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	<title>Esposito Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Gli ausiliari di Gabriele Esposito</title>
		<link>https://www.borderliber.it/gli-ausiliari-esposito-recensione-barettini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Oct 2025 22:01:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;Gli ausiliari&#8221; di Gabriele Esposito, Stc Edizioni Gli Ausiliari, di Gabriele Esposito, ci racconta una storia che ha la particolarità di essere passata, presente e futura allo stesso tempo. È un&#8217;allegoria sulla libertà degli uomini in rapporto con la società e, in senso più esteso, con la politica. Anche [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;Gli ausiliari&#8221; di Gabriele Esposito, Stc Edizioni</strong></p>
<p><strong>Gli Ausiliari</strong>, di Gabriele Esposito, ci racconta una storia che ha la particolarità di essere passata, presente e futura allo stesso tempo. È un&#8217;allegoria sulla libertà degli uomini in rapporto con la società e, in senso più esteso, con la politica. Anche per questo il personaggio che narra la storia parla a un “voi” indistinto: i lettori? Il suo pubblico? Gli altri uomini?</p>
<p>Chi narra la storia si presenta subito come qualcuno che conta, qualcuno dentro la politica, in costante relazione, dunque, con i propri elettori. Il “voi”, pur alternato con parti di terza persona, è invadente, onnivoro, grandefratellesco. Si impone. Crea una distanza che il lettore vorrebbe colmare, ma non può, deve restare schiacciato da un modo di narrare non convenzionale, prima affascinante, ma serpentesco, infido. Ma c&#8217;è altro che si presenta in modo anomalo: i nomi dei personaggi, il Cardinale, il Generale, il Porco, e poi le azioni, abiette, squallide, eccessive, subito gettate in faccia al lettore che non può fare niente, se non osservare una serie di scene depravate moralmente e umanamente come fossero normali.</p>
<p>L&#8217;ambiguità esplode con una scrittura in crescendo. Tutto sembra risuonare di interesse, di manipolazione, di esibizionismo e spettacolarizzazione, ovvero di tutto ciò che in modo triste oggi la politica è, almeno in certa misura, nell&#8217;immaginario, collettiva. Quella misura è indagata da Esposito con minuzia e realismo.<br />
A quei personaggi esposti, altolocati, importanti, o semplicemente gonfiati, si contrappongono quelli “normali”, Gloria, Alfredo, Gonzalo, anzi Gonzalo e Paco, immersi in una normalità che è raccontata nella lente del potere e quindi vista come inferiore, squallida, povera. E povera lo è, dato che Gonzalo sarà costretto, entrando in relazione con quella parte del potere, a compiere azioni che lo porteranno sempre più lontano, e finire a odorare la seduzione del potere, anche per proteggere Paco, sempre impegnato nel giocare un videogioco, i cui livelli ricordano l&#8217;idea di un percorso obbligato che tutti i cittadini sono chiamati comunque a svolgere.</p>
<p>Inversa la parabola di Gloria, che dal potere si allontana gradualmente ma solo per esigenze strumentali. Diversamente opposta la posizione di Alfredo, sorta di alter ego di Gonzalo, anche se molto diverse sono le posizioni dei due nell&#8217;economia generale del romanzo, o per meglio dire, nell&#8217;economia generale dei rapporti che si possono intrattenere con il potere, perché in fondo questo è il punto conclusivo, questa la domanda che Esposito sembra porre a tutti i lettori, e cioè che rapporto ci costruiamo noi, con esso, come lo difendiamo, come lo abitiamo. In altre parole tutti i personaggi si ritrovano loro malgrado a essere ritratti nelle loro relazioni con il potere, nella consapevolezza che qualunque azione può ergersi a immortalare tale rapporto.</p>
<p>Anche per questo le narrazioni di questi “umili” personaggi, sono ugualmente asfittiche, benché più tradizionali. Assistiamo ai loro destini, li affianchiamo nella speranza di una rivincita, ma li ritroviamo privi di volontà, e ci rendiamo conto, nell&#8217;essere accanto a loro, di essere uguali a loro. Nel frattempo vediamo i potenti, i cui legami procedono in modo tutt&#8217;altro che pacifico. La dimensione del contrasto è raccontata specificamente seguendo uno dei principali punti nevralgici della politica italiana, il contrasto fra vecchio e nuovo, che, nel mondo della politica, forse è il connubio più attuale, almeno da 150 anni in qua. Ma attenzione, non tutto è pesantezza e dolore, anzi, Esposito entra ed esce dal dolore, perché sia chiara, sempre, l&#8217;illusione della gioia da inseguire, della gioia che già si possiede, forse, o non si possiede affatto.</p>
<p>Ma ironie a parte, il disegno mostra come perfettamente naturali e inevitabili bipolarismi, rimpasti, accordi, inciuci, quello che permette alla politica, o meglio agli uomini che la occupano, di muoversi fra buio e luce, di stare contemporaneamente nel buio e nella luce, di trasmettere luce essendo buio e viceversa, perché la vita della politica è composta di sfumature, di gradazioni, di onde indistinte che attraversano la società producendosi magmaticamente, continuamente, in arabeschi di vite, di alleanze, di speranze, di possibilità. Ma qui ciò che illumina lo fa in modo irriverente, la luce sembra essere sempre seconda al buio, lo sguardo deve restare puntato sulle storture del potere, perché è il potere a decidere dove dobbiamo guardare.</p>
<p>Qui Esposito si inventa l&#8217;esistenza di Beetlegeuse, una stella che sarebbe esplosa creando una seconda fonte di luce nel nostro cielo, un fatto epocale che viene percepito come ennesima abitudine, dopo breve tempo, un fatto che sarà destinato a concludersi, e che nel frattempo non sembra segnare alcun reale mutamento nei fatti del potere, nelle relazioni politiche e sociali, come a suggerire che il futuro non sarà diverso dal presente, che si potrà forse cambiare la fonte di luce, ma non gli esiti dei suoi effetti.</p>
<p>Così il romanzo può essere catalogato alla voce distopia come, ugualmente, alla voce realismo, o persino storia, etc. La ricorsività, l&#8217;impossibilità di un cambiamento reale ne sono l&#8217;aspetto centrale, ma quest&#8217;assenza non può non esserci e basta, deve essere centrale, gridata, vista, idolatrata. Non si può dare successo, perché la sua fine sarebbe la fine della politica stessa. I burattinati devono scandire il tempo e decidere le parole che ci fanno vivi. Tutto è raccontato seguendo un andamento sincopato, <strong>Gli Ausiliari</strong> è una sinfonia tecnocratica, emerge un suono regolare e inquieto come se i vicini di casa avessero messo su un disco degli Einstürzende Neubauten (e mai nome fu più calzante), il ritmo costante, le pause brevi e frequenti, l&#8217;insistenza.</p>
<p>Tutto è funzionale al racconto del potere, di chi lo detiene e di chi lo subisce, e dei mezzi che collegano le due parti. Ci sono elementi finti, fantastici, futuristici, o comunque legati a un immaginario distopico, un 1984 già ben immaginato da Gilliam, anche se qui ciò che compare come anomalo finisce per rientrare a pieno titolo nella normalità, tanto da far dimenticare di non essere al bar a leggere un giornale alle pagine della politica interna.</p>
<p>Esposito racconta di aver costruito <strong>Gli ausiliari</strong> volendo riprodurre la storia di Catilina in tempi moderni. Catilina è un personaggio di rottura, perché era un ottimate che era passato ai popolari, quindi aveva sovvertito lo status quo e per giunta le testimonianze che abbiamo appartengono a Cicerone, che di Catilina era stato avversario. Sappiamo la fine che fece.</p>
<p>È forse il destino di tutti quelli che si ritrovano, volenti o per concorso di circostanze, a voler cambiare le regole del gioco? In un certo senso la storia di <strong>Gli ausiliari</strong> va, o almeno sembra andare, in quella direzione. Ma Esposito, quando ci mostra che la storia cambia, in quell&#8217;atmosfera distopica eppure così vicina a noi, è accurato a togliere ogni luce: la fine di Beetlegeuse ne è soltanto l&#8217;esempio più evidente.</p>
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		<title>Enrico Esposito: un saluto al nostro prof!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Jul 2023 01:09:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Border News]]></category>
		<category><![CDATA[Digiesse]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Martino Ciano. Un saluto al professore Enrico Esposito. La foto in copertina ci è stata fornita dai familiari Cominciò così la nostra amicizia: dallo scambio di un libro. Era il febbraio del 2007, avevo 24 anni, da qualche mese avevo cominciato a scrivere per &#8220;La Provincia cosentina&#8221;, da pochissimo avevo pubblicato quel mio [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Martino Ciano. Un saluto al professore Enrico Esposito. La foto in copertina ci è stata fornita dai familiari</strong></p>
<p>Cominciò così la nostra amicizia: dallo scambio di un libro. <strong>Era il febbraio del 2007, avevo 24 anni</strong>, da qualche mese avevo cominciato a scrivere per <strong>&#8220;La Provincia cosentina&#8221;</strong>, da pochissimo avevo pubblicato quel mio primo romanzo che per fortuna non è più in commercio, ma che per te aveva qualcosa di particolare: una disquisizione sull&#8217;argomento degli argomenti: <strong>&#8220;Conosci te stesso&#8221;</strong>. Tu ancora insegnavi al <strong>Liceo scientifico di Scalea</strong> e alcuni amici, più piccoli di me, con i quali condividevo l&#8217;amore per la musica, parlavano di te con entusiasmo e furono proprio loro a consegnarti quel romanzo a mia insaputa.</p>
<p>Era febbraio, ma l&#8217;aria era tiepida, ci sedemmo al tavolino di un bar, mi hai ascoltato per un&#8217;ora e poi mi hai dato un consiglio: <strong>&#8220;Approfondisci la filosofia greca&#8221;</strong>. Ho cominciato da lì un viaggio che ancora oggi non abbandono e ogni volta che abbiamo parlato di persona o al telefono, tu tornavi su quel discorso, ma mi invitavi anche a non spremermi troppo il cervello: <strong>&#8220;tanto non si potrà mai rispondere a tutte le domande e, a volte, le risposte che ci diamo sono fallaci e accomodanti&#8221;.</strong></p>
<p>La tua presenza è sempre stata importante. Ti telefonavo quando avevo bisogno di una delucidazione su un argomento o su una parola che non conoscevo. Dubbi ne avevo troppi; ammiravo, anzi invidiavo la tua conoscenza, la tua capacità di collegare gli argomenti tra loro, quel modo grandioso di semplificare i concetti complicati, anche con l&#8217;ausilio di qualche dialettismo che non guastava mai. <strong>Di conseguenza, mi rendevo conto quanto amore per la conoscenza ci fosse in quelle parole.</strong></p>
<p>Mi piace dire che per anni abbiamo collaborato. I nostri approfondimenti culturali, le chiacchierate del fuori onda che avvenivano <strong>dietro le quinte degli studi di Rete 3 Digiesse, prima, e di Radio Digiesse</strong>, poi. Ogni settimana eri da me, non mancavi mai. O venivi in studio o ci sentivamo al telefono. Ti sei preso una pausa solo quando morì tuo figlio. Quella tragedia ti piegò ma non ti spezzò. Mi chiedesti di tornare a registrare la nostra trasmissione <strong>&#8220;Risfoglio di Enrico Esposito&#8221;</strong>, perché le cose dovevano continuare. Ti ringraziai, ma tu ringraziasti me perché &#8220;anche questo è un modo per condividere il dolore e per sentirsi meno soli&#8221;.</p>
<p>La morte è la cosa più naturale del mondo. Fa parte dell&#8217;uomo, eppure la trattiamo ancora come una fatalità, come un evento eccezionale che capita una volta ogni tanto, che disturba, che colpisce solo quelli più sfortunati di noi. <strong>Ne abbiamo parlato tanto, soprattutto dopo aver letto i miei libri che mettono sempre la morte in primo piano;</strong> eppure a te non spaventava quel fascino morboso che avevo verso tale argomento, perché lì c&#8217;era il senso di quel discorso che mi facesti il giorno del nostro primo incontro e che terminò con quel consiglio: <strong>&#8220;Approfondisci la filosofia greca&#8221;.</strong></p>
<p>La morte è un limite e gli uomini sono limitati, se vuoi conoscere te stesso devi conoscere i tuoi limiti. Si è secondo misura. I greci avevano orrore dell&#8217;infinità e dell&#8217;eternità, apprezzavano il limite, la fine, la forma.<strong> La morte non è una fine, ma un inizio, perché fa oltrepassare il velo dei sensi e apre ad altri significati e ad altre concezioni di senso.</strong> Nessun viaggio ha termine, ma ogni momento è solo una tappa che ci fa progredire in consapevolezza e, forse è questo il problema, abbiamo poche consapevolezze e molta presunzione di sapere.</p>
<p>Ecco prof, riassumo così il senso di tanti nostri discorsi. Sono stato bravo?</p>
<p>Un giorno registrammo una bellissima puntata su <strong>&#8220;La natura delle cose&#8221; di Lucrezio</strong>, un latino dal cuore greco. Terminata la puntata mi hai dato un altro consiglio <strong>&#8220;Tieni quel libro sempre sul comodino, lì dentro c&#8217;è tutto: la poesia, la filosofia e la religiosità con cui bisognerebbe attraversare la vita&#8221;</strong>. Ti giuro prof, da quel giorno il libro sta lì, sul mio comodino.</p>
<p>Ora riposa in pace.<br />
Ciao <strong>Enrico Esposito</strong>, anzi caro prof!</p>
<p>Ti saluto come quando chiudevamo le nostre puntate: <strong>&#8220;Arrivederci. Per il momento, grazie&#8221;.</strong></p>
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		<title>Destra sociale e gli echi del passato</title>
		<link>https://www.borderliber.it/destra-sociale-echi-passati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Oct 2022 00:13:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Duce]]></category>
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		<category><![CDATA[Fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Scorza]]></category>
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		<category><![CDATA[Volontarismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Enrico Esposito La Destra ha attirato il voto dei ceti più toccati dalle terribili crisi del momento (guerra e fonti energetiche): non è né una novità né il risultato delle virtù demiurgiche della Meloni e compagnia. La questione sociale era già nel programma di Sannsepolcro, e cioè del fascismo della prima ora. Del [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Articolo di Enrico Esposito</strong></em></p>
<p>La Destra ha attirato il voto dei ceti più toccati dalle terribili crisi del momento (guerra e fonti energetiche): non è né una novità né il risultato delle virtù demiurgiche della Meloni e compagnia. La questione sociale era già nel programma di Sannsepolcro, e cioè del fascismo della prima ora. Del resto il duce era da poco fuori dal partito socialista, ma c’è da pensare che molte delle istanze di quel partito avessero lasciato qualche traccia in molti dei suoi adepti. Nessuna meraviglia allora se il partito dei Fratelli d’Italia ha intercettato il voto degli scontenti e dei delusi.</p>
<p>La Sinistra aveva da tempo imboccato altre strade, fino a diventare sostenitrice di Draghi, ultimo esempio di finanziere prestato alla politica, animato da una visione neocapitalistica e neoliberista estrema. La Destra ha saputo convogliare dissenso e rabbia sociale specie di quella parte della popolazione che si ritiene defraudata e impoverita dalla globalizzazione prima e dalle lentezze europee nell’assumere decisioni a dir poco necessarie in questa fase, per proteggere e tutelare il potere d’acquisto di lavoratori e ceto medio.</p>
<p>Ma c’è un altro elemento da considerare: oggi parlare di ceti significa prendere atto che non sono solo due come un tempo, ma che all’interno di ciascun ceto si sono generate disuguagliane e differenze, per cui un’opzione interclassista (per usare un vecchio termine) era destinata ad avere la meglio sul piano elettorale. Si aggiunge in questi giorni la posizione che vuole Fratelli d’Italia finalmente inglobati nelle celebrazioni del 25aprile. Anche qui va ricordato che Mussolini nella primavera del 1945, vistosi perduto, richiamò i fascisti della prima ora, per risollevare le sorti del partito e del regime e chiamò alla segreteria Carlo Scorza, di origini calabresi ma stabilitosi da tempo in Toscana.</p>
<p>Lo stesso Scorza poi ebbe un comportamento ambiguo nella drammatica notte del Gran Consiglio conclusa con la sfiducia al duce. Ora nelle ultime fasi della Resistenza contro i nazifascisti c’erano anche fascisti dissidenti o esautorati anzi tempo, che affiancarono comunisti, socialisti, cattolici, liberali, monarchici. Per cui affermare che il 25aprile è la festa di tutti gli italiani, nessuno escluso è quanto auspicavano fin dall’inizio i partigiani. Che questo avvenga in attesa del governo della destra forse è un po’ sospettabile di strumentalizzazione, ma intanto è così.</p>
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