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	<title>libro Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Emma: tra le righe di un libro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jun 2026 07:28:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Emma: tra le righe di un libro&#8221; è un racconto di Wanda Lamonica. In copertina una foto dell&#8217;autrice &#8220;Hai letto il libro che ti ho dato?&#8221;     &#8220;Certo, perché me lo chiedi?&#8221; &#8220;Così&#8221;, risponde Emma, scrollando le spalle. Osserva una formica gigante infilarsi in una crepa minuscola incisa nella terra secca. &#8220;Vuoi che ti faccia [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Emma: tra le righe di un libro&#8221; è un racconto di Wanda Lamonica. In copertina una foto dell&#8217;autrice</strong></p>
<p>&#8220;Hai letto il libro che ti ho dato?&#8221;     &#8220;Certo, perché me lo chiedi?&#8221;<br />
&#8220;Così&#8221;, risponde Emma, scrollando le spalle. Osserva una formica gigante infilarsi in una crepa minuscola incisa nella terra secca.</p>
<p>&#8220;Vuoi che ti faccia un riassunto?&#8221;, le chiede in tono sprezzante Carlo, alzandosi dal muretto su cui si era seduto. Si scuote i jeans all&#8217;altezza delle natiche per togliere via un po&#8217; di polvere. Afferra il casco, modello Capitan America , pronto per sgommare via con il suo scooter blu, mezzo scassato.</p>
<p>&#8220;Sempre a dubitare, stai&#8221;, rimprovera Emma picchiettandosi un dito su una tempia.</p>
<p>Sbuffa, prima di infilare le chiavi nel blocchetto, fare tanto rumore, troppo fumo. Infine, sparisce. Perché Carlo è bravissimo a sparire. Come lo sono stati Alex e Matteo, prima di lui. Come lo sono state le amiche del cuore, Lara e Sandra. Che le avevano voluto così bene da allontanarla, nello stesso momento, con un unico messaggio sul telefono: &#8220;Sei pesante, Emmy. Ti vogliamo bene ma non è più vita, con te.&#8221;</p>
<p>Emma rimane da sola, anche oggi. A guardare il paesaggio srotolarsi magicamente al di sotto del muro del belvedere come un arazzo pregiatissimo.</p>
<p>Eccola. La chiesa dove le suore ripetevano a pappardella lunghe preghiere in latino e obbligavano le bambine a mangiare frattaglie di pollo affogate nel brodo, il martedì sera.</p>
<p>Eccola. La piccola piazza del mercato, dove spesso Suor Clemenza le comprava le caramelle di liquirizia a forma di topolino. Eccole. I filari di viti che in autunno pennellavano di malinconia la Valle Lieta, con i loro colori dorati. Era di nuovo invisibile, Emma. Con quel suo modo sempre sgangherato e disperato di chiedere attenzione.</p>
<p>Per dire al mondo Io ci sono, senti cosa dico, guarda cosa faccio.<br />
Del resto, sua madre l&#8217;aveva abbandonata al convento quando aveva solo tre anni.<br />
Un ciondolo con un cuore.<br />
Un ciondolo.<br />
Con un cuore.<br />
E basta.<br />
Questo le aveva lasciato sua madre.</p>
<p>Ed Emma si era sempre chiesta quale messaggio indecifrabile contenesse quell&#8217;oggetto. Perchè il cuore? Perchè un ciondolo? Perchè un convento? Ma, soprattutto, perchè? Era di certo colpa sua se ancora non l&#8217;aveva trovata, sua madre. Emma l&#8217;imbranata, Emma l&#8217;imbranata.</p>
<p>Da lì, forse, la mania di lasciare tracce di sé ovunque. In una tristissima caccia al tesoro dove il tesoro era Emma e il suo mondo disastrato. Un biglietto del tram sul tavolo per dire Vado via, l&#8217;adesivo delle fate appiccicato sulla bocca per dire Oggi non parlo. La riga nera sotto gli occhi per sottolineare la sua anima incompresa.</p>
<p>Carlo le diceva &#8220;Ti amo&#8221; almeno tre volte al giorno, certo.</p>
<p>&#8220;Sono tutto orecchi&#8221;, la rassicurava, spesso. Ma per certe cose bisogna ascoltare col cuore, l&#8217;udito c&#8217;entra poco. Emma voleva amare ed essere amata. Dopotutto, non le sembrava una cosa così difficile. Persino Miao e Milù si amavano nel cortile del convento, miagolando felici. Eppure nessuno sembrava riuscire a realizzare quel suo desiderio semplice. Nessuno riusciva mai a toccare quel cuore così delicato, così tormentato, così pieno di assenze e mancanze senza aggiungere altre sofferenze.</p>
<p>&#8220;Tu stai fuori di testa&#8221;, le aveva detto una volta Matteo lasciandola davanti alla scuola, solo perché Emma gli aveva chiesto di presentarla come fidanzatina ai suoi genitori.</p>
<p>Fame. Fame d&#8217;amore. Quella che a volte lei reprimeva, digiunando. O che saziava troppo, fino a vomitare. Per esserci pochissimo, nel mondo. O per sbranarselo, finché poteva, per il solo gusto di rigettarlo subito dopo nel water.</p>
<p>E nel libro dato a Carlo, a pagina 125, eccolo, il pensiero scritto a matita, con parole piccole piccole, a fine pagina. &#8220;Solo se leggi qui, mi hai amata davvero. Sto qui. Tra le righe. A volte troppo piccola, scivolo giù. A volte, immensa, rimango sospesa.O incastrata. Fai tu. Ma se mi cerchi soltanto ora, è già tardi. Per te non ci sono più.&#8221;</p>
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		<title>La terza geografia: Mosesso oltre ogni definizione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 09:07:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[De Palma]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Mosesso]]></category>
		<category><![CDATA[Neo Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Luciana De Palma. In copertina: &#8220;La terza geografia&#8221; di Carmine Valentino Mosesso, Neo edizioni, 2026 Le poesie raccolte in &#8220;La terza geografia&#8221; rappresentano esattamente la dimensione esistenziale dell’autore Carmine Valentino Mosesso che ha trovato nell’intercapedine tra la parola e la natura il terreno in cui seminare una nuova prospettiva umana e intellettuale. I [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Luciana De Palma. In copertina: &#8220;La terza geografia&#8221; di Carmine Valentino Mosesso, Neo edizioni, 2026</strong></p>
<p>Le poesie raccolte in &#8220;<strong>La terza geografia</strong>&#8221; rappresentano esattamente la dimensione esistenziale dell’autore <strong>Carmine Valentino Mosesso</strong> che ha trovato nell’intercapedine tra la parola e la natura il terreno in cui seminare una nuova prospettiva umana e intellettuale.</p>
<p>I versi sono liberi di esplorare angolazioni dell’universo da cui poter guardare ciò che accade senza la presunzione di possedere la verità e allo stesso tempo con la certezza che, solo sradicandosi dai vecchi schemi, ci si può avvicinare ad altre e più autentiche visioni.</p>
<p>La natura domina il pensiero e i gesti del poeta che si lascia scorrere nelle forme di una bellezza minuta, fragile e potente insieme: succede così di sentirsi permeati dallo stesso stupore che pervade l’autore ogniqualvolta mette a tacere il frastuono delle illusioni per prepararsi all’ascolto di quel silenzio ricco di storia e di poesia che si materializza, quasi miracolosamente, nelle forme animali e vegetali.</p>
<p>Alle parole è riconsegnato un compito preciso, importante e di certo molto impegnativo: afferrare l’essenza, ma non pretendere di spiegarla o di esaurirla in breve.</p>
<p><em>“[…] parlare è impastare la lingua di Dante con il volgare di un quartiere/l’oratoria contadina con la schiuma di un arcipelago di case./ La semente va rinnovata spesso per non stancare il campo/e lo stesso vale per la lingua. […]”.</em></p>
<p>L’urgenza di rinnovarsi e rinnovare la lingua rende il processo della scrittura parallelo a quello della maturazione e della crescita spirituale; non potrebbe esistere altro modo per provare a superare i limiti di una coscienza che altrimenti tenderebbe ad annichilirsi sulle sue stesse posizioni.</p>
<p>E sulla scorta di un rinnovamento necessario il poeta rompe gli argini temporali e finisce per andare al di là della paura umana per eccellenza, ovvero morire e scomparire per sempre nell’oblio.</p>
<p><em>“Il giorno dopo la mia morte/accadranno cose bellissime:/la luce serena del primo mattino,/i vecchi a fare compagnia alla terra e all’aria./Sarà puntuale anche il cane del rione,/passerà una donna,/porterà il suo fiore.”.</em></p>
<p>L’eterno ritorno della linfa che non si perde perché ritorna a saziare la fame e la sete di vita è qui evocato con l’incandescente evidenza di una torcia che ondeggia nel buio pesto.</p>
<p>Non c’è potere più audace e più implacabile di quello della natura che sovrasta la miseria umana, pur non abbattendosi sull’umanità mai in modo definitivo: tutto sembra sempre commisurato al desiderio, alla volontà, alla voglia degli uomini di permettere alla natura di attraversarli, lasciando poi sedimenti di meraviglia, grandezza e stupore.</p>
<p><em>“[…] Per fare il pastore devi avere la statura dei giganti/ e delle formiche, devi saper prendere la montagna/ sulle gambe,/ e reggerla tutto il giorno negli occhi./ Il pastore ha scelto la voce delle cose/più che le parole degli uomini, ha scelto il vento,/ un altro modo di abitare il tempo.”</em></p>
<p>Le parole imprimono una traccia sul cammino solitario di chi ha deciso di assecondare il mistero celato nei suoni più genuini che orecchio abbia mai udito, ma non bastano per svelare il segreto delle cose poiché questo è impastato di tutto ciò che l’uomo da sempre tenta di possedere e purtroppo distruggere.</p>
<p><strong>Mosesso</strong> non si lascia scoraggiare dall’impari sproporzione tra la piccolezza umana e la statuaria possanza della natura: è attraverso la parola che il mistero si fa dono e il segreto diventa rivelazione, benché tutto questo avvenga in rapidissimi lassi di tempo.</p>
<p>La sua consapevolezza che la bellezza si può sentire solo sporgendosi oltre il confine dell’orgoglio e della fantomatica superiorità dell’essere umano sulla natura fa sì che ogni verso si tramuti in un istante di incredibile illuminazione.</p>
<p>Lasciarsi andare, farsi trasportare dall’incanto che trabocca nella mente e nell’anima quando i sensi raccolgono i segnali, sparsi tutt’attorno, di una più vasta e profonda sostanza che reclama di essere vista, riconosciuta, amata e difesa.</p>
<p>In tutto questo l’amore si spalanca alle suggestioni impetuose che arrivano direttamente dalle viscere, come se non si potesse più rimandare la manifestazione di ciò che ha annullato il tempo per diventare un presente infinito.</p>
<p><em>“Parlami adesso, fallo per un’ora./ Non voglio perdermi nessuna nuvola,/nessun cielo/nella tua parola.”</em></p>
<p>Immaginando il poeta contemplare l’immensità che lo circonda, il lettore avverte l’impulso di diventare parte di quella stessa immensità che muta e si trasforma nello sguardo che riesce a cogliere sempre aspetti diversi, nuovi, portatori di complessità e di significato inattesi.</p>
<p><strong>Mosesso</strong> ha scritto versi intensi e leggeri, in grado di restituire una maggiore aderenza alle vicissitudini di uno spirito che non smette di cercare altri punti di partenza da cui ripartire per esplorarsi ed esplorare.</p>
<p>Sono poesie che fluttuano in assenza di gravità perché composte con un’assoluta precisione ritmica, eppure pregne del peso invincibile della verità che non è mai di circostanza, ma sempre e solo risvolto di una catena di qui e ora che permea la storia nel suo divenire.</p>
<p>In questo sta <strong>la terza geografia</strong> del titolo: non un parametro univoco e immutabile, bensì uno spazio che racchiude gli opposti e li coniuga all’infinito.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Piccoli passi, grandi mondi: un libro vicino al cuore dei bambini</title>
		<link>https://www.borderliber.it/piccoli-passi-grandi-mondi-un-libro-vicino-al-cuore-dei-bambini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 May 2026 19:32:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Border News]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Francesco Forestiero ci racconta la presentazione del libro &#8220;Piccoli passi, grandi mondi&#8221;, tenutasi il 29 maggio 2026 Marcellina, nel cosentino Ci sono giornate che restano dentro, perché riescono a trasformare un semplice incontro in un’emozione collettiva. La presentazione del libro “Piccoli passi, grandi mondi – Storie e racconti della Prima A”, nato dall’esperienza di Libriamoci [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Francesco Forestiero ci racconta la presentazione del libro &#8220;Piccoli passi, grandi mondi&#8221;, tenutasi il 29 maggio 2026 Marcellina, nel cosentino</strong></p>
<p>Ci sono giornate che restano dentro, perché riescono a trasformare un semplice incontro in un’emozione collettiva. La presentazione del libro “Piccoli passi, grandi mondi – Storie e racconti della Prima A”, nato dall’esperienza di Libriamoci all’Istituto Comprensivo “Paolo Borsellino”, è stata una di queste.</p>
<p>Davanti agli occhi vivi e attenti dei bambini della I A primaria di Marcellina, la lettura è diventata fantasia, scoperta, partecipazione. Nei loro sorrisi, nelle risate spontanee e negli applausi sinceri c’era tutta la bellezza dell’infanzia, quella capacità rara di emozionarsi senza filtri e di trasformare una storia in un piccolo mondo da abitare.</p>
<p>Accanto a loro c’erano le famiglie, orgogliose e commosse, le maestre, presenze fondamentali in un percorso che non ha prodotto soltanto un libro, ma un ricordo destinato a durare. Le lacrime di una maestra, seduta in terza fila, incapace di trattenere la commozione, hanno raccontato meglio di ogni parola il senso profondo della giornata: la gioia di vedere i bambini crescere, immaginare, scrivere, sentirsi protagonisti.</p>
<p>Il progetto, nato grazie anche alla sensibilità della scrittrice Letizia Falzone, ha dimostrato quanto sia importante ascoltare i bambini e dare valore alla loro voce. A volte basta una domanda semplice, un desiderio espresso con spontaneità, per accendere un percorso capace di unire scuola, famiglie e comunità.</p>
<p>Per me e Denise Grosso è stato un privilegio accompagnare questo lavoro nella sua forma editoriale e grafica. Curare un libro scritto dai bambini significa maneggiare sogni, emozioni e parole delicate, cercando di conservarne tutta la freschezza.</p>
<p>“Piccoli passi, grandi mondi” è un titolo che dice tutto: i passi dei bambini sembrano piccoli solo a chi non sa guardarli davvero. Dentro quei passi c’è il futuro, c’è la fantasia, c’è la forza gentile della lettura.</p>
<p>Quella vissuta all’IC “Paolo Borsellino” non è stata soltanto la presentazione di un libro, ma una lezione di bellezza. Resterà negli occhi dei bambini, negli applausi dei genitori, nella commozione delle maestre e nella gratitudine di chi ha visto nascere un libro non solo dalle parole, ma dal cuore.</p>
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		<title>La mia educazione: Burroughs e lo &#8220;Stato onirico&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/la-mia-educazione-burroughs-e-lo-stato-onirico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 10:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[Burroughs]]></category>
		<category><![CDATA[Educazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La mia educazione&#8221; di William S. Burroughs, Adelphi, 2026 Tra aneddoti e sogni apprendiamo qualcosa in più sugli spunti creativi di uno dei più iconici scrittori statunitensi del Novecento. William Burroughs questa volta ci porta tra i suoi deliri onirici, che in fin dei conti sono simili a quelli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Martino Ciano. In copertina: &#8220;La mia educazione&#8221; di William S. Burroughs, Adelphi, 2026</strong></p>
<p dir="ltr">Tra aneddoti e sogni apprendiamo qualcosa in più sugli spunti creativi di uno dei più iconici scrittori statunitensi del Novecento. <strong>William Burroughs</strong> questa volta ci porta tra i suoi deliri onirici, che in fin dei conti sono simili a quelli di tutti noi.</p>
<p dir="ltr">Si parte da una interessante domanda: perché quando raccontiamo o ricordiamo i sogni tutto ci sembra scialbo? La risposta che si dà l&#8217;autore è semplice: manca il contesto. Insomma, quando sogniamo noi accediamo a una dimensione misteriosa che ci dirige senza troppi convincimenti, senza farci la morale e senza utilizzare la stringente logica che ci governa quando siamo a occhi aperti. Anche la nostra veglia è succube dei nostri sogni?</p>
<p dir="ltr">&#8220;<strong>La nostra educazione</strong>&#8221; quindi è uno di quei libri in cui <strong>Burroughs</strong> si mette a nudo più di quanto faccia nei suoi romanzi. Qui notiamo che i suoi sogni erano dominati dal sesso, dalle armi, dalle manie autodistruttive che solo l&#8217;uso di stupefacenti sanno racchiudere. Ci sarebbe poco da aggiungere, perché questo non è altro che un immenso puzzle che, messo insieme, ha un suo &#8220;perché&#8221; e un suo marcato filo conduttore.</p>
<p dir="ltr"><strong>Burroughs</strong> cataloga e, attraverso la sua penna, instilla gocce di protesta sociale, smascherando quel perbenismo fastidioso, che si pone come velo davanti alla realtà. Che l&#8217;autore di &#8220;<strong>Pasto nudo</strong>&#8221; sia sempre stato &#8220;oltre&#8221; ogni paradigma è ben risaputo. I suoi attacchi alla politica e alla società non sono mai stati facilmente digeribili, ciò si vede anche nei suoi sogni.</p>
<p dir="ltr">Ma cosa dovrebbe fregarcene dei sogni di <strong>Burroughs</strong>? Nulla, infatti questo non è un romanzo, ma un libro che soddisfa la curiosità che ciascuno di noi può avere verso certe dinamiche comportamentali e creative. Tutti sognano qualcosa di assurdo, ciascuno di noi riflette sugli input che l&#8217;inconscio ci dona, ma pochi sono quelli che in maniera razionale ne fanno strumenti creativi. Ed è proprio questo che lo scrittore statunitense sottolinea: &#8220;<strong>essi completano la mia educazione</strong>&#8220;.</p>
<p dir="ltr">Ciò fa diventare il libro un manifesto dedicato alla creatività e al libero pensiero. Tra queste pagine si attraversa quello spazio che, ogni giorno, ciascun essere umano abita: la zona della perplessità. Cosa vuol dire educare? In sostanza, l&#8217;educazione perpetua che le istituzioni attuano su di noi dovrebbe imporci il modo in cui &#8220;<strong>dobbiamo stare nel mondo</strong>&#8220;. Pertanto, i sogni sono il nostro spazio libero oppure sono influenzati dall&#8217;esterno? Essi ci richiamano alla nostra ancestrale autonomia?</p>
<p dir="ltr">Leggendo quest&#8217;opera, a me è capitato di dire più volte: «<strong>Benedette siano le mie nevrosi</strong>», perché grazie a esse possiamo mantenere vivo il senso di ribellione verso il potere.</p>
<p dir="ltr">Ecco, il significato di questo libro sta proprio qui, nel perimetro di queste intuizioni. Detta così, sembra quasi che questa sia un&#8217;opera di cui possiamo fare a meno. Ma se tale ragionamento è valido, allora possiamo affermare che di tutti i libri possiamo fare a meno. Dopotutto, a cosa serve leggere?</p>
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		<title>Il ritorno del Pavone digitale dell&#8217;IA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 13:06:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[IA]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[modernità]]></category>
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		<category><![CDATA[Sciortino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tratto da &#8220;Il ritorno del Pavone digitale dell’IA, ovvero dell’immaginazione protesa&#8221; di Giuseppina Sciortino, Zurumpat edizioni, 2026 L’immaginazione umana, da sempre, si nutre di strumenti: fu così con la stampa, poi con il cinema. Ma oggi, con l’intelligenza artificiale, succede qualcosa di completamente inaudito. Ci troviamo di fronte a un dialogo asimmetrico tra l’essere umano [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/il-ritorno-del-pavone-digitale-dellia/">Il ritorno del Pavone digitale dell&#8217;IA</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><strong>Tratto da &#8220;Il ritorno del Pavone digitale dell’IA, ovvero dell’immaginazione protesa&#8221; di Giuseppina Sciortino, Zurumpat edizioni, 2026</strong></p>
<p dir="ltr">L’immaginazione umana, da sempre, si nutre di strumenti: fu così con la stampa, poi con il cinema. Ma oggi, con l’intelligenza artificiale, succede qualcosa di completamente inaudito. Ci troviamo di fronte a un dialogo asimmetrico tra l’essere umano e un apparato artificiale e condiviso, un simulacro attivo dell’immaginazione, capace di generare racconti, dipinti, musiche, come se possedesse una propria personalità, intelligenza, immaginazione, tutte qualità, queste, da sempre considerate prerogativa esclusiva dell’uomo. Questo fenomeno affascina, ma al tempo stesso destabilizza. Ci costringe a porci domande radicali: che cosa significa davvero immaginare? Dove finisce la creatività e dove inizia la rielaborazione? È possibile parlare di immaginazione per le macchine?</p>
<p dir="ltr">Se esistesse un’immaginazione delle macchine, essa non sarebbe che un’ombra riflessa della nostra: ciò che accade quando un sistema non umano apprende a combinare parole, immagini, suoni in modo nuovo, attingendo a una memoria che non gli appartiene. Le macchine non hanno esperienze, ma possono mescolare tracce delle nostre, fino a generare qualcosa che ci sorprende. E forse, proprio in quella sorpresa, si annida già una forma embrionale di immaginazione.</p>
<p dir="ltr">Chiaramente, non si tratta di un’immaginazione calda, viscerale, ma di un’immaginazione algoritmica, fatta di schemi, probabilità, somiglianze, che però conserva la capacità di evocare, impressionare, come la mano di un pittore che rappresenta il vento: non ne riproduce la carezza, ma rifrange la luce in modo da suggerirne il passaggio.</p>
<p dir="ltr">Dunque, l’immaginazione simulata è solo apparenza? Sì e no. Sì, se ci si ferma alla superficie: sotto di essa si troveranno numeri, regole, matrici, pesi. Ma se si guarda più a fondo, […] allora si assiste a uno spostamento di prospettiva. La macchina non immagina nel senso umano, eppure può commuovere, piacere e ripugnare, spingere l’umano oltre sé, dal noto all’ignoto, dal reale al possibile. In fondo, anche la mente umana è fatta di sinapsi e impulsi elettrici, materia grezza da cui nasce la Divina Commedia. E allora forse, sì: anche da ingranaggi e algoritmi può nascere qualcosa che non sapevamo di sapere.</p>
<p dir="ltr">Insomma, le macchine non sognano, ma possono simulare sogni. […] Le “immaginazioni” artificiali sono specchi curvi del nostro inconscio collettivo.</p>
<p dir="ltr">A questo punto, potremmo perfino spingerci a immaginare […] una nuova categoria […] non più chiusa nell’individuo, ma estesa, condivisa, codificata, replicabile e che tenda per sua natura a farsi mito, […] mito come archetipo, forma innata dell’inconscio collettivo, struttura originaria della psiche. Chiamiamola allora “immaginazione protesa”.</p>
<p dir="ltr">Se questa funzione mitopoietica si estendesse alle macchine […] allora l’intelligenza artificiale non si limiterebbe a produrre storie, immagini, visioni, ma entrerebbe nel dominio stesso dell’archetipo. In tal modo, […] la macchina […] diverrebbe camera oscura dell’archetipo: non semplice custode di dati, bensì generatrice di figure, pulsioni, visioni una volta relegate al campo del sogno, del mito, della poesia.</p>
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