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	<title>intervista Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Abbasso gli scrittori: un mal di pancia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 12:16:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Anonimo]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Abbasso gli scrittori&#8221; è un articolo di Martino Ciano Troppi traumi infantili irrisolti in questa vita trasformata in prosa. Vorrebbero impietosire le masse questi scrittori di ultima generazione che chiedono ascolto e attenzione. Prima il ribrezzo per i premi, poi la delusione per non essere parte del sistema. &#8220;Scartati&#8220;, la parola più usata che si [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Abbasso gli scrittori&#8221; è un articolo di Martino Ciano </strong></p>
<p>Troppi traumi infantili irrisolti in questa vita trasformata in prosa. Vorrebbero impietosire le masse questi scrittori di ultima generazione che chiedono ascolto e attenzione. Prima il ribrezzo per i premi, poi la delusione per non essere parte del sistema. &#8220;<strong>Scartati</strong>&#8220;, la parola più usata che si alza da un coro di affamati di fama.</p>
<p>La provocazione parte da un&#8217;idea per un romanzo tragicomico. L&#8217;incipit è lapidario: <strong>&#8220;Abbasso gli scrittori e i loro psicologismi&#8221;</strong>. L&#8217;autore mi ha chiesto di rimanere anonimo, anche perché questo libro non sarà mai pubblicato. Resterà una bozza Word condannata all&#8217;eliminazione.</p>
<p>«Una dimensione sociale dimenticata in troppi scritti, un contesto violentato dall&#8217;Io. Vorrei leggere romanzi in cui sia delineato il &#8220;<strong>porcile comune</strong>&#8221; nel quale soggiorniamo. Cos&#8217;è tutta questa empatia negativa che trasforma ogni luogo in stanza della propria anima. Cosa me ne frega dei drammi personali che, come in un giallo, vengono sciolti in indagini della psiche. Posso garantire che l&#8217;inconscio non è così complicato. A volte lo sistemi con un po&#8217; di <strong>Litio</strong> o di <strong>Marijuana</strong> coltivata in casa, meglio ancora se hai un paio di bollette in arretrato», così mi dice l&#8217;autore anonimo.</p>
<p>«C&#8217;è bisogno di schierarsi, di essere presenti e vigili in questo mondo abitato da altri &#8220;Io&#8221; che scazzottano per il dominio. La vedi la politica quanto è rapace? &#8220;<strong>Abbasso gli scrittori di psicologismi</strong>&#8220;. Questo sistema di micro culturalismi mi sa di provincialismo, di ricerche di infantili pretesti per odiare un nemico creato ad hoc. Si condannano i fini, ma non i metodi con cui il potere si accomoda in ogni ramo della società. Vaffanculo&#8230;», questo aggiunge l&#8217;amico mio che ha bisogno di sfogarsi.</p>
<p>Io lo ascolto e gli spiego che riporterò tutto sul mio blog. Mi sento un teppista a cui è stata data licenza di distruggere. «Ma perché distruggere e non costruire?», mi domando per non rispondermi. Intanto ascolto.</p>
<p>Ascolto l&#8217;amico mio che ha deciso di rimanere anonimo come una mosca. Mi spiega che «essere liberi vuol dire accettare di essere nessuno». Ma non nel senso di sentirsi una nullità, ma di non volere essere «qualcosa di spendibile o a cui viene attribuito un valore nel qui-ora. Tutti aspirano a essere una &#8220;cosa&#8221; di un sistema che ammette solo codici a barre. Nel caso degli scrittori, i codici sono i molteplici Isbn che essi vogliono schiaffare sulle copertine delle loro opere», così l&#8217;amico mio incazzato.</p>
<p>E che ne facciamo delle anime ammalatesi lungo il tragitto? Di quelle che attendono il momento giusto che mai arriverà? E tu ti senti malato? Lui senza tentennare, a questa mia domanda, risponde «Sì». Neanche si giustifica. Ribadisce che non ha pietà per sé. Spiega che la sua punizione sarà proprio quella di darsi all&#8217;anonimato. Espierà ogni cosa, soprattutto il torto. «Perciò &#8211; conclude &#8211; posso dire per davvero &#8220;Abbasso gli scrittori e i loro psicologismi&#8221;».</p>
<p>Butta giù un bicchiere d&#8217;acqua. Per tutto il suo discorso l&#8217;ha tenuto come uno scettro, dopodiché mi è parso quasi una bomba a mano.</p>
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		<title>Francesco Spiedo e il mestiere dell’umorismo</title>
		<link>https://www.borderliber.it/francesco-spiedo-e-il-mestiere-dellumorismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2026 12:57:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Centro Connessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Spiedo]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Ironia]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Spiedo]]></category>
		<category><![CDATA[Umorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Zumpano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pubblichiamo un’intervista di Elisa Zumpano a Francesco Spiedo. Questo contributo è realizzato in collaborazione con il Centro Culturale Connessioni. La foto in copertina  è stata fornita dagli autori Francesco Spiedo, nei tuoi romanzi come “Stiamo abbastanza bene” e “Non muoiono mai” emerge una voce critica e ironica sul quotidiano. In che modo l’umorismo struttura il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Pubblichiamo un’intervista di Elisa Zumpano a Francesco Spiedo. Questo contributo è realizzato in collaborazione con il </strong><a href="https://www.centroculturaleconnessioni.it/connessioni"><strong>Centro Culturale Connessioni</strong></a><strong>. La foto in copertina  è stata fornita dagli autori</strong></p>
<p><strong>Francesco Spiedo, nei tuoi romanzi come “Stiamo abbastanza bene” e “Non muoiono mai” emerge una voce critica e ironica sul quotidiano. In che modo l’umorismo struttura il tuo modo di raccontare personaggi e situazioni?</strong></p>
<p>Qualcuno decisamente più esperto di me diceva che – parafraso perché non mi viene di imparare a memoria neppure il mio codice fiscale – la scrittura è un organismo complesso, che noi dobbiamo analizzare in forma di particelle (narratore, personaggi, dialoghi, azioni, stile, tono, etc), ma che funziona, si esprime e si pratica tutt&#8217;insieme. Questo giro largo per risponderti che faccio grande fatica a scindere l&#8217;umorismo da tutto il resto. Per me è sicuramente, in primo luogo, una questione di postura, di sguardo sulle cose del mondo. Quindi diventa, inevitabilmente, una sorta di meccanismo narrativo che genera eventi e situazioni, di movimento provocatorio che obbliga i personaggi a ritrovarsi spesso a fare i conti con l&#8217;ironia della vita e reagire. Perché poi, e su questo credo non ci possa essere grande dibattito, il mondo ha una suo tremendo e costante umorismo. La realtà si crepa costantemente sotto i nostri occhi, come potrebbe non accadere questo nelle storie che ci ritroviamo a raccontare? Con questo non voglio dire che la scrittura viva un rapporto mimetico con la realtà – direi che anche su quanto sia menzognera la scrittura dovremmo essere già tutti d&#8217;accordo con Calvino, Pirandello, Tabucchi -, ma che al contrario possa rappresentare uno spazio dove sperimentare regole diverse. Spesso mi ritrovo a inseguire finali alternativi, scene parallele, risposte mai ascoltate o domande mai poste: allora, quando scrivo, cerco di costruire uno spazio dove l&#8217;equivoco strappa una risata, la strafottenza di una riposta stempera i toni, l&#8217;incomprensione offre una domanda scomoda, e via dicendo. Non perché tutto sia leggero, ma perché l&#8217;assurdo di ciò che ci circonda possa venire a galla. In fin dei conti combattiamo tutti la stessa impari battaglia: l&#8217;entropia dell&#8217;universo spinge verso il disordine e noi proviamo a metterci una pezza. Cosa potrebbe andare storto? Come potrebbe andare peggio di così? Quale sarebbe la frase più inappropriata? E il pensiero più scomodo? A volte l&#8217;umorismo nasce anche dal portare in scena ciò che vorremmo, ma non si può. Un po&#8217; come trascorrere la vita a spolverare, a togliere la polvere che puntualmente – e chissà da dove – torna ad accumularsi sui ripiani della libreria. Allora, ogni tanto, mi viene in mente di lasciarla lì, di farci dei disegni, di scriverci una parola e vedere che succede</p>
<p><strong>“Addio arrivederci ciao” ti vede tornare alla forma breve dopo diversi romanzi. Che differenze incontri nello spazio narrativo del racconto rispetto alla forma lunga, e come gestisci l’ironia su una pagina più contenuta?</strong></p>
<p>La forma breve è il primo amore. Ne parlavo, forse proprio ieri?, e la combinavo all&#8217;umorismo: la letteratura italiana praticava la brevità e praticava l&#8217;ironia, a ottimi livelli e con una diffusione quasi capillare, da nord a sud, nelle case editrici più grandi e nelle realtà più contenute, nelle riviste, sui giornali. Questo che c&#8217;entra con la domanda? Niente, però mi sembra sempre importante ricordarsi da dove veniamo e schierarsi a favore dei racconti.</p>
<p>Tornando a me, che sono molto meno interessante, direi che lo spazio del racconto è sempre stato – dal 2015, quando ho iniziato a pubblicare i primi online – la dimensione dell&#8217;esperimento. Ho cambiato voce, tono, stile, mi sono infilato in narrazioni che non avrei avuto la forza (né la voglia) di articolare in un romanzo. Perché il racconto ha una sua dimensione – che è si più breve, ma anche più profonda, quasi verticale e abissale – che ti permette di lavorare sull&#8217;episodio, su una dinamica di azione e reazione, su una parentesi. E in questo senso spesso ho fatto a meno dell&#8217;ironia, perché non serviva alla storia, così come ho imparato a notare le sfumature dell&#8217;umorismo. Meno di trama, più di dialogo perché un racconto può anche reggersi sullo scambio di battute tra due, tre personaggi. Meno di insieme, più di situazione perché un racconto spesso vive di un solo momento e se questo momento è assurdo, buffo, ripetuto può vivere di ironia. C&#8217;è l&#8217;equivoco, la sorpresa, magari da sfruttare sul finale, con un ribaltamento, un rovesciamento. Spesso non c&#8217;è lo spazio – narrativo e sulla carta, letteralmente – per giocare sullo sviluppo ironico degli eventi, ma può sfruttare l&#8217;atmosfera, il contesto. Ecco, in generale, credo che la scrittura di un racconto ti obblighi a guardare il dettaglio, a misurarti, a dover centellinare le parole. La questione della brevità, allora, spinge a farsi molte più domande, a valutare molte più alternative, a premiare la linea retta tra due punti e a lasciar da parte una serie di appoggi che il romanzo, il suo sviluppo, ti offre (e che, a volte, sono solo il riflesso della pigrizia)</p>
<p><strong>Quali autori o opere ti hanno influenzato maggiormente nello sviluppo della tua scrittura? Esistono modelli dichiarati o preferisci pensare alla tua voce come a un dialogo sotterraneo con una tradizione?</strong></p>
<p>Faccio sempre grande fatica a riconoscere le influenze. La parte più divertente, che segue ogni pubblicazione, è leggere e/o ascoltare le letture e gli accostamenti più disparati. Vengono fuori dei nomi che, non ho problemi ad ammettere, non ho neppure mai letto. Mi chiedo spesso, infatti, come funzioni il processo creativo, quanto possa essere implicita o involontaria la contaminazione, quanto invece sia un dialogo silenzioso e sotterraneo, come scrivi tu. Forse non ne usciremo mai, forse non esiste una sola risposta che sia valida sempre e per tutti.</p>
<p>Faccio fatica, dicevo, anche perché durante la scrittura non interrompo le letture, anzi. Conosco amici e amiche che smettono di leggere qualunque cosa per non farsi influenza, e rabbrividisco all&#8217;idea. Anzi, al contrario, spesso cerco conforto o stimolo nella lettura di testi che possono avere qualcosa in comune con quello che sto scrivendo o che, più semplicemente, mi aiutano a fare pace con un&#8217;attività che – per quanto naturale, raccontare storie secondo me lo è e lo è dall&#8217;alba dei tempi – mi affatica: inventare storie è divertente e faticoso, allo stesso tempo, e se farlo a voce mi sembra un ottimo passatempo, scrivere, mettermi al computer, consumarmi le dita, è uno strazio.</p>
<p>Ma stavamo parlando di autori e autrici che sono stati di: Vonnegut, Saunders, Moore, Adams. Lo stesso Calvino, Cortazàr, Amado, Manganelli, Campanile, Tabucchi, Arreola. E tanti contemporanei che leggo con piacere, nelle collane sempre divertenti e ricche di piccole sorprese come Quodlibet o Sellerio, Marcosymarcos o Exorma. Posso sorvolare su quanto Trosi o De Filippo influenzino il mio modo di <em>vedere </em>la realtà e <em>costruire </em>le situazioni? No, sarei irriconoscente. Ma vale lo stesso per De Crescenzo o per Lanzetta, per Moretti o per Allen, per Mel Brooks o per Al Yankovic (che ho conosciuto da poco, ma che mi sembra di conoscere da sempre).</p>
<p><strong>Oggi l’umorismo in letteratura sembra oscillare tra intrattenimento puro e satira sociale. Dove ti collochi in questo spettro e quale responsabilità attribuisci alla scrittura ironica nel leggere il presente?</strong></p>
<p>Questa è una bella domanda perché mi aiuta a ricucire. Per me non esiste alcuna distinzione netta: non c&#8217;è intrattenimento che possa sconnettersi dal contesto sociale, non c&#8217;è satira che possa fare a meno di intrattenere. Semmai è una questione di dosaggio, di equilibrio, di due diversi piani che non sempre sono allo stesso livello, non sempre sono controllati entrambi a dovere, non sempre c&#8217;è un grado di consapevolezza tale da riuscire nella combinazione.</p>
<p>Accanto a quest&#8217;idea poi mi sento di dover specificare che la letteratura non ha alcuna responsabilità etica, sempre opinione personale che potreste smentire con altrettante valide argomentazioni. Non perché non sia portatrice di messaggi o di chiavi di lettura, al contrario. Ma perché per essere efficace – anche nella sensibilizzazione – spesso necessità di essere sottile, di muoversi bene sui due livelli, di saper anche intrattenere e svagare. Non è facile, ma a me sembra una necessaria combinazione: penso a Don Chischiotte o a Guida Galattica per Autostoppisti, i primi due esempi che mi vengono in mente.</p>
<p>Allora è facile dedurre dove mi colloco. Al centro dello spettro, cercando di fare la parte del fantasma, con davanti le storie e sotto, visibile in controluce, la costante lettura del presente.</p>
<p><strong>In “Difettosa”, scritto insieme a Nagla Augelli, emerge una dinamica di co-scrittura. Quali sono per te le sfide e le opportunità di lavorare su un testo a più mani, soprattutto in relazione alla costruzione della voce narrativa?</strong></p>
<p>La scrittura a più mani, che sia un lavoro come quello con Nagla o che sia un più classico lavoro di ghostwriting, pone al centro uno dei grandi quesiti di chi scrive: dove mi nascondo? Perché ci sarà sempre qualcosa di chi scrive nei testi che scrive – fosse solo la postura e lo sguardo. Ma nell&#8217;inganno menzognero della letteratura tutto deve sembrare nato dalla pagina, davanti agli occhi del lettore, durante l&#8217;esperienza stessa della lettura. A me piace molto nascondermi in bella vista, che poi è una strategia di sopravvivenza e un suggerimento utile anche per chi si trova a giocare a nascondino. Quando si lavora insieme, però, quei nascondigli devono valere per due, le strategie di sparizione devono essere condivise e, come giustamente scrivi tu, serve coesione per costruire una voce narrativa che sia credibile. Non ci si può parlare addosso, anche se si vogliono dire le stesse cose. Men che meno si può andare in due direzioni opposte, anche se sarebbe narrativamente stimolante. La sfida, prima che artistica, è umana. Prima di scrivere, devi ascoltare. Prima di scegliere, devi valutare attentamente innumerevoli possibilità e sfumature. Ti diverti, ma allo stesso tempo ti accorgi di dover trovare le parole adatte a spiegare le tue ragioni, ciò che stai vedendo e lo sviluppo che immagini per la storia: e devi farlo con convinzione, ma apertura al dialogo, con grande onestà intellettuale, ma anche con la consapevolezza che mediare non basta. A volte, infatti, si pensa a dividere il lavoro o a occuparsi di aspetti differenti, purtroppo non può funzionare. Bisogna restare lì, a ragionarci e a parlarne, a buttar giù bozze su bozze, finché entrambe le parti in gioco non sono contente. Non sentano come propria una voce che è fatta di due voci. Scrivere insieme ti obbliga a non accontentarti, in parte è come se anticipasse il lavoro di editing, ma con accanto un altro scrivente e non un editor. Che fa tutta la differenza del mondo.</p>
<p><strong>Itaca – Colonia Creativa, di cui sei co-fondatore, è oggi uno spazio culturale attivo sul territorio, con corsi di scrittura, laboratori artistici, incontri pubblici, eventi teatrali e musicali. Qual è la visione che guida il progetto? Come dialoga con la comunità locale e in che modo contribuisce concretamente alla crescita culturale del territorio?</strong></p>
<p>La nostra scuola, che ho fondato con Simone Somma, è ormai attiva da quasi quattro anni. Siamo partiti con attività online, legate principalmente al mondo della scrittura, mentre la sede – in quel di Pomigliano d&#8217;Arco – prendeva vita. Oggi accogliamo più di cento studenti, dai 3 agli 80 anni, che studiano teatro, danza, musica o scrittura. Abbiamo una palestra letteraria online frequentata da decine e decine di allievi, tutti i mesi. Classi attive a Londra e a Bruxelles, siamo stati ospiti del Campania Teatro Festival con una nostra produzione, ospitiamo a nostra volta una stagione teatrale, costruiamo incontri interdisciplinari, lasciamo che aspiranti attori lavori accanto ad aspiranti scrittori e così via.</p>
<p>Volevamo uno spazio dove l&#8217;arte fosse il centro, non subordinata a nient&#8217;altro: uno spazio accessibile e inclusivo, anche nel prezzo, innovativo e pronto a creare sinergie, necessariamente interdisciplinare perché non si può pensare di guardare alle discipline come dei compartimenti stagni. Non sono <em>materie </em>in ambiti diversi, anzi. Condividono principi e riflessioni, stratagemmi e interessi, teoria ed esercizi pratici. Volevamo un luogo dove accorgersi di essere simili e dove chi vive il territorio trovasse spazio per esprimersi. Per questo, tra le altre cose, abbiamo deciso di organizzare ogni anno un comitato popolare insieme al quale scegliere la stagione teatrale: non siamo noi a decidere quali spettacoli ospitare, ma li valutiamo insieme al pubblico, insieme ai nostri studenti. Perché aumenti la consapevolezza e ci si senta parte di ciò che avviene.</p>
<p>Qualsiasi disciplina artistica, prima di insegnare una pratica e far acquisire delle abilità – più o meno spendibili nella società capitalista -, aiuta a guardarsi dentro, quindi attorno e di nuovo dentro. A capirsi e a capire, a sentirsi e a sentire. E chi sente, vede e sperimenta delle emozioni sarà sempre un cittadino più attento e consapevole. Perché prima di tutto si accorgerà di esistere, di esserci. E questo fa tutta la differenza del mondo. È questo che aiuta a non essere indifferenti.</p>
<h3>Chi è Francesco Spiedo?</h3>
<p><strong>Francesco Spiedo</strong> Nasce ingegnere a Napoli nel &#8217;92 ed è ghostwriter, scrittore, drammaturgo e formatore. Ha pubblicato racconti online e in antologie, poi articoli su Minima&amp;Moralia, Nazione Indiana, Le Parole e le Cose, etc. Per Fandango Libri sono usciti Stiamo abbastanza bene (2020, tradotto in Cile, Argentina e Uruguay), Non muoiono mai (2022) e Difettosa (2024). Per Zona42 ha pubblicato Addio Arrivederci Ciao (2024). Fondatore di Itaca Colonia Creativa, scuola di formazione, produzione e distribuzione culturale con sede a Pomigliano d&#8217;Arco (NA), ma con corsi attivi anche online e all&#8217;estero (Bruxelles, Londra, etc). È stato ospite di festival nazionali e internazionali (tra cui FliB, festival di letteratura italiana-spagnola-catalana di Barcellona, e il Festival del Libro di Montevideo).</p>
<p>Il<strong> Centro Culturale Connession</strong>i organizza laboratori, rassegne ed eventi letterari, è tra i fondatori di <strong>Inchiostro: comitato nazionale per la promozione della lettura</strong>.</p>
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		<title>Daniela Di Sora: una vita per l&#8217;editoria</title>
		<link>https://www.borderliber.it/daniela-di-sora-una-vita-per-leditoria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2026 13:02:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Di Sora]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pubblichiamo un’intervista di Leonardo Floriani a Daniela Di Sora. Questo contributo è realizzato in collaborazione con il Centro Culturale Connessioni. La foto in copertina è tratta dal web ed è stata fornita dagli autori Ho conosciuto Daniela Di Sora all&#8217;incirca un anno fa, se la mia memoria bislacca non mi inganna. Fu in occasione di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/daniela-di-sora-una-vita-per-leditoria/">Daniela Di Sora: una vita per l&#8217;editoria</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Pubblichiamo un’intervista di Leonardo Floriani a Daniela Di Sora. Questo contributo è realizzato in collaborazione con il </strong><a href="https://www.centroculturaleconnessioni.it/connessioni"><strong>Centro Culturale Connessioni</strong></a><strong>. La foto in copertina è tratta dal web ed è stata fornita dagli autori</strong></p>
<p><em>Ho conosciuto Daniela Di Sora all&#8217;incirca un anno fa, se la mia memoria bislacca non mi inganna. Fu in occasione di un incontro con il gruppo di lettura Ciampino legge, organizzato per dialogare di Piccole Morti, di Ivana Sajko, appena uscito per i tipi Voland. Incontro, che però, mai si svolse. </em></p>
<p><em>Il mio caro amico Nicola Argenti s&#8217;era preso l&#8217;impegno improbo di raccattarci in giro per Roma e di portarci fino a Ciampino, ma la Città Eterna aveva per noi piani diversi e, a dire il vero, non fu affatto un male. Complice una manifestazione di proporzioni bibliche e il mal tempo, dopo tre ore chiusi in un’automobile nemmeno spaziosa, paralizzati tra i flutti di una fiumana infinita dalla quale non c’era scampo, non eravamo riusciti neppure ad abbandonare il quartiere Esquilino dal quale partivamo. Alla fine decidemmo di rifugiarci in una pizzeria qualsiasi, lasciando il veicolo alla come viene – che il flusso ininterrotto di automobili se lo portasse pure via! – per dare a quel disastro una parvenza di senso.</em></p>
<p><em>Be&#8217;, non me ne vogliano gli amici di Ciampino legge che attesero invano, sprecando ore del loro tempo, ma quel bidone colossale fu, per me e per Nicola, una benedizione. Non solo avemmo modo di curiosare tra i panni dell&#8217;editoria, di venire a parte di aneddoti in bilico sul confine del surreale, di comprendere meglio dinamiche che, nonostante la passione, ci erano del tutto oscure. Godemmo soprattutto del piacere di conoscere la Daniela Di Sora persona, una donna forte, schietta al limite del brusco, preparata da farci vergognare, ma pure simpatica, delicata, disponibile, purtroppo ferita.</em></p>
<p><em>Questa intervista, per la quale devo ringraziare l&#8217;amica Elisa Zumpano, mi riempie di gioia, perché mi dà modo di far conoscere ad altri una mollichina almeno di Daniela Di Sora e della sua Voland, editrice indipendente che pubblica libri di livello altissimo (ne ho letti ormai moltissimi e continuerò), perché la Lady Voland – come per affetto la chiamiamo tra di noi – non solo ama il suo lavoro, ma ama l&#8217;oggetto del suo lavoro, ovvero la letteratura. E non è cosa da poco.</em></p>
<p><strong>Come e quando nasce Voland?</strong></p>
<p>La casa editrice viene fondata da me e da Sergio Giordano, un amico scomparso molti anni fa, con atto costitutivo presso un notaio nel dicembre del 1994 ma i primi 3 libri escono a marzo/aprile del 1995, il che mi consente di giocare su due date, e di creare un po’ di confusione… L’anno scorso abbiamo festeggiato i 30 anni della casa editrice, e quest’anno continuiamo a festeggiare.</p>
<p>Voland nasce soprattutto perché all’epoca mi sembrava inconcepibile (e così continua a sembrarmi ancora adesso) che letterature tanto ricche di opere interessanti e affascinanti fossero poco considerate dal mercato editoriale italiano. Io sono laureata in lingua e letteratura russa, ho studiato con il mitico Angelo Maria Ripellino le letterature russa e ceca, sono andata a lavorare come lettrice di lingua e letteratura italiana in Bulgaria, ho tradotto per varie case editrici da queste lingue, e collaborato spesso con loro… ma non tutte e non sempre le mie proposte venivano accettate dagli editori. E allora un bel giorno ho deciso di scendere in campo di persona. Non a caso uso questa espressione: nel 1994 ci fu un’altra più famosa, e a mio avviso più deleteria, discesa in campo… ma era anche l’epoca in cui molti pensavano che con la cultura si potesse cambiare il mondo. Comunque i primi libri furono tradotti dal russo e dal bulgaro, ed erano: Gogol’, <em>Dall’Italia</em>, Tolstoj/Ripellino <em>Per Anna Karenina</em> e Emilijan Stanev<em> Il ladro di pesche</em>: libri di cui sono orgogliosa ancora adesso…</p>
<p><strong>Quanti editori donna c&#8217;erano quando hai iniziato e cosa comportava esserlo?</strong></p>
<p>Non so quante fossimo, i primi nomi che mi vengono in mente sono di sicuro quelli di Emilia Lodigiani di Iperborea e Sandra Ozzola di E/O, donne straordinarie che sicuramente sono state almeno in parte prese da me a modello… Inoltre c’erano Elvira Sellerio, Claudia Tarolo di Marcos y Marcos… Prima ancora c’era Laura Lepetit, che aveva fondato La tartaruga, poi c’è stata Ginevra Bompiani, di Nottetempo… Quello dell’editoria indipendente è un mondo popolato da molte donne, anche oggi. Molte editrici, molte traduttrici, molte redattrici e addette stampa…</p>
<p>A me non sembra di ricordare di aver avuto problemi particolari o di averne ora per il fatto di essere donna. Ma forse è solo perché sono una inguaribile ottimista per natura. Sono però anche pronta e ben disposta a difendere a spada tratta le mie scelte, e a pagare di persona quando sbaglio.</p>
<p><strong>Oggigiorno ritieni che la situazione sia cambiata per le donne al vertice nella tua professione?</strong></p>
<p>Oggigiorno siamo forse più consapevoli della nostra forza, e delle nostre capacità. Ma spesso anche più stanche, almeno quelle della mia generazione…. I meccanismi della professione sono però sempre gli stessi, mi sembra. Semmai più complessi ma non solo per le donne.</p>
<p><strong>Di quale risultato vai più fiera?</strong></p>
<p>Domanda a cui è difficilissimo rispondere… Forse la risposta più vera è che sono fiera dell’aspetto grafico dei miei libri, della cura con cui sono stati concepiti e vengono realizzati. E in questo è stato molto importante l’apporto e la grandissima professionalità da Alberto Lecaldano. Quando ci siamo incontrati Voland era nata da poco, e alcuni libri di quei primi anni sono piuttosto, diciamo così, approssimativi. Quando Alberto ha iniziato a occuparsi dell’aspetto grafico della casa editrice ha rivoluzionato molte cose: il tipo di carta, il suo colore e il suo peso, la foliazione in sedicesimi o in trentaduesimi, la gabbia. Poi a un certo punto, in uno dei pochi momenti in cui in cassa c’era qualche soldo, io gli ho comunicato il mio desiderio di avere una font con il nostro nome, una font Voland. Disegnata apposta per noi. Lui mi ha preso selvaggiamente in giro, dicendomi che non ricordo quale Luigi di Francia fosse stato l’ultimo a farsi disegnare appositamente una font a lui dedicata. Ma ha contattato un suo bravo e giovane collega, Luciano Perondi, che si è messo all’opera. Hanno lavorato per mesi, io non avevo la minima idea di cosa volesse dire “disegnare” una font, i caratteri maiuscoli e minuscoli, la punteggiatura, il corsivo, il grassetto, i numeri… un lavoro infinito e certosino. Ma da quel fatidico 2010 abbiamo una font che porta il nome Voland, e che ha una microscopica codina del diabolico diavolo bulgakoviano nella V, maiuscola e minuscola. Il primo libro uscito con la nuova font è stato Viaggio d’inverno, di Amélie Nothomb. Ecco, questa cosa mi fa sorridere e mi riempie di gioia ancora oggi.</p>
<p>Ma non è l’unica cosa di cui vado fiera: vado fiera di aver portato in Italia Amélie Nothomb, Georgi Gospodinov, Mircea Cartarescu… Vado fiera dei miei autori in generale, e dell’amicizia profonda che mi lega ad alcuni di loro… Vado fierissima di ciascun premio vinto da loro, e dai premi vinti dalla casa editrice. Vado fiera delle mie ragazze, la redazione che non si risparmia mai. Vado fiera di pubblicare 24 titoli l’anno e di non cedere alla tentazione di farne di più.</p>
<p>Non so se si è capito che, nonostante tutte le indicibili difficoltà, la fatica, la rabbia di non riuscire spesso a vendere in modo decente un titolo in cui credo, nonostante tutto questo, amo il mio lavoro.</p>
<p><strong>Hai mai pensato di arrenderti? Se sì, perché (grazie al cielo) hai desistito?</strong></p>
<p>Alcuni anni fa c’è stato un momento molto brutto e molto faticoso in cui mi è sembrato di aver sbagliato tutto, in cui avevo – per mia imperizia soprattutto – accumulato un numero tale di debiti che non mi faceva dormire la notte… In quei mesi maledetti sono stata sul punto di mollare, non vedevo vie d’uscita. Dopo molte notti insonni, ho invece preso la decisione di vendere la casa che possedevo, di cercare pian piano di saldare i debiti e di continuare. Non so bene cosa rispondere al “perché hai resistito?”. Forse perché sono testarda, un ariete con ascendente in ariete, forse perché amo questo lavoro e mi sento viva quando trovo un libro che mi interessa, che mi prende, che mi intriga e vorrei far leggere ad altri, a molti altri… di certo anche perché ho avuto vicino persone che mi hanno capito e sostenuto. E posso dire che adesso, in un momento per me doloroso e complicato al livello personale, sapere di dovermi occupare del piano editoriale dei prossimi mesi mi dà forza e speranza. E’ un lavoro totalizzante e coinvolgente, che ti occupa ogni momento della giornata… Di certo posso dire che non ho resistito perché penso di essere insostituibile.</p>
<p><strong>Fammi un&#8217;istantanea del mondo editoriale di oggi.</strong></p>
<p>90.000 novità l’anno ti bastano come istantanea? Siamo un paese in cui aumenta il numero dei libri pubblicati ogni anno e diminuisce il numero dei lettori: secondo l’ISTAT in Italia legge il 39,3 % della popolazione (in Francia il 63%, in Spagna il 54%)… dunque leggono in pochi ma scrivono in moltissimi… Un paese in cui le librerie indipendenti chiudono e le catene sopravvivono malamente e cercano di far cassa vendendo spazi sugli scaffali. Un paese in cui gli editori hanno dovuto lottare a lungo per ottenere il prezzo fisso del libro (il prezzo fisso garantisce soprattutto le librerie indipendenti, che non potevano permettersi di fare sconti insostenibili come le catene). Un paese in cui i grandi gruppi editoriali dominano il mercato e possiedono catene di librerie…</p>
<p>Forse non è un’istantanea, piuttosto un quadro di Bosch.</p>
<p><strong>In che maniera si dovrebbe intervenire per salvarlo o quantomeno stabilizzarlo questo paziente, secondo te?</strong></p>
<p>Non ho formule magiche, e credo sempre meno che si possa davvero modificare qualcosa… un tempo avevamo creato un’associazione di editori indipendenti, i Mulini a vento, e abbiamo cercato di lottare: qualcosa di importante l’abbiamo ottenuto con Adei e AIE, come il prezzo fisso del libro sul modello della legge Lang in Francia che ha reso impossibile alle catene di fare sconti insostenibili per le librerie indipendenti. Penso ancora che ci si debba battere per ottenere una maggiore protezione per le librerie indipendenti, sgravi fiscali, tariffe postali vantaggiose per la spedizione dei libri per competere con Amazon, fondi per le biblioteche scolastiche…</p>
<p><strong>L&#8217;immagine che i non addetti ai lavori hanno dell&#8217;editore è spesso astratta. Un&#8217;entità senza volto, rinchiusa in un eremo, oppure appollaiata all&#8217;ottantesimo piano di un grattacielo, dalla cui algida volontà dipendono le fortune di uno scrittore. Facci sapere com&#8217;è davvero e, se vuoi, per farlo raccontaci un aneddoto.</strong></p>
<p>A parte che la redazione Voland è composta di tre stanze abbastanza piccole e al piano terra di un immobile nei pressi di piazza Vittorio, non escludo che ci siano editori chiusi all’ultimo piano di un grattacielo… Posso solo dire che esistono tanti tipi di editori, ognuno con la sua esperienza e con suo carattere. Io, come molti altri editori indipendenti, amo molto essere presente alle fiere, parlare dei miei libri, incontrare i lettori, accompagnare le autrici e gli autori nelle librerie, intervenire durante le presentazioni, spiegare perché ho scelto un libro… ovviamente posso permettermelo perché pubblichiamo 24 titoli l’anno, e conosco tutto il mio catalogo a memoria. Io però mi diverto, anche se è una fatica improba. E anno dopo anno ritrovo delle persone che mi dicono “mi è piaciuto molto il libro che mi ha consigliato…” Mi piace indovinare che tipo di lettore ho davanti, se è un lettore “Nothomb” o un lettore “Cartarescu” o “Gospodinov” o invece preferisce gli italiani…</p>
<p>C’è un brano di Fisica della malinconia del bulgaro Georgi Gospodinov che leggo spesso alle fiere, a pagina 126 nella nuova edizione, che io trovo geniale e con cui conquisto immancabilmente un lettore, ed è il seguente, cito:</p>
<p>“In sostanza tutta la mia pubertà può essere descritta attraverso la situazione politica degli anni ’80.</p>
<p>Primo bacio a una ragazza.<br />
Muore Brežnev.<br />
Secondo bacio (a un’altra ragazza).<br />
Muore Černienko.<br />
Terzo bacio…<br />
Muore Andropov.<br />
Sono io che li ammazzo?<br />
Primo goffo amplesso nel parco.<br />
Černobil…”</p>
<p><strong>Qual è il libro che ti ha fatto innamorare della letteratura?</strong></p>
<p><em>Delitto e castigo</em>, di Dostoevskij. A 17 anni, più o meno. Non mi ricordo come fosse capitato in casa mia, non provengo da una famiglia di intellettuali, i libri erano rari e poco importanti, mia madre leggeva Annabella e Novella (dove c’erano però i racconti di Giorgio Scerbanenco e Brunella Gasperini, che divoravo). Comunque lo ebbi in mano e non riuscivo a staccarmene. Fu lì che mi innamorai della letteratura. E decisi anche di studiare la lingua, per leggerlo un giorno in originale…</p>
<p><strong>Grazie.</strong></p>
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		<title>Luca Ricci: la concretezza di una riga</title>
		<link>https://www.borderliber.it/luca-ricci-intervista-zumpano-connessioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Oct 2025 22:01:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Autori]]></category>
		<category><![CDATA[Connessioni]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;intervista a Luca Ricci è stata realizzata da Elisa Zumpano, in collaborazione con il centro Connessioni Un grande scrittore è sempre anche un grande lettore. Se la tua scrittura fosse un edificio quali opere letterarie ne costituirebbero le fondamenta? Posso dire che la mia scrittura, fattualmente, si sia sviluppata dal corto al lungo. Quindi per [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/luca-ricci-intervista-zumpano-connessioni/">Luca Ricci: la concretezza di una riga</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L&#8217;intervista a Luca Ricci è stata realizzata da Elisa Zumpano, in collaborazione con il centro Connessioni</strong></p>
<p><strong>Un grande scrittore è sempre anche un grande lettore. Se la tua scrittura fosse un edificio quali opere letterarie ne costituirebbero le fondamenta?</strong></p>
<p>Posso dire che la mia scrittura, fattualmente, si sia sviluppata dal corto al lungo. Quindi per parlare di fondamenta tirerei in ballo l’aforisma. Soprattutto E. M. Cioran. Avevo appena abbandonato la Scuola d’Arte drammatica Paolo Grassi a Milano e dal mio piccolo gruppo d’amici ero visto come una specie di reietto. Tornare a Pisa &#8211; che all’epoca mi divertivo a chiamare la clinica psichiatrica di P. &#8211; era percepito come un bruciante fallimento. Mi turavo il naso e cercavo di seguire qualche lezione alla facoltà di Lettere, ma la noia e il fastidio e il ribrezzo erano insopportabili. Fu così che cominciai a scrivere aforismi. Non avrei avuto la volontà né l’energia per darmi a qualcosa di più corposo. Non era tanto una resistenza ideologica &#8211; certo, ai miei occhi darsi al romanzo sarebbe stata una pratica reazionaria -, quanto una questione di tenuta fisica. A quel tempo non ho mai scritto pensando di pubblicare, men che mai carezzando l’ipotesi di avviare una carriera letteraria di qualche tipo. Scrivevo solo per sopravvivere a un’altra notte. Questo non vuol dire che fossi sciatto, tutt’altro. Proprio perché non c’era nessuno da prendere per il naso, imparai l’ostinazione e la devozione di lavorare su una singola frase anche fino all’alba. Posso ben dire che tutto quello che ho imparato sulla scrittura &#8211; e che poi a poco a poco si è andato dilatando &#8211; deriva da quelle notti di lavoro. Il primo romanzo che non mi ha annoiato è stato Lo straniero di Albert Camus, con quell’attacco superlativo: “Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so”. Ecco l’assurdità della vita rivelata in una riga. Una riga, un aforisma. Chi impara a scrivere una riga perfetta può coltivare grandi ambizioni. La perfezione è una droga potente, una volta che l’hai assaggiata è difficile fare retromarcia, si diventa esigenti con se stessi. Ci si allena nella precisione, che per quanto mi riguarda è l’abilità principale di uno scrittore. Uno scrittore deve essere preciso.</p>
<p><strong>E oggi? Scrivi ancora solo per sopravvivere un’altra notte? O pensi anche alla traccia che lascerai su chi ti leggerà? Che effetto ti fa immaginare che potresti essere per qualcuno quello che per te è stato Camus?</strong></p>
<p>La storia della letteratura è anche una storia di continue prosecuzioni, o forse si dovrebbe parlare con più precisione di reincarnazioni. I libri si reincarnano in altri libri, usano gli autori come meri esecutori, sacerdoti che officiano e perpetrano il Verbo. Spesso questo domino stregato tocca autori distanti nel tempo che non possono più comunicare direttamente tra loro. Questo succede a priori, anche involontariamente. Non occorre aver letto tanto. Soltanto dopo aver scritto “Gli autunnali” ho scoperto le affinità inquietanti tra il mio attacco e quelli di Moravia, Parise, Soldati, Montefoschi. Sarebbe il romanzo borghese. Con un corollario importante: il romanzo borghese non è il romanzo della borghesia ma è il romanzo sulla borghesia. Sono critiche spietate, radicali, che vanno in tilt, che si contraddicono. La letteratura non è mai manichea.</p>
<p><strong>La tua scrittura, in alcuni casi fin dai titoli, pare dominata dal paradigma di ciò che di più volubile e imperfetto si trova nella vita: l’amore di coppia.</strong></p>
<p>Dopo svariati anni di pratica letteraria posso dire che un tema vale l’altro. Il mio tema è la distruzione del tema. Il contenuto di un libro è la letteratura. “L’amore e altre forme d’odio” è stato il libro che più si è avvicinato a questo scopo, essendo impostato su una serie di elementi volti al negativo. La casa come non luogo (esattamente come una stazione ferroviaria o la sala d’attesa di un dentista); il minimalismo come non lingua (vocaboli larghi, sintassi ridotta ai minimi termini); i personaggi come non personaggi (privati del nome proprio e di ogni orpello psicologico); infine, l’amore come non tema (chiunque può scrivere d’amore, quindi nessuno). Si occupano d’amore soltanto gli oziosi o gli scrittori. Non ne so niente dell’amore e, più ben più importante, non ho voluto insegnare niente sull’amore. La pedagogia insita nei chick lit, che adesso vengono chiamati romance, mi ripugna. Miro a una letteratura che sia exemplum di se stessa. Il tema è una scusa per fare la letteratura. Oggigiorno, purtroppo, constato che è il contrario.</p>
<p><strong>Se è vero che il tema è una scusa per fare letteratura perché in fin dei conti è la forma a rendere tale un’opera letteraria (mi viene in mente quella memorabile scena di “Pastorale americana” in cui Roth descrive una lasagna come fosse la Cappella Sistina), è pur vero che alcuni temi affiorano ossessivamente dalle tue pagine, abbiamo già accennato all’amore, aggiungerei il Tempo attraverso il tempo, come nel Racconto della pioggia o nel ciclo delle stagioni. Sbaglio?</strong></p>
<p>Certo che ogni scrittore è scelto da un nucleo tematico, ma parlando male del tema quel che mi preme sottolineare è una serie di priorità, di rapporti di forza, dentro alla creazione letteraria. Mi dispiace l’opera che nasce come didascalia di un tema; mi dispiace il libro che viene inteso come comizio. La letteratura ingessata da una tesi perde una delle sue qualità precipue: la flessibilità. Diventa come ogni altro discorso extra-letterario disponibile sulla piazza. Oggi più che mai invece la letteratura dovrebbe essere un corpo estraneo, provenire dall’altrove. Il tempo non è evitabile scrivendo. Noi siamo caricati a tempo, in quanto essere mortali. Sopra ciascuna delle nostre teste c’è una clessidra. Più che un tema lo penso proprio come una struttura intrinseca della nostra esperienza vitale, e quindi letteraria.</p>
<p><strong>Attraverso il linguaggio ricrei magistralmente le stratificazioni psicologiche e gestuali necessarie a dare lo spessore semantico adatto a trascrivere la profondità archeologica del desiderio e dei sentimenti. Eppure mentre con le parole ci restituisci i “moti del cuore”, anche i più mostruosi e indecenti, continuamente i tuoi personaggi delle parole diffidano, come se le parole somigliassero a quel drappo che separa &#8220;Gli amanti&#8221; di Magritte. Quanto ti tormenta l’ambiguità insanabile del linguaggio, l’impossibilità, al fondo, di comprendersi?</strong></p>
<p>Le parole sono ambigue (proprio per questo lo scrittore deve essere preciso): terribili nella vita, perfette per la letteratura. Da questo assunto nasce tutto il resto. Possiamo nominare ogni cosa, eppure la cosa sembra sempre non colta pienamente, la parola sembra inadeguata a contenerla. Nominando una cosa la parola non si avvicina a quella cosa, ma soltanto a se stessa. Facciamo un esempio stupido: se dico “sedia”, intendo evidentemente nominare una “sedia”. Eppure restiamo disancorati, imprigionati in un’astrattezza artificiale: che tipo di sedia è, in quale contesto si trova, da chi è usata? Per dire tutto questo avremo bisogno di molte altre parole e così immetteremo molte altre ambiguità. La letteratura potrebbe anche essere definita così: un’infinita spiegazione fallita. Certi la fanno finita il prima possibile e scrivono racconti. Io mi ritengo uno scrittore di racconti anche e forse soprattutto quando scrivo romanzi. È nel romanzo che il mio essere scrittore di racconti si palesa con più forza, quando creo cioè delle storie sbalzate e perfino autosufficienti all’interno di narrazioni che si vorrebbero scorressero fluide dall’inizio alla fine, un capitolo alla volta, agevolando il meccanismo del turn page.</p>
<p><strong>Molti tuoi personaggi sono artisti o scrittori, ma la fede verso il riscatto dell’arte nella tua scrittura è continuamente oltraggiata, l’entusiasmo generato dal richiamo della vocazione artistica è spesso spento dal persistere della consapevolezza che l’eternità promessa dalla letteratura non sottrarrà lo scrittore alla disperazione, alla vecchiaia e alla morte, e che la letteratura stessa sembra declinare verso la sua fine. E tu, la pensi come i tuoi personaggi? Da che specola guardi a te stesso e al modo letterario?</strong></p>
<p>Innanzitutto mi preme dire che la letteratura è il luogo della contraddizione, per cui è bello avere fede e al contempo essere disillusi. Viviamo in un momento storico di forte polarizzazione dove il pensiero è stato dismesso a favore del ben più redditizio e controllabile tifo. Su ciascuna cosa si battaglia e si rivaleggia ma nella maggior parte dei casi sono prese di posizione sterili, funzionali al potere. Non si arriva mai a una sintesi perché la sintesi sottenderebbe, appunto, un discorso che prenda in considerazione non solo la mia ragione, ma anche quella degli altri. In questo senso, nel senso cioè dell’allenamento al ragionare, la contraddizione è essenziale, è un esercizio vivificante. Gli scrittori in crisi dei miei libri sono smentiti dalla mia stessa prolificità oppure la mia prolificità è smentita dagli artisti in crisi dei miei libri? Non importa rispondere, la cosa importante è prendere coscienza del dubbio, del paradosso, dell’enigma.</p>
<p><strong>Credi che nella battaglia tra intrattenimento e letteratura abbia facile gioco l’intrattenimento perché pialla le contradizioni, edulcora la realtà e offre risposte rassicuranti e, appunto, polarizzate? O è una questione di forma? I lettori si sono assuefatti alla deflazione stilistica, alle scritture piane ed emotive?</strong></p>
<p>Più che altro mi dicono che i lettori sono finiti. Si leggono a vicenda sui social network, le vite virtuali sono diventate più interessanti delle vite immaginarie, e in questo senso sarebbe interessante mettere in rapporto virtualità e immaginazione, coglierne le differenze. La virtualità come scadimento dell’immaginazione. L’intrattenimento mi annoia, ma io non faccio statistica. La letteratura nasce da una serie d’infrazioni, l’intrattenimento declinato in generi specifici (spesso mischiati tra loro come cocktail scadenti) invece offre sia a chi scrive sia a chi legge una ricetta sempre uguale. Così c’è stasi delle forme, mass market, consumismo letterario, fast book. Non sono scrittore da happy end. Neanche nelle interviste.</p>
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		<title>Marcello Buttazzo: &#8220;Le parole, la poesia e la vita&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Sep 2025 21:23:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La nostra Filomena Gagliardi ha intervistato il poeta Marcello Buttazzo. In copertina una foto di Buttazzo Care lettrici e cari lettori: mettevi comodi, prendetevi qualcosa da bere, disattivate le notifiche o ignoratele per un po&#8217;, e immergetevi in questa intervista a tutto tondo che ho proposto a Marcello Buttazzo, un gentiluomo di altri tempi, un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La nostra Filomena Gagliardi ha intervistato il poeta Marcello Buttazzo. In copertina una foto di Buttazzo</strong></p>
<p>Care lettrici e cari lettori: mettevi comodi, prendetevi qualcosa da bere, disattivate le notifiche o ignoratele per un po&#8217;, e immergetevi in questa intervista a tutto tondo che ho proposto a Marcello Buttazzo, un gentiluomo di altri tempi, un raffinato poeta, ma soprattutto un caro amico con cui ho intessuto un’interazione che, seppur a distanza, sento come vera ed autentica. Come leggerete, la storia del Nostro si intreccia con quella delle Marche, la regione dove vivo con grande passione e radicamento.</p>
<p><strong>Marcello Buttazzo, inizio ad intervistarti in relazione alla poesia, attività in virtù della quale ti ho conosciuto tramite Border Liber. Da quanto tempo scrivi versi?</strong></p>
<p>Ho cominciato a scrivere versi in maniera organica solo agli inizi del nuovo millennio (2000). Ho avuto fin da piccolo un rapporto intimo con la lettura. Negli anni dell’università romana (ho studiato Biologia con indirizzo popolazionistico alla “Sapienza” di Roma, senza peraltro riuscire a terminare gli studi) leggevo molta poesia. È necessario più che mai abbeverarsi alla sorgente d’acqua fresca dei poeti e degli scrittori. È importante entrare in contatto con gli altri universi, con i mondi evocati da tanti autori e tante autrici. Per quanto mi riguarda, soprattutto la lettura è stata il mio mestiere di vivere d’elezione. Sul finire del secolo scorso vergavo piccoli pensieri. Solo agli albori del terzo millennio ho iniziato a redigere versi in modo più strutturale.</p>
<p><strong>Grazie per questa ricostruzione sintetica ed esaustiva. Qual è stata la tua prima pubblicazione poetica? E l’ultima? E in mezzo cosa puoi ricordare? Raccontaci.</strong></p>
<p>La prima pubblicazione poetica è stata “Canto intimo” nel 2004, una sorta di diario dei giorni, edito dalla Collana “I Minimi”, fondata e diretta dallo storico salentino Vittorio Zacchino. L’ultima pubblicazione è dell’aprile 2025, “Sommese preghiere”, una plaquette di sole 9 poesie edita da Collettiva edizioni indipendenti. Dopo “Canto intimo” del 2004, ho pubblicato nel 2005, senza alcun editore (solo in tipografia), “Considerazioni e canti”, una raccolta di articoli di bioetica, piccole poesie e un racconto sul convento di Lequile. Nel 2006 è uscita la raccolta di versi “Clandestino d’amore” (per Manni Editori). Sempre per Manni Editori ho pubblicato le raccolte di poesie “Nei giardini dell’anima (2007), “Serenangelo” (2010), “E ancora vieni dal mare” (2012), “E l’alba?” (2015). Per l’Autore Libri Firenze sono uscite le raccolte di versi “Altro da sé” (2006) e “Alba” (2007). Per l’Editore Calcangeli di Magliano “Di rosso tormento” (2008) e “Per strada” (2009). Per Pensa Editore è stata pubblicata la raccolta di poesie “Origami di parole” (2016). Con i Quaderni del Bardo edizioni di Stefano Donno sono uscite le seguenti sillogi: “Verranno rondini fanciulle” (2018), “Nei tuoi arcobaleni…e altre poesie” (2019), “Il cielo degli azzurri destini” (2021), “Fra le pieghe del rosso” (2022), “E se nel giallo ti vedrò” (2023), “Ti seguii per le rotte” (2024). Inoltre, qualche anno fa, è uscito un ebook (sempre per i Quaderni del Bardo edizioni di Stefano Donno) di 25 poesie dal titolo “Mari che non conobbi”, che può essere scaricato dalla Rete.</p>
<p><strong>Complimenti Marcello! Quali sono i tuoi temi d’elezione?</strong></p>
<p>Eminentemente i temi che più colpiscono il mio immaginario sono quelli amorosi e sentimentali. L’amore è il motore che tutto muove, è il cimento di corde rosso sangue che naviga nel sommerso ed emerge poi alla luce del sole. Sono molto attratto anche dalle tematiche civili. Del resto, il limite di demarcazione fra poesia cosiddetta amorosa e poesia civile, a volte, può essere molto friabile. Nella raccolta “Ti seguii per le rotte” del 2024, 14 poesie sono redatte per i migranti, i disperati delle acque e delle terre, che sovente nell’opulento mondo occidentale non ricevono la giusta e decorosa accoglienza.</p>
<p><strong>Mi piace molto, Marcello, questa tua apertura ad ampio raggio sui temi. Veniamo ora agli aspetti più tecnici. Innanzitutto, come ti ho sempre detto, ciò che apprezzo dei tuoi testi è la musicalità. Come ti adoperi per ottenerla? Siamo curiosi.</strong></p>
<p>La musicalità, il ritmo e l’onda del respiro emergono dopo aver lavorato pazientemente sul verso, curando assonanze, dissonanze, passo cadenzato. Ritengo che l’approccio alla musicalità si possa ottenere piano piano confrontandosi con i poeti lirici e con gli altri autori e autrici. Caproni, Penna, Bertolucci, Gatto sono fucine impareggiabili, ci hanno donato calie, pietruzze preziose. Ci hanno regalato versi da leggere e da meditare.</p>
<p><strong>Che bel sostantivo “calìa”: grazie per questa chicca! Altro elemento che apprezzo nel tuo usus scribendi è la scelta formale, o meglio la selezione lessicale. Ad esempio sono tipicamente tue le parole “lucore”, “allogare” etc etc.: perché questi termini? Quali altri sono a te cari? Come arrivi alla tua lectio definitiva? Si può parlare più di una selezione o di una ricerca? O di entrambe?</strong></p>
<p>Talvolta impiego nelle mie poesie termini sorgivi, aurorali. Non ricerco deliberatamente termini arcaici o astrusi. Noi siamo soprattutto le letture che facciamo. Qualche volta nell’economia d’una poesia, nell’esperire il ritmo e la musicalità, impiego qualche termine un po’ più ricercato, che verosimilmente ho già incontrato in altri autori e autrici. Certo, la cura formale è parte essenziale, insieme alla significanza, della poetica d’un autore.<br />
Filomena: Grazie per la tua accuratezza. E ora giungiamo ad un aspetto meno tecnico, ma comunque importante: come il tuo ambiente ti ispira?<br />
Marcello: La terra salentina e la mia terra avita (Lequile) sono contrade di zolle marroni, di ulivi contorti e assolati, di case di bianco. E il mare qui è una culla primigenia, primeva, dove trovare scaturigini d’essenza, dove naufragare seraficamente, dove inseguire rabdomanticamente fonti illese d’ispirazione.</p>
<p><strong>Che meraviglia! Perdonami se ti riporto subito ad una dimensione più pratica o, per meglio dire, prosaica, ma comunque utile per chi ci segue: Marcello, tu hai pubblicato molto. Conosci varie case editrici. In generale, come le scegli quando hai qualcosa da dare alle stampe? Raccontaci, magari puoi essere di aiuto ai poeti in erba.</strong></p>
<p>Conosco solo piccole case editrici salentine. I miei primi libri di versi sono stati pubblicati a pagamento, grazie ai supporti economici di mio fratello Emidio e dei miei compaesani lequilesi, che sono stati sempre generosi con me, mi hanno voluto e mi vogliono bene. Solo a partire dal 2018, con l’uscita di “Verranno rondini fanciulle”, l’editore Stefano Donno dei Quaderni del Bardo ha deciso di pubblicare le mie poesie gratuitamente. Devo, altresì, ringraziare sentitamente Simona Cleopazzo, Elisabetta Liguori, Stefania Zecca e tutte le amiche leccesi di Collettiva edizioni indipendenti che, nell’aprile 2025, hanno dato alle stampe il mio libriccino “Sommesse preghiere”.</p>
<p><strong>Grazie per la tua panoramica. E ora veniamo al Marcello lettore di poesie. Quali poeti leggi, sia classici che contemporanei? Come vedi oggi la Poesia in Italia?</strong></p>
<p>Leggo con passione molta poesia, perché amo le descrizioni fotografiche, i flash dell’anima, le interminate storie umane. Sul finire del secolo scorso mi recavo presso le librerie leccesi (specialmente presso la Libreria Palmieri della signora Anna, di Luigi, di Daniela) e prenotavo le varie opere di Alda Merini, la meravigliosa poetessa dei Navigli. Erano gli anni pop della Merini. Negli anni giovanili (scolastici) mi piaceva tanto leggere Leopardi, Saffo, Catullo. Poeti che ho amato e amo intensamente sono Campana, Pavese, Federico Garcia Lorca, Neruda, Caproni, Penna, Gatto, Bertolucci. Mi approssimo alla poesia con lo spirito incantato, fanciullo, scevro da complicanze ideologiche. In Italia, ci sono ottimi poeti e poetesse. Per restare nella mia regione (la Puglia), seguo con piacere Vittorino Curci, Lino Angiuli, Antonio Prete, Nicola Vacca, poeta, scrittore e critico letterario di grande esperienza e di enorme umanità. Leggo con interesse poeti e poetesse salentine (che sono anche miei fraterni amici e amiche). Ricordo solo alcuni di loro: Ilaria Seclì, Giorgia Mastropasqua, Claudia Di Palma, Paola Maritati, Vito Antonio Conte, Gianluca Conte, Elio Coriano, Alessandro Zaffarano, Francesco Pasca, Alessandro Cannavale, Marco Vetrugno, Giuseppe Semeraro, Mauro Marino.</p>
<p><strong>Insomma ci hai fornito ottimi consigli di lettura: melius abundare quam deficere, no? E ora ti chiedo: quali altre forme di scrittura pratichi oltre a quella poetica? Raccontaci.</strong></p>
<p>Oltre a leggere, a scrivere e a vergare versi, mi capita di scrivere articoletti su questioni eticamente sensibili, di biologia delle popolazioni. Piccole opinioni di carattere animale e ambientale. Ringrazio vivamente Nicola Vacca che pubblica mie riflessioni sul suo blog, rivista letteraria Zona di disagio e Mauro Marino, che fa uscire le mie opinioni su Spagine (periodico online del Fondo Verri di Lecce).<br />
Filomena: Grazie. Ed ora avviciniamoci al Marcello lettore in senso lato. Cosa leggi? Solo poesia? O altro? Siamo curiosi.<br />
Marcello: Dal 1998 al 2004, leggevo tantissimo i saggi di bioetica, gli scritti scientifici e di carattere ambientale. In quel periodo collaboravo con “Il Nuovo Quotidiano di Puglia”. Sul quotidiano cartaceo leccese venivano pubblicate ogni settimana due mie opinioni. Negli ultimi venti anni mi sono dedicato prevalentemente alla lettura dei poeti, delle poetesse, dei quotidiani cartacei.</p>
<p><strong>Ottimo. Spesso tu mandi “letterine” (come le chiami) ai quotidiani; le pubblichi anche sul tuo profilo Facebook; inoltre so che acquisti e leggi giornali rigorosamente in cartaceo. Bellissima consuetudine, che purtroppo si sta perdendo. Così come l’abitudine a frequentare le edicole fisiche. In Italia molti chioschetti chiudono, come le librerie sia perché si legge poco, sia perché l’informazione virtuale fa una concorrenza sleale a quella scritta su carta, con il beneplacito delle istituzioni che in nessun modo aiutano editoria cartacea ed edicole cittadine. Tu stesso hai molto da raccontarci su questo tema: ti ascoltiamo.</strong></p>
<p>Mando le mie letterine di politica, sull’universo migrante, di attualità, soprattutto a “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Sono figlio di edicolanti. Papà Pietro e mamma Antonietta vendevano giornali già a partire dal 1951 (anno del loro matrimonio). Avevano un emporio in via Trieste, a Lequile. Papà Pietro era anche barbiere. Nel 1973, papà Pietro, mamma Antonietta e mio fratello Emidio acquistarono a rate dalla Tabacchiera di Roma un’edicola in lamiera usata in ottimo stato, che venne situata nella piazza centrale San Vito del mio paese. L’edicola è rimasta in vita fino al 2014. Poi siamo stati costretti dalle contingenze a chiudere. In Italia, è sempre mancata istituzionalmente un’adeguata e seria legge sull’Editoria, che si prendesse cura particolarmente dell’anello debole del sistema: gli edicolanti. Con l’avvento della rivoluzione liberale di Internet, le cosiddette “edicole pure” hanno cominciato a chiudere. Vorrei anche dire che la crisi delle edicole è antichissima. Anche prima della diffusione della Rete, nel secolo scorso, gli edicolanti hanno sempre guadagnato somme esigue, hanno goduto di scarsissime tutele, sono sempre stati bistrattati.</p>
<p><strong>Grazie, Marcello. Io ho due amici edicolanti, Riccardo e Meri, il primo esercita la sua professione in una città di mare, la seconda in un piccolo paese. In entrambi i casi, so quanto si impegnano nel loro lavoro. Li saluto tutti e due con affetto. Tu vivi in Puglia. Eppure hai legami con le Marche, la mia terra. Ci rendi partecipi della tua esperienza?</strong></p>
<p>Ho un rapporto d’amore con Ancona. Mio fratello Emidio, nel 1956, all’età di nove mesi contrasse il microrganismo della poliomelite. Mamma Antonietta, appena 21enne, e il piccolo Emidio hanno dovuto affrontare, per anni e anni, viaggi continui nelle Marche. All’Ospedaletto dei bambini di Ancona, struttura specializzata, il piccolo Emidio ha ricevuto cure d’avanguardia, sperimentali, rivoluzionarie. Emidio rischiava di non camminare. Nel 1968, all’età di tredici anni, ha subito l’ultimo intervento chirurgico d’una lunga serie, decisivo per consentire ad Emidio il movimento del piede destro. Ancora oggi, a quasi settant’anni, Emidio rammemora la generosità e la bellezza umana, l’empatia della gente marchigiana. Mamma Antonietta evoca, ancora oggi, gli anni anconetani e le melanconiche passeggiate per il Passetto di Ancona con l’amica romana Anna, la cui figlioletta Camilla era stata colpita dalla poliomelite ad un braccio e ad una gamba (Camilla all’Ospedaletto era amica di giochi di Emidio).</p>
<p><strong>Grazie Marcello per il tuo tributo ai miei territori. Io vivo nelle Marche del Sud, ma conosco discretamente Ancona e ho ben presente l’ospedale pediatrico che citi, il Salesi: davvero un’eccellenza. Marcello, parlaci di tua mamma Antonietta e del tuo legame con il femminile, sia reale che poetico.</strong></p>
<p>Mamma Antonietta è la mia carissima quasi 91enne vestale di sogno. Mamma Antonietta è una figura fulgida, un faro abbarbagliante. Lei sa perdonare tutti i miei limiti, le manchevolezze. Antonietta ha origini contadine. Ha vissuto fino ai 17 anni (anno della sua “fuitina” con Pietro e conseguente matrimonio riparatore) quasi esclusivamente fra le campagne di Monteroni (nel leccese) e quelle di Cellino San Marco (nel brindisino). Viveva con i suoi nonni, con gli zii, con la sua mamma Consolata e con il suo papà Aniceto. I suoi familiari lavoravano la terra in regime di mezzadria. Il femminile, mansione che contempera l’accoglienza, è inciso a lettere d’amore nel mio immaginario. I miei versi sono popolati di donne, di dolci figure femminili. Di donne, a volte, anche abbandoniche, ma sempre in grado di donarmi l’effervescente ebbrezza di questo viaggio chiamato vita.</p>
<p><strong>Marcello, io sono commossa ascoltandoti…Torniamo dove siamo partiti. La poesia: progetti per il futuro? Stai lavorando a qualcosa di nuovo?</strong></p>
<p>A settembre dovrebbe uscire la mia nuova raccolta di poesie dal titolo “Aspettando l’aurora” per i Quaderni del Bardo edizioni di Stefano Donno. Attendo che Mauro Marino, che cura l’impaginazione e la veste grafica, mi mandi le bozze definitive per l’ultima lettura. Nei versi del nuovo libro campeggia un ambiente più familiare, un cammino a ritroso negli anni della fanciullezza. Da agosto 2022, con mamma Antonietta, con mio fratello Emidio, con gatti fratelli Johnny e Alfonso, abito in una casetta in affitto, adiacente al convento dei frati francescani di Lequile. Qui, nel 1973, in questa periferia francescana, incontrai padre Rosario De Paolis, un frate minore dalla cultura laica, una solida e illuminata figura di riferimento.</p>
<p><strong>In bocca al lupo per la nuova creatura! Se ti fa piacere, mi candido per scriverne la recensione, perché so già che si scriverà da sola! Intanto ti ringraziamo Marcello e ti aspettiamo su Border Liber con i tuoi incantevoli versi. Salutiamo le nostre lettrici e i nostri lettori: li invitiamo a leggere questo racconto e, se lo avranno apprezzato, a mettere tanti like di supporto su tutte le pagine e i profili social tramite cui questa intervista verrà diffusa. Ne approfittiamo per salutare nonché ringraziare sia il nostro direttore Martino, sia le tante collaboratrici e i tanti collaboratori che, con scritture diverse (recensioni, interviste, poesie, racconti etc etc), contribuiscono ogni giorno insieme a lui alla vivacità del blog. Marcello, chiudi tu con un bel saluto a Martino e al nostro pubblico!</strong></p>
<p>Vorrei dire che, molto prima della poesia e della scrittura, viene la vita. E le relazioni umane, il contatto empatico. Un giorno mi auguro di poter incontrare Martino Ciano di persona. A lui va tutto il mio affetto, la gratitudine e la profonda stima. Auguro, altresì, a tutti i lettori e alle lettrici di Border Liber giorni sereni. A te, cara Filomena, va il mio sentito ringraziamento per il tempo che mi hai voluto dedicare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/marcello-buttazzo-intervista-gagliardi-poesia/">Marcello Buttazzo: &#8220;Le parole, la poesia e la vita&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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