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	<title>Epicuro Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Il re e il niente. Oliver Tallec e la &#8220;demolizione del Tutto&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/re-niente-filosofia-gagliardi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Nov 2024 23:05:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Filomena Gagliardi. In copertina: &#8220;Il re e il niente&#8221; di Olivier Tallec, traduzione di Maria Pia Secciani, edizioni Clichy Firenze, 2023 Anche il mio libraio me lo ha detto quando l’ho ritirato in cassa che &#8220;Il re e il niente&#8221; era molto bello e che in generale il suo autore, scrittore e illustratore, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Filomena Gagliardi. In copertina: &#8220;Il re e il niente&#8221; di Olivier Tallec, traduzione di Maria Pia Secciani, edizioni Clichy Firenze, 2023</strong></p>
<p>Anche il mio libraio me lo ha detto quando l’ho ritirato in cassa che <strong>&#8220;Il re e il niente&#8221;</strong> era molto bello e che in generale il suo autore, scrittore e illustratore, è un artista molto interessante nell’attuale panorama internazionale del settore.</p>
<p>Da parte mia, avevo subito il fascino di un post di una psicoterapeuta, Maria Chiara Gritti, che seguo su Facebook e della quale ho letto tutti i libri: <strong>quindi mi fido.</strong> E la mia fiducia è stata ben ripagata sotto tutti i punti di vista. Innanzitutto per il contenuto e per il significato dell’albo che appare controintuitivo. Di solito, infatti, l’uomo occidentale si è sempre posto la domanda: <strong>“perché c’è l’Essere anziché il Nulla?”.</strong></p>
<p>I Greci hanno preferito la strada dell’<strong>Essere</strong> a partire da <strong>Parmenide</strong>: eppure nel mondo greco non sono mancati pensatori “nichilisti”, come i Sofisti. Il loro pensiero, nel V secolo a.C., supporta la tragedia. In generale comunque i Greci, anche se in linea di principio non negarono logicamente il Nulla, da un punto di vista etico soffrirono molto la tragicità della sorte dell’uomo, destinato dopo la morte al <strong>Nulla</strong>.</p>
<p>Del resto, chi fra gli eroi riesca ad accedere al mondo dei morti, non fa altro che sperimentare il nulla delle anime che incontra: tale è, ad esempio, il caso di <strong>Ulisse</strong> quando scende negli <strong>Inferi</strong> <strong>nel canto XI dell’Odissea,</strong> alla cui lettura rimando il destinatario di questa recensione.</p>
<h3>Invece il re del nostro Tallec: “aveva tutto”; a lui non “mancava quasi niente”; “ O meglio, /gli mancava il Niente”</h3>
<p>Tale mancanza, quasi ossimorica e paradossale (di solito ci manca sempre qualcosa, proprio perché temiamo il Nulla), nasce al sovrano da un dato esperienziale: proprio vedendo che ha tutto, sorge in lui l’esigenza di ciò che non ha, che in questo caso è l’opposto del Tutto, ovvero il Niente per l’appunto.</p>
<p>Inizia pertanto, induttivamente, a cercare di capire dove possa trovare il Nulla: ma anche questa domanda è, sostanzialmente mal posta, e lo è alla luce del pensiero aristotelico: non può esserci un dove per il Nulla, perché ciò che ha un dove non può essere il Nulla; anche il poco è qualcosa: ergo il Nulla non è una nozione quantitativa, tantoché persino il deserto non può essere il luogo del nulla: “In realtà, però, in questi luoghi c’è sempre un inutile cactus/in un angolo, una nuvola che rovina tutto, o un frammento di roccia. Ma ancora non c’era traccia del Niente”.</p>
<h3>Reperire il niente, dunque, non è un’operazione fisica consistente nel rimpicciolire gli enti fino ad annientarli, come fossero gli atomi democritei o epicurei</h3>
<p>L’indagine relativa al Niente segue un procedimento costante all’interno della storia: il sire intuisce dove possa raggiungere il <strong>Niente</strong>, compie lo sforzo necessario per trovarlo, ma non ci riesce.</p>
<p>Solo alla fine comprende che la sua operazione, per essere vincente, deve consistere invece in un salto, in qualcosa di inedito e rivoluzionario, nell’ impiego di parametri e procedimenti totalmente diversi: egli deve togliere tutto ciò che ha e non invece ridurlo di volta in volta: il niente è la demolizione del tutto. Solo questo libera e restituisce lo spazio, o meglio, quella regione indefinita che i Greci chiamerebbero <strong>Chora</strong>.</p>
<p>Nel testo l’inchiesta del <strong>Niente</strong> non è motivata: non si dice perché il re lo desideri e apparentemente il libro potrebbe sembrare solo una “scusa” per fare della pura filosofia ontologica (e non ci sarebbe comunque alcunché di male). Ma io credo che l’interpretazione spetti a ciascun lettore: si può restare sul versante speculativo e si può accedere ad una lettura psicologica della trama, come un monito teso a sentenziare che l’accumulo ci soffoca, non ci dà spazio per respirare, per far posto alle cose nuove che potremmo accogliere nella nostra vita o semplicemente anche alla possibilità, del tutto lecita e anche sana talvolta, di restarcene spiaggiati, almeno per un po’, nella nostra regione di comfort, senza niente alla spalle o davanti, se non noi stessi e la nostra ombra: “Ora c’era davvero molto spazio per il Niente&#8221;: così si conclude la favola con l&#8217;immagine del nostro “eroe”, nudo, che guarda davanti a sé, verso un orizzonte libero, sgombro, nullo. Ma forse da questo Niente può rinascere il tutto?</p>
<p>A ciascuno l’ardua sentenza e anche la Speranza che forse, anche dopo il peggiore dei lutti, qualcosa di bello ed inedito possa attenderci. Non riesco a commentare le immagini del libro che sono bellissime e che si sforzano anch’esse di ricalcare e riprodurre, per quanto possibile, sua maestà il Nulla.</p>
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		<title>Verità: qualcosa di inesplicabile</title>
		<link>https://www.borderliber.it/divagazioni-e-verita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Oct 2022 01:26:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Buddha]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Verità: qualcosa di inesplicabile&#8221; è un articolo di Stefano Cazzato. In copertina una foto presa dal web Che cosa ha detto veramente… E via con una serie di nomi di filosofi e scienziati, scrittori e grandi uomini: Epicuro, Buddha, Spinoza, Rousseau, Hegel, Joyce, Sartre, Dewey e tanti altri. Si chiamava così una lodevole collana di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Verità: qualcosa di inesplicabile&#8221; è un articolo di Stefano Cazzato. In copertina una foto presa dal web</strong></p>
<p>Che cosa ha detto veramente… E via con una serie di nomi di filosofi e scienziati, scrittori e grandi uomini: Epicuro, Buddha, Spinoza, Rousseau, Hegel, Joyce, Sartre, Dewey e tanti altri.</p>
<p>Si chiamava così una lodevole collana di libri che, negli anni Sessanta e Settanta, ebbe un discreto successo. E da cui si potevano imparare molte cose.</p>
<p>Con  uno dei quei libri (<strong>Che cosa ha veramente detto Kierkegaard</strong>), che mi aspettava a due lire su una bancarella, mi trovai a tu per tu  che ero ancora ragazzo, ero ancora ragazzo, poco avvezzo all’ermeneutica e alla critica letteraria, digiuno di Gadamer e di Ricoeur, di Derrida e di Todorov, non sospettavo l’esistenza dei maestri del sospetto, ignoravo la promiscuità tra speculazione e ideologia, le differenze tra strutturalismo hard e soft, l’esistenza del pensiero situato, delle impurità che inquinano la trasparenza del soggetto e dei suoi giudizi, e consideravo quello che c’era scritto sui libri, se non verità assoluta, sapere certo. Mi rispecchiavo, con qualche perplessità. L’Eco dell’opera aperta non mi era ancora giunta.</p>
<p>Poi sopraggiunsero tutte queste cose e, via Nietzsche e scritti come <strong>Verità e menzogna</strong>, finì per convincermi della celebre formula “non ci sono fatti, ma solo interpretazioni”.</p>
<p>Potete immaginare allora la sorpresa quando scoprì che i miei sospetti, per quanto acerbi e ingenui, fossero fondati: un libro è sempre interpretazione del mondo o di qualcuno che interpreta il mondo, un’interpretazione più o meno convincente, più o meno verosimile, ma pur sempre interpretazione. Tanto più un libro di filosofia che contiene riflessioni molto diverse dalle descrizioni esatte della scienza, portatrici del cosiddetto “primo vero”. Quello dei filosofi – ho capito dopo &#8211; è il dominio della valutazione ragionata, del punto di vista argomentato ma non conclusivo. Esistono tanti Platone, tanti Marx, l’essere si dice in molti modi.</p>
<p>Ecco perché quell’espressione “Che cosa ha veramente detto”, con quel veramente così perentorio e apodittico, oggi mi sembra fuorviante. Dà l’idea della verità contenuta in un guscio, che va estrapolata, presa, ma che è già lì da sempre, da tempo immemorabile, quindi, sostanzialmente, sostanza fuori dal tempo.</p>
<p>Non nego che sia rintracciabile un nucleo inaggirabile di concetti e di temi propri di un autore, identitari per così dire, ma penso che quello che conta è il modo in cui l’autore li declina, la sua personalità, il suo temperamento, il suo timbro personale. La filosofia è come una ricetta: non si capisce bene se esista un originale, depositato da qualche parte, cui si possa tornare a ritroso, forse si tratta semplicemente di prendere una decina di argomenti-ingredienti e deciderne le dosi, la successione, il trattamento, il grado e il tipo di cottura e altre cose simili.</p>
<p>Alla fine, di fronte alla qualità del risultato, non ci chiediamo se risponde a un modello, se esiste qualcosa come la quintessenza del tiramisù e della parmigiana, la <em>parmigianità</em>, per capirci.</p>
<p>Mia madre faceva una parmigiana buonissima, ma senza carne, quindi la alleggeriva, la smaterializzava, rendeva più leggero il suo essere, allontanandola però dall’ideale, che è molto pesante. Era sempre parmigiana? Può darsi che fosse una variante o una variante della variante! Ma qual è la vera ricetta? Chi l’ha detta, chi l’ha scritta? Chi ne ha i diritti? Dove sta scritto? Forse esiste lassù, lontano, ma come ci si arriva?</p>
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