondo questo filo conduttore, più si è distanti dall&#8217;amore, più la persona vedrà un&#8217;esistenza a tinte fosche.</p>
<p>In &#8220;<strong>Muschio Bianco</strong>&#8221; l’amore assume molte forme: è l’amore per <strong>Praia a Mare</strong>, città natale dell’autrice, osservata non soltanto come luogo geografico ma come spazio emotivo e collettivo; è l’amore per il proprio lavoro nei servizi sociali del <strong>Comune</strong>, esperienza che permette a <strong>Torchio</strong> di entrare quotidianamente in contatto con le fragilità del presente; è l’amore per la scrittura e per la cultura, che si traduce in una prosa capace di essere insieme delicata e viscerale; ed è soprattutto amore per gli ultimi. <strong>Non però nella forma paternalistica del soccorso</strong>, bensì in quella più complessa e necessaria dell’emancipazione sociale. Perché il disagio, la solitudine e lo spaesamento non appartengono più soltanto a certe categorie sociali, ma sono diventati malattie endemiche della nostra contemporaneità.</p>
<p>&#8220;<strong>Muschio Bianco</strong>&#8221; è dunque molto più di un romanzo locale. Anzi, definirlo tale è solo dispregiativo. Esso è un affresco dell’oggi e, allo stesso tempo, un punto di partenza da cui osservare il domani della nostra &#8220;<strong>area</strong>&#8221; e della società intera. Attraverso <strong>Praia a Mare</strong>, <strong>Katya Torchio</strong> racconta &#8220;<strong>ogni dove</strong>&#8220;, ricordandoci che ogni luogo è <strong>rappresentazione del mondo e appartiene al mondo</strong>. E che, in fondo, ciascuno di noi, nel bene e nel male, prende parte alla grande e sempre innovativa <strong>Commedia umana</strong>.</p>
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		<title>Il mare non bagna Napoli: Ortese oltre la visibile sofferenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 09:42:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Il mare non bagna Napoli&#8221; di Anna Maria Ortese, Adelphi, edizione del 1994 Sì, ciò che è contenuto in questi racconti è davvero accaduto. L&#8217;autrice ha visto, sentito, toccato, odorato e gustato. A tutto, però, Ortese ha aggiunto &#8211; lo dice stesso lei &#8211; la &#8220;metafisica&#8221;, ossia qualcosa che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Il mare non bagna Napoli&#8221; di Anna Maria Ortese, Adelphi, edizione del 1994</strong></p>
<p>Sì, ciò che è contenuto in questi racconti è davvero accaduto. L&#8217;autrice ha visto, sentito, toccato, odorato e gustato. A tutto, però, Ortese ha aggiunto &#8211; <strong>lo dice stesso lei</strong> &#8211; la &#8220;metafisica&#8221;, ossia qualcosa che va al di là del mondo materiale e che prima alimenta, poi trasforma la disperazione in sostanza teatrale e allucinata. Ogni forma si risolve in una parola: <strong>Napoli</strong>.</p>
<p>Per noi del <strong>Mezzogiorno</strong> non è difficile comprendere cosa sia quell&#8217;indolenza che ci dona un&#8217;aria trasognata, capace di rendere la sofferenza un luogo in cui si mette alla prova l&#8217;ingegno. Ma ciò che appare chiaro è che questa forza non è vitalismo, o peggio ancora stoica spensieratezza, bensì resa a quello stato di natura che annichilisce ogni spinta emancipatrice o di uso della ragione.</p>
<p>Ecco, l&#8217;autrice riesce perfettamente a delineare tali aspetti. Ci mostra tutto questo quando descrive le folle che animano <strong>Forcella</strong> e il vecchio edificio dei <strong>Granili</strong>. Lo vediamo quando ci racconta del &#8220;<strong>misticismo isterico</strong>&#8221; che donne e uomini senza speranza tirano fuori nel momento in cui la realtà ha emesso un insindacabile verdetto di penuria, impotenza e insofferenza.</p>
<p>&#8220;<strong>Il mare non bagna Napoli</strong>&#8221; è l&#8217;allucinazione post bellica di Ortese. Questo libro uscì nel <strong>1953</strong>, creando non pochi chiacchiericci. Addirittura, il racconto &#8220;<strong>Il silenzio della ragione</strong>&#8221; costò a lei lo strappo con l&#8217;ambiente culturale napoletano. Infatti, con piglio coraggioso, facendo nomi e cognomi, la scrittrice tirò giù un breve memoir sull&#8217;ambiente culturale cittadino, mettendo a nudo ipocrisie e sotterfugi. Come non rimanere a bocca aperta davanti alla figura di <strong>Domenico Rea</strong> e al modo in cui tratta la moglie. Sono immagini che oggi scatenerebbero crociate inenarrabili da parte delle femministe.</p>
<p>Resta il fatto che il fine di <strong>Ortese</strong> non era certamente quello di creare un pettegolezzo, ma di mostrare le contraddizioni di una élite che si poneva come avanguardista e marxista, vicina al popolo, ma pur sempre mossa da un&#8217;ambizione spicciola, personale, derivante da quello &#8220;<strong>stato di natura</strong>&#8221; che soffoca ogni emancipazione collettiva. Anche il vitalismo di Rea è, per <strong>Ortese</strong>, una forma di quella forza insensata e confusionaria che alberga nelle masse contadine del <strong>Sud</strong>. Qualcosa che serve per contrastare quell&#8217;azione  castigatrice, opprimente, promossa da un <strong>Dio</strong> che manda la disgrazia solo per farsi adorare. Sotto accusa non finisce mai il potere, anzi il <strong>potente</strong> viene quasi sempre giustificato.</p>
<p>&#8220;<strong>Il mare non bagna Napoli</strong>&#8221; è quindi un trattato sociologico, ma anche un dettagliato quadro della città partenope subito dopo la Seconda guerra mondiale. La forza di <strong>Anna Maria Ortese</strong> è tutta nella sua capacità di mostrare le cose senza apporre giudizi. Diventiamo spettatori che, scena dopo scena, ci porremo domande chiare sul senso della vita e sul significato della sofferenza. I personaggi che incontreremo sono forme più o meno tipiche del nostro <strong>Mezzogiorno</strong>. Ma ripeto, non parliamo di stereotipi, ma di figure che ancora oggi sono tra noi e i cui fantasmi ci camminano a fianco.</p>
<p>Leggere oggi &#8220;<strong>Il mare non bagna Napoli</strong>&#8221; ci serve proprio per questo motivo: per appurare che quell&#8217;elemento metafisico, che forse fu difficile da spiegare pure per l&#8217;autrice, è ancora qui con noi. Penso che l&#8217;unico che seppe davvero delinearlo con precisione fu il filosofo napoletano <strong>Aldo Masullo</strong> con il suo &#8220;<strong>Arcisenso</strong>&#8220;. Detto così, possiamo dire che <strong>Napoli</strong> è lo spirito del Sud, la manifestazione più vera dell&#8217;irrazionale sentire umano.</p>
<p>Ma sia ben chiaro, leggere questo libro di <strong>Ortese</strong> vuol dire anche immergersi in uno stile pieno e compatto, che non lascia sfuggire nulla. Vivono tra queste pagine delle immagini immortali, così vivide e naturali da fare impallidire. Qualcosa che non è solo tecnica, ma soprattutto è sentimento unito a una <strong>pietas</strong> fuori dal comune. Insomma, leggete questo libro e fatene tesoro.</p>
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		<title>Ondeggia, Oceano: ecco il libro di Teodoro Lorenzo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 08:57:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;oceano come non l&#8217;avete mai visto: Teodoro Lorenzo racconta tremila anni di storia in &#8220;Ondeggia, Oceano&#8221;. Pubblichiamo il comunicato stampa inviatoci dall&#8217;autore C&#8217;è stato un tempo in cui il mare rappresentava il volto dell&#8217;ignoto, un luogo ostile popolato da mostri, tempeste e presenze demoniache. Oggi, invece, è simbolo di libertà, avventura e contemplazione. È proprio [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L&#8217;oceano come non l&#8217;avete mai visto: Teodoro Lorenzo racconta tremila anni di storia in &#8220;Ondeggia, Oceano&#8221;. Pubblichiamo il comunicato stampa inviatoci dall&#8217;autore</strong></p>
<p>C&#8217;è stato un tempo in cui il mare rappresentava il volto dell&#8217;ignoto, un luogo ostile popolato da mostri, tempeste e presenze demoniache. Oggi, invece, è simbolo di libertà, avventura e contemplazione. È proprio questa straordinaria metamorfosi del rapporto tra l&#8217;uomo e l&#8217;oceano il cuore di &#8220;<strong>Ondeggia, Oceano</strong>&#8220;, il nuovo saggio di Teodoro Lorenzo, un viaggio che attraversa oltre tremila anni di storia, filosofia, religione e letteratura.</p>
<p>L&#8217;autore accompagna il lettore lungo un percorso che parte da una riflessione tanto semplice quanto sorprendente: il mare è assente dal Giardino dell&#8217;Eden. Un dettaglio che diventa il punto di partenza per comprendere come, per secoli, l&#8217;oceano sia stato percepito come il luogo del caos, della paura e dell&#8217;incontrollabile. Nella cultura medievale il mare era spesso assimilato all&#8217;anticamera dell&#8217;Inferno, uno spazio popolato da creature mostruose e minacce invisibili.</p>
<p>Eppure, mentre gran parte dell&#8217;Europa guardava alle acque con timore, popoli come i Vichinghi e i Baschi imparavano a dominarle. I primi spinti dall&#8217;ambizione delle conquiste e delle razzie, i secondi dalla pesca del merluzzo e dalla caccia alle balene, custodendo gelosamente le rotte e i segreti della navigazione.</p>
<p>Con l&#8217;Età delle Scoperte cambia tutto. L&#8217;oceano smette di essere soltanto un confine e diventa il centro della storia. Particolarmente significativa è l&#8217;analisi che Lorenzo dedica all&#8217;Inghilterra, protagonista di una profonda trasformazione culturale e politica: da nazione prevalentemente agricola a grande potenza marittima, grazie anche alla pirateria sostenuta dalla Corona, alla sconfitta dell&#8217;Invincibile Armada e a una posizione geografica che rendeva il mare parte integrante della propria identità.</p>
<p>Uno degli aspetti più affascinanti del volume riguarda però la nascita della letteratura di mare. L&#8217;autore ricostruisce il passaggio decisivo che conduce dal timore alla meraviglia, passando attraverso il concetto di &#8220;Sublime&#8221; elaborato da Edmund Burke e la rivoluzione romantica, che trasforma la natura nello specchio delle emozioni umane.</p>
<p>Da qui prende forma un immaginario destinato a lasciare un segno profondo nella cultura occidentale, con opere fondamentali come La ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge, Il racconto di Arthur Gordon Pym di Edgar Allan Poe e le influenze esercitate dallo stesso Poe su Jules Verne e Arthur Rimbaud.</p>
<p>&#8220;Ondeggia, Oceano&#8221; si distingue per la capacità di coniugare rigore scientifico e chiarezza espositiva. Un saggio che riesce a rendere accessibili temi complessi senza rinunciare alla profondità dell&#8217;analisi, offrendo al lettore un&#8217;affascinante esplorazione del modo in cui l&#8217;umanità ha immaginato, temuto e infine celebrato il mare.</p>
<p>Più che un semplice libro sulla storia dell&#8217;oceano, quello di Teodoro Lorenzo è un invito a rileggere il rapporto tra uomo e natura attraverso le grandi trasformazioni del pensiero occidentale. Un&#8217;opera destinata agli appassionati di storia, filosofia e letteratura, ma anche a chi, osservando l&#8217;orizzonte, si è chiesto almeno una volta cosa si nasconda oltre la linea del mare.</p>
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		<title>Quattro testimonianze sul fiume Erinnio</title>
		<link>https://www.borderliber.it/quattro-testimonianze-sul-fiume-erinnio/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 10:04:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Quattro testimonianze sul fiume Erinnio&#8221; di Angela Dimitrakaki, traduzione di Elisabetta Garieri, Voland, 2026 Ioanna, Katerina, Sofia e Rahil sono quattro adolescenti che vogliono verificare se il fiume sotterraneo Erinnio esiste. Ne hanno sentito parlare a scuola, da una loro professoressa, e ne sono rimaste affascinate. Credere o non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;Quattro testimonianze sul fiume Erinnio&#8221; di Angela Dimitrakaki, traduzione di Elisabetta Garieri, Voland, 2026</strong></p>
<p>Ioanna, Katerina, Sofia e Rahil sono quattro adolescenti che vogliono verificare se il fiume sotterraneo <strong>Erinnio</strong> esiste. Ne hanno sentito parlare a scuola, da una loro professoressa, e ne sono rimaste affascinate. Credere o non credere a questo mito contemporaneo? Ma soprattutto perché non fare un&#8217;esperienza?</p>
<p>Da qui lo spunto che dà il via a questo romanzo breve, ambientato nell&#8217;<strong>Atene</strong> degli anni <strong>Ottanta del Novecento.</strong> L&#8217;autrice delinea prima di tutto l&#8217;ambiente in cui l&#8217;azione si svolge, quella <strong>Grecia</strong> che era uscita da poco dalla <strong>dittatura dei Colonnelli</strong>. I giovani non avevano vissuto il <strong>Sessantotto</strong> europeo, ma si mischiarono subito con la cultura <strong>post-punk, </strong>marcatamente nichilista.</p>
<p>Ma la prima cosa che salta all&#8217;occhio è la struttura del romanzo. Infatti, questa vicenda viene tirata fuori da un&#8217;antropologa che sta svolgendo una ricerca sui miti urbani degli anni <strong>Ottanta del Novecento</strong>. La vicenda viene ricostruita quindi a posteriori, grazie alle testimonianze raccolte nei primi anni del XXI secolo.</p>
<p>Insomma, &#8220;<strong>Quattro testimonianze sul fiume Erinnio</strong>&#8221; è una ricostruzione storica e sociale di un periodo cruciale per la <strong>Grecia</strong>. La sua uscita dalla dittatura, nonché il processo di democratizzazione, offrono parallelismi interessanti con la nostra storia nazionale. Anche lo sviluppo urbanistico, con tanto di corsi d&#8217;acqua <em><strong>tombati </strong></em>e sfregi urbanistici, offrono uno spunto di lettura ulteriore.</p>
<p>Possiamo affermare che ci sono stati anni in cui l&#8217;Europa ha subito l&#8217;influsso di una cultura che, nel bene e nel male, ha indirizzato il futuro. Ciò che oggi raccogliamo, con cui continuano a fare i conti, è solo il risultato di un processo alimentato da &#8220;<strong>illustri miti</strong>&#8220;. Infatti, come viene sottolineato in più punti, <strong>Angela Dimitrakaki</strong> porta in superficie i cosiddetti &#8220;<strong>miti urbani</strong>&#8220;. Ogni epoca ha i suoi.</p>
<p>Senza spoilerare troppo, questo romanzo è la storia di una tragedia. Senza andare a scomodare la filologia, &#8220;<strong>Erinnio</strong>&#8221; richiama le mitologiche <strong>Erinni</strong>, quelle <strong>Furie</strong> che si vendicano di coloro che hanno colpito i propri familiari. E se quella a cui assisteremo è la vendetta della natura nei confronti di uno dei suoi figli, l&#8217;uomo, allora possiamo sbizzarrirci con le interpretazioni.</p>
<p>Come dobbiamo interpretare questo libro? Sicuramente, &#8220;<strong>Quattro testimonianze sul fiume Erinnio</strong>&#8221; è un romanzo che, nonostante la sua brevità, svela e apre spunti di ricerca non indifferenti, tanto da dover essere definito come un esempio di letteratura sociale. In secondo luogo, siamo di fronte a un romanzo che senza &#8220;<strong>finzioni</strong>&#8221; e &#8220;<strong>astrusi protocolli per sembrare originali</strong>&#8221; sa narrare fatti che interrogano la quotidianità.</p>
<p><strong>Morale della favola:</strong> avremmo bisogno di più romanzi così, perché il nostro periodo storico richiede di essere vigili. Il parallelismo tra <strong>Grecia</strong> e <strong>Italia</strong> cade in un momento propizio. Dall&#8217;altra non possiamo non riconoscere che da anni <strong>Voland</strong> dà voce a quegli autori balcanici, che al momento stanno dando prova di grande vivacità; vivacità da cui qualcuno dovrebbe prendere spunto.</p>
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