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	<title>Barettini Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Gli ausiliari di Gabriele Esposito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Oct 2025 22:01:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;Gli ausiliari&#8221; di Gabriele Esposito, Stc Edizioni Gli Ausiliari, di Gabriele Esposito, ci racconta una storia che ha la particolarità di essere passata, presente e futura allo stesso tempo. È un&#8217;allegoria sulla libertà degli uomini in rapporto con la società e, in senso più esteso, con la politica. Anche [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;Gli ausiliari&#8221; di Gabriele Esposito, Stc Edizioni</strong></p>
<p><strong>Gli Ausiliari</strong>, di Gabriele Esposito, ci racconta una storia che ha la particolarità di essere passata, presente e futura allo stesso tempo. È un&#8217;allegoria sulla libertà degli uomini in rapporto con la società e, in senso più esteso, con la politica. Anche per questo il personaggio che narra la storia parla a un “voi” indistinto: i lettori? Il suo pubblico? Gli altri uomini?</p>
<p>Chi narra la storia si presenta subito come qualcuno che conta, qualcuno dentro la politica, in costante relazione, dunque, con i propri elettori. Il “voi”, pur alternato con parti di terza persona, è invadente, onnivoro, grandefratellesco. Si impone. Crea una distanza che il lettore vorrebbe colmare, ma non può, deve restare schiacciato da un modo di narrare non convenzionale, prima affascinante, ma serpentesco, infido. Ma c&#8217;è altro che si presenta in modo anomalo: i nomi dei personaggi, il Cardinale, il Generale, il Porco, e poi le azioni, abiette, squallide, eccessive, subito gettate in faccia al lettore che non può fare niente, se non osservare una serie di scene depravate moralmente e umanamente come fossero normali.</p>
<p>L&#8217;ambiguità esplode con una scrittura in crescendo. Tutto sembra risuonare di interesse, di manipolazione, di esibizionismo e spettacolarizzazione, ovvero di tutto ciò che in modo triste oggi la politica è, almeno in certa misura, nell&#8217;immaginario, collettiva. Quella misura è indagata da Esposito con minuzia e realismo.<br />
A quei personaggi esposti, altolocati, importanti, o semplicemente gonfiati, si contrappongono quelli “normali”, Gloria, Alfredo, Gonzalo, anzi Gonzalo e Paco, immersi in una normalità che è raccontata nella lente del potere e quindi vista come inferiore, squallida, povera. E povera lo è, dato che Gonzalo sarà costretto, entrando in relazione con quella parte del potere, a compiere azioni che lo porteranno sempre più lontano, e finire a odorare la seduzione del potere, anche per proteggere Paco, sempre impegnato nel giocare un videogioco, i cui livelli ricordano l&#8217;idea di un percorso obbligato che tutti i cittadini sono chiamati comunque a svolgere.</p>
<p>Inversa la parabola di Gloria, che dal potere si allontana gradualmente ma solo per esigenze strumentali. Diversamente opposta la posizione di Alfredo, sorta di alter ego di Gonzalo, anche se molto diverse sono le posizioni dei due nell&#8217;economia generale del romanzo, o per meglio dire, nell&#8217;economia generale dei rapporti che si possono intrattenere con il potere, perché in fondo questo è il punto conclusivo, questa la domanda che Esposito sembra porre a tutti i lettori, e cioè che rapporto ci costruiamo noi, con esso, come lo difendiamo, come lo abitiamo. In altre parole tutti i personaggi si ritrovano loro malgrado a essere ritratti nelle loro relazioni con il potere, nella consapevolezza che qualunque azione può ergersi a immortalare tale rapporto.</p>
<p>Anche per questo le narrazioni di questi “umili” personaggi, sono ugualmente asfittiche, benché più tradizionali. Assistiamo ai loro destini, li affianchiamo nella speranza di una rivincita, ma li ritroviamo privi di volontà, e ci rendiamo conto, nell&#8217;essere accanto a loro, di essere uguali a loro. Nel frattempo vediamo i potenti, i cui legami procedono in modo tutt&#8217;altro che pacifico. La dimensione del contrasto è raccontata specificamente seguendo uno dei principali punti nevralgici della politica italiana, il contrasto fra vecchio e nuovo, che, nel mondo della politica, forse è il connubio più attuale, almeno da 150 anni in qua. Ma attenzione, non tutto è pesantezza e dolore, anzi, Esposito entra ed esce dal dolore, perché sia chiara, sempre, l&#8217;illusione della gioia da inseguire, della gioia che già si possiede, forse, o non si possiede affatto.</p>
<p>Ma ironie a parte, il disegno mostra come perfettamente naturali e inevitabili bipolarismi, rimpasti, accordi, inciuci, quello che permette alla politica, o meglio agli uomini che la occupano, di muoversi fra buio e luce, di stare contemporaneamente nel buio e nella luce, di trasmettere luce essendo buio e viceversa, perché la vita della politica è composta di sfumature, di gradazioni, di onde indistinte che attraversano la società producendosi magmaticamente, continuamente, in arabeschi di vite, di alleanze, di speranze, di possibilità. Ma qui ciò che illumina lo fa in modo irriverente, la luce sembra essere sempre seconda al buio, lo sguardo deve restare puntato sulle storture del potere, perché è il potere a decidere dove dobbiamo guardare.</p>
<p>Qui Esposito si inventa l&#8217;esistenza di Beetlegeuse, una stella che sarebbe esplosa creando una seconda fonte di luce nel nostro cielo, un fatto epocale che viene percepito come ennesima abitudine, dopo breve tempo, un fatto che sarà destinato a concludersi, e che nel frattempo non sembra segnare alcun reale mutamento nei fatti del potere, nelle relazioni politiche e sociali, come a suggerire che il futuro non sarà diverso dal presente, che si potrà forse cambiare la fonte di luce, ma non gli esiti dei suoi effetti.</p>
<p>Così il romanzo può essere catalogato alla voce distopia come, ugualmente, alla voce realismo, o persino storia, etc. La ricorsività, l&#8217;impossibilità di un cambiamento reale ne sono l&#8217;aspetto centrale, ma quest&#8217;assenza non può non esserci e basta, deve essere centrale, gridata, vista, idolatrata. Non si può dare successo, perché la sua fine sarebbe la fine della politica stessa. I burattinati devono scandire il tempo e decidere le parole che ci fanno vivi. Tutto è raccontato seguendo un andamento sincopato, <strong>Gli Ausiliari</strong> è una sinfonia tecnocratica, emerge un suono regolare e inquieto come se i vicini di casa avessero messo su un disco degli Einstürzende Neubauten (e mai nome fu più calzante), il ritmo costante, le pause brevi e frequenti, l&#8217;insistenza.</p>
<p>Tutto è funzionale al racconto del potere, di chi lo detiene e di chi lo subisce, e dei mezzi che collegano le due parti. Ci sono elementi finti, fantastici, futuristici, o comunque legati a un immaginario distopico, un 1984 già ben immaginato da Gilliam, anche se qui ciò che compare come anomalo finisce per rientrare a pieno titolo nella normalità, tanto da far dimenticare di non essere al bar a leggere un giornale alle pagine della politica interna.</p>
<p>Esposito racconta di aver costruito <strong>Gli ausiliari</strong> volendo riprodurre la storia di Catilina in tempi moderni. Catilina è un personaggio di rottura, perché era un ottimate che era passato ai popolari, quindi aveva sovvertito lo status quo e per giunta le testimonianze che abbiamo appartengono a Cicerone, che di Catilina era stato avversario. Sappiamo la fine che fece.</p>
<p>È forse il destino di tutti quelli che si ritrovano, volenti o per concorso di circostanze, a voler cambiare le regole del gioco? In un certo senso la storia di <strong>Gli ausiliari</strong> va, o almeno sembra andare, in quella direzione. Ma Esposito, quando ci mostra che la storia cambia, in quell&#8217;atmosfera distopica eppure così vicina a noi, è accurato a togliere ogni luce: la fine di Beetlegeuse ne è soltanto l&#8217;esempio più evidente.</p>
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		<title>Giovanna Cinieri: tre poesie tratte da &#8220;Piccola Stregheria&#8221;</title>
		<link>https://www.borderliber.it/giovanna-cinieri-piccola-stregheria-poesia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Sep 2025 21:56:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Pubblichiamo per gentile concessione dell&#8217;autrice tre poesie dalla raccolta &#8220;Piccola Stregheria&#8221; di Giovanna Cinieri, Stc Edizioni Alla sua prima pubblicazione la tarantina Giovanna Cinieri incrocia i pieni e i vuoti della sua infanzia, della femminilità, delle tradizioni popolari e dei loro corpi, creando movimenti, improvvisi verticali e spazi inattesi grazie alle nostre ferite e oscurità [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Pubblichiamo per gentile concessione dell&#8217;autrice tre poesie dalla raccolta &#8220;Piccola Stregheria&#8221; di Giovanna Cinieri, Stc Edizioni</strong></p>
<p>Alla sua prima pubblicazione la tarantina Giovanna Cinieri incrocia i pieni e i vuoti della sua infanzia, della femminilità, delle tradizioni popolari e dei loro corpi, creando movimenti, improvvisi verticali e spazi inattesi grazie alle nostre ferite e oscurità e a ciò che infine esplode come catarsi di parole che osservano traiettorie fitte di smarrimenti che infine suggeriscono nuove rotte di senso.</p>
<p>Lo senti anche tu il cane che abbaia<br />
il cumulo di bimbi lasciati fuori ad essiccare<br />
non so a chi credevo<br />
quando il coro di Chiesa faceva eterna l’estate<br />
il prete passava tra lenzuola gonfie<br />
neanche un’ombra faceva:<br />
stese le sindoni non c’è volto<br />
che appaia, più facile morire<br />
che stare in piedi con il piatto<br />
e in paese con il vento crollavano i balconi:<br />
in cambio della sabbia diamo indietro il fiato<br />
e quei baci giunti dentro il gomito<br />
li chiamavi salvataggi all’imbrunire<br />
ma io ti aspetto vivo nella pioggia</p>
<hr />
<p>È un’arte di bambine costruire la stranezza,<br />
fare a gara per i nomi sparsi dentro i labirinti<br />
chiamarsi Jennifer, mai Maria,<br />
transumare con il caldo sui balconi,<br />
scomparire dietro il verso di un citofono<br />
il suono di un cane,<br />
mentre tu volevi che nessuno vedesse<br />
dove eri casa:<br />
nella misura delle bambole<br />
coi capelli squilibrati e una postura a croce,<br />
gli occhi sempre aperti sulle forbici di mamma<br />
nelle mutandine larghe e le gambe lucide<br />
di calze nuove bianche, un abbaglio da puttana<br />
una specie di alba precoce,<br />
che l’infanzia è la notte<br />
con le matite tenute tra le dita,<br />
fumavamo un’era giallo ocra<br />
e il cuore in stile Dolce Forno Harbert<br />
s’accendeva<br />
tu ci infilavi qualcosa che somigliava a noi<br />
una tenerezza senza forma<br />
appena incandescente<br />
io dicevo Jennifer, forse è pronto<br />
e la notte era ovunque, soprattutto nei giorni</p>
<hr />
<p>Inizia a capire la forma delle ossa<br />
a partire da un&#8217;idea che non vuoi dire,<br />
e le linee della carne quando è ferma<br />
creano più di una parola.<br />
il gioco in risalita del veleno: lo conosco,<br />
è un veggente che sgrana tutto il pane<br />
lo fa a briciole sul tavolo e grugnisce,<br />
tanti Pater quante morti non avesti.<br />
Guardo il corpo che io sono,<br />
neanche fosse un&#8217;autopsia iniziata<br />
si apre il petto sotto luci universali:<br />
è abbagliante il suo sapere come spegnersi nel tempo.</p>
<p>e con la fede che mi resta<br />
porgo schiaffi a Dio continuamente,<br />
non perdono che l&#8217;abisso delle suppliche</p>
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		<title>Premio Strega. &#8220;Recensire la dozzina&#8221;. Il commento di Barettini</title>
		<link>https://www.borderliber.it/premio-strega-barettini-lettura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Aug 2025 22:01:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo aver letto e recensito l&#8217;intera dozzina del Premio Strega 2025, il nostro Alessio Barettini ha voluto concludere con un suo commento. In copertina una foto tratta dal web Un paio di mesi fa ho preso l&#8217;impegno di leggere i dodici romanzi candidati al Premio Strega 2025, i titoli che sono arrivati a costituire la [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dopo aver letto e recensito l&#8217;intera dozzina del Premio Strega 2025, il nostro Alessio Barettini ha voluto concludere con un suo commento. In copertina una foto tratta dal web</strong></p>
<p>Un paio di mesi fa ho preso l&#8217;impegno di leggere i dodici romanzi candidati al Premio Strega 2025, i titoli che sono arrivati a costituire la celebre dozzina delle opere più meritevoli di narrativa, una cartina al tornasole dello stato attuale della nostra letteratura. A muovermi è stato, oltre alla consapevole e impossibile volontà di rubare il lavoro a uno dei più brillanti critici italiani, Gianluigi Simonetti, attento ad analizzare la produzione contemporanea delle uscite letterarie italiane come, mi sembra, nessun altro né altra, un certo senso di fastidio che da alcuni anni provavo già a partire dal momento della candidatura di tutte le opere.</p>
<p>Si comincia a parlare di Premio Strega ogni anno a partire da febbraio, e se ne parla tanto, sui social, e non solo. Questa attenzione verso il premio è insita alla vita dei social, e si sa che «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli» (U. Eco). Certo, ci sono decine di persone esperte che si esprimono, per fortuna, ma sono costrette a convivere con chiunque. Così, questo circo mediatico va avanti fino al suo punto più alto, che è la proclamazione del vincitore, all&#8217;inizio di luglio, con tutti gli strascichi del caso, vendite, discussioni, analisi e, sì, anche polemiche.</p>
<p>Non amo particolarmente le discussioni che nascono con questo intento, ma il Premio Strega ne porta con sé molte. Io stesso, come tutti, ne sono stato testimone, quest&#8217;anno come gli scorsi. Serie di sterili riflessioni, accese discussioni, analisi deboli. Ho voluto senz&#8217;altro evitarle, per quanto non mi sia stato possibile non leggerle. E va da sé che molte persone discutono di libri senza averli letti. Per questo, su Border Liber, a partire dall&#8217;inizio di giugno e grazie alla cura di Martino Ciano, ho pubblicato dodici articoli nei quali ho cercato di fare chiarezza sui libri della dozzina, volendo rispettare in particolare tre principi:</p>
<p>· il primo è quello che uso ogni volta che scrivo un pezzo su un libro, ed è quello di rifarmi alle mie conoscenze in ambito di critica letteraria, conoscenze che pur portandomi dietro dai tempi dell&#8217;università non fanno di me un critico di professione: per questo mi scuso con eventuali inesattezze o mancanze di accuratezza.</p>
<p>· il secondo è stato quello di evitare di coinvolgere il mio giudizio soggettivo nelle analisi: il libro che mi ha divertito di più non è secondo me il migliore, quello meno interessante per me non è privo di qualità, e via dicendo.</p>
<p>· il terzo è stato quello di cercare di mostrare i punti di forza e di debolezza di ognuno. Sarei stato felice di incontrare un capolavoro privo di difetti, ma così non è stato.</p>
<p>Da qui alcune considerazioni di massima su questa esperienza, nell&#8217;idea che si possano trarre alcune conclusioni relative allo stato di salute della nostra letteratura e della(e) comunità di lettori. Il dato forse più evidente è che su dodici libri nove presentano elementi evidenti di autofiction. Questo dato mette in luce che i lettori, oltreché gli scrittori e le scrittrici, amano leggere storie dalla forte componente immedesimativa. Due dei tre romanzi non autofinzionali sono il frutto del lavoro di scrittori esordienti, Carrieri e Ruol, peraltro accomunati da una medesima, analoga brevità. Per tutti gli altri l&#8217;autore, o l&#8217;autrice, dice “io sono”, esiste un rapporto diretto con la storia raccontata, anzi questa condizione ne è il presupposto.</p>
<p>Veniamo ai temi, perché anche qui ci sono diversi elementi interessanti. Sette romanzi su dodici puntano a riscoprire dei personaggi della cultura, dei media, della nostra storia, più o meno travolti dall&#8217;oblio. Nello specifico si tratta di Raffaello Baldini, Ferdinando Palasciano, Kurt Gödel, Nada Parri, Francesca Vacca Agusta, Raffaele La Capria e Dino Campana, ovvero tre personaggi della nostra letteratura (Baldini, La Capria e Campana), un medico e uomo politico di fine Ottocento (Palasciano), un fisico (Gödel), una partigiana (Parri) e la contessa Vacca Agusta, resa celebre dai fatti di cronaca che l&#8217;hanno vista tragica protagonista mediatica nel 2001, in occasione della sua morte.</p>
<p>Che si tratti di restituire dignità a figure ingiustamente dimenticate o la volontà di far conoscere meglio personaggi e fatti della nostra storia, in tutti i casi il lavoro degli autori e delle autrici è stato notevole, ha presupposto documentazione, studio e assemblaggio certosino, tanto che nei casi di Gödel (Gambetta), Parri (Van Straten) e Vacca Agusta (Aiolli) il lavoro di stesura è coinciso, autoreferenzialmente, con l&#8217;osservazione del laboratorio dello scrittore o della scrittrice, che ha raccontato le proprie difficoltà a entrare in relazione col personaggio in questione, a trovare snodi, insomma a costruire il romanzo stesso. Non certo superficiali sono le costruzioni delle storie intorno a Palasciano (Marasco), Baldini (Nori), La Capria (Rasy) e Campana (Martinoni), che in due casi sono coincise con le testimonianze stesse di chi scrive, Nori e Rasy, mentre per ragioni cronologiche Marasco e Martinoni hanno dovuto osservare un metodo di ricerca più tradizionale.</p>
<p>Va detto che neanche i romanzi di Bajani, Terranova e Anglana si distaccano da questo principio. Se è vero infatti che qui non c&#8217;è la volontà di ricostruire la vita di personaggi celebri, c&#8217;è comunque lo stesso tipo di impianto compositivo, specialmente per quanto concerne il romanzo di Terranova, alle prese con una memoria familiare da esplorare per le sue contiguità e implicazioni con la condizione stessa della narratrice/autrice, dato che il lavoro di recupero riguarda la bisnonna dell&#8217;autrice. Il caso di Bajani è anch&#8217;esso una ricostruzione familiare (ma individuale), mentre quello di Anglana presenta il medesimo schema ma applicato a una parente stretta dell&#8217;autrice alle prese con la complessa problematica dell&#8217;ottenimento della cittadinanza italiana.</p>
<p>A fronte di questa onda di romanzi memorialistici, è doveroso e lecito porsi alcune questioni, alla luce, direi, di un ulteriore elemento comune: la famiglia, vero perno della maggior parte di questi libri. Bajani, Terranova, Rasy, Anglana, Ruol, Marasco, Van Straten la pongono al centro della narrazione, sia che si tratti della propria che di quella della figura recuperata. La questione familiare è anche presente, seppure in modo meno centrale ma non meno importante anche nei romanzi di Nori, di Carrieri, di Martinoni e, in quelli di Aiolli e Gambetta, dove si osserva il suo ruolo in relazione alla vita dei personaggi raccontati.</p>
<p>Questi tratti comuni suggeriscono che i lettori italiani (o se si preferisce la letteratura italiana) sentono la necessità di mettere dei punti fermi nelle loro vite: l&#8217;intento “inventariale”, di ricostruzione, è forte, e la letteratura appare qui come una forza in grado di “mettere le cose a posto”. Si intravede cioè un aspetto taumaturgico della scrittura, che coincide con una condizione iniziale di caos. Allo stesso modo, riscoprire certe figure dimenticate si fa emblema di una stessa necessità, segno di una nazionalità senza baricentro, e di esistenze senza punti fermi. L&#8217;effetto che si produce è singolare, perché il senso della narrazione sembra essere quasi del tutto quello di unire le vite private con la vita pubblica: tutti i romanzi sembrano dire, in coro, “eccoci!”, tendono una mano come se la comunità di lettori fosse una zattera abbandonata in mezzo al mare e lo fanno nella convinzione che questo gesto sia e sarà risolutore, o se non altro consolatorio, e spesso le due cose coincidono.</p>
<p>Le voci usate dai narratori e dalle narratrici sono infatti lì, a mostrare un disagio di fondo, certa angoscia esistenziale ora vestita di smarrimento storico ora di mancanza di personalità. Questo, a mio avviso, è il punto più critico. Fatta eccezione per le voci ironiche di Carrieri e di Nori, che pure sono, almeno in parte, anche una copertura, e in misura diversa di Aiolli e di Van Straten, più equilibrate, l&#8217;effetto è spesso deformante, ne nasce un realismo dalle tinte fortemente patetiche, ogni autore sembra preda di un ballo elegiaco e più o meno disperato. Elemento, quest&#8217;ultimo, che per quanto autentico, non può non farmi pensare, in certa misura, a un artificio di fondo, quello di dire la semplicità attraverso arzigogoli emotivi di cui non sempre si sente il bisogno. In altre parole viene da chiedersi non se la letteratura può curare, ma se la letteratura può curare ciò che non è malato.</p>
<p>Abbiamo romanzi, inoltre, che pur parlando di personaggi non sempre di successo, sul successo costruiscono il proprio andamento, successo della ricostruzione, successo conclamato dagli autori stessi a fine opera, seppure implicitamente, sempre proposto paradossalmente su tonalità di fallimento. Le opere iniziano da una condizione di rottura e vanno a completarsi come momento di riuscita dell&#8217;autore. Il romanzo ne è la sua stessa visione di riscatto, il lavoro di ricerca costituisce una necessità, il suo compimento. Le opere, mescolando la memoria del singolo con un elemento più grande, creano un&#8217;interezza ibrida, soggettiva, in cerca di assoluto. Cosa vogliono dirci, dunque?</p>
<p>Il dolore iniziale è presupposto a ognuno di questi romanzi, le loro vie di uscita appaiono schopenaueriane, volontaristiche, non restano mai nel non detto, anzi, sin dalle prime pagine fanno vetrina un vittimismo autocompiaciuto che poi va a mescolarsi con i destini dei vari personaggi. Questi libri, pur meritevoli di essere il prodotto di scritture misurate, attente, di svolgersi su temi interessanti, di essere congegnati in modo persino ineccepibile, sono analisi di qualcosa che è mancato al mondo o all&#8217;autore stesso. La loro presenza pone al centro loro stessi, e il lavoro dei rispettivi autori e delle rispettive autrici. Ai lettori resta poco margine. Questi romanzi suggeriscono una situazione iniziale di assenza di certezze che poi viene gradualmente colmata durante la scrittura stessa. Il tutto avviene in modo tutto sommato esplicito, seguendo un percorso che va dal vuoto al pieno, che, quasi religiosamente, essi vengono a colmare. L&#8217;idea è dunque che i lettori hanno bisogno di punti di riferimento, e che questi siano possibilmente tanti, simili fra loro e ben riconoscibili. E di facile accesso.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/premio-strega-barettini-lettura/">Premio Strega. &#8220;Recensire la dozzina&#8221;. Il commento di Barettini</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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		<title>Ruol e il suo inventario</title>
		<link>https://www.borderliber.it/barettini-inventario-ruol-lettura-romanzo/</link>
		
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		<pubDate>Thu, 31 Jul 2025 22:01:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia&#8221; di Michele Ruol, TerraRossa edizioni, 2024 Scrittura incorniciata da una precisa volontà sistematizzatrice, l&#8217;inventario di Ruol descrive con minuzia ogni aspetto, a cominciare dalla casa dei protagonisti, le sue stanze e i suoi oggetti, ciascuno con la propria forma [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia&#8221; di Michele Ruol, TerraRossa edizioni, 2024</strong></p>
<p>Scrittura incorniciata da una precisa volontà sistematizzatrice, l&#8217;inventario di <strong>Ruol</strong> descrive con minuzia ogni aspetto, a cominciare dalla casa dei protagonisti, le sue stanze e i suoi oggetti, ciascuno con la propria forma e la propria storia. E anche i personaggi sembrano parte della stessa opera di riordino: Maggiore e Minore, i figli, Padre e Madre.</p>
<p>I primi due, già spariti, morti in un incidente d&#8217;auto sulle cui dinamiche Padre e Madre vivono senza chiarezza alcuna, rivivono nelle memorie della casa. Le cose sembrano raccontarli più ancora dei genitori preda di comprensibili ansie, di necessità intime da conoscere per continuare a vivere. Lui si butta nel lavoro, lei cerca nuove strade. <strong>Ruol</strong> esordisce con coraggio sulla strada accidentata della conoscenza di reazioni imprevedibili e complesse come quelle che provano i due genitori privati della loro risorsa più importante, i figli.</p>
<p>Tutto si tiene. La notte dell&#8217;incidente, un incendio distrugge parte della foresta fuori del paese, e durante la lettura si scoprono le relazioni fra questi fatti, e fra questi fatti e altri, poco chiari; fra i destini, le speranze interrotte, le memorie. Le cose appaiono prive di senso, ma lo acquisiscono come la luce di un&#8217;alba entra a illuminare gradualmente la notte.</p>
<p><em>La notte dell&#8217;incidente c&#8217;era stato un incendio sui colli che cingevano a sud la città. L&#8217;intero fianco di un monte era andato in fiamme: il vento aveva sparso cenere per le strade, nei parchi, sui balconi per giorni, anche dopo che le fiamme erano state spente. Allo stesso modo, dopo l&#8217;incidente, Madre e Padre avevano avuto la cassetta della posta invasa da lettere per giorni.</em></p>
<p>I genitori alle prese con una vita nuova in cui la preoccupazione principale è la collocazione della memoria in un modo nuovo, tutto da imparare, sono al centro di questo viaggio fra gli spazi della casa. La loro presenza è percepibile anche quando <strong>Ruol</strong> indugia nel racconto degli oggetti. Loro sono lì, seduti a fare la maglia o a lavorare. Sono lì in una sorta di spazio eterno della memoria, un limite che osserva l&#8217;assenza e il ricordo/desiderio della presenza. Tutto è visibile ma nulla ha significato. Tutto trova il proprio spazio, nell&#8217;inventario, e si illumina un istante di esistenza, ma poi viene a spegnersi, risucchiato dal buio dell&#8217;oblio e del dolore che rende tutto immobile come in una fotografia di famiglia in cui i dettagli raccontano storie dimenticate.</p>
<p><em>Per la prima volta dopo anni avevano fatto l&#8217;amore. Entusiasta, l&#8217;ultimo giorno il Padre aveva insistito per comprare un tappeto che a Madre piaceva. Non sarebbe stato un souvenir, ma la prima pietra di una nuova vita. Aveva contrattato sul prezzo per più di un&#8217;ora, e tutto quello che era riuscito a risparmiare l&#8217;aveva dovuto spendere per farlo spedire in Italia. Il tappeto aveva preso posto nell&#8217;angolo più buio della casa. Tutto il resto era tornato come prima, come la volta precedente.</em></p>
<p>Anche i fatti, gli eventi che oscillano fra i ricordi dei vari “prima” e il tempo in cui a Padre e Madre è toccato in sorte di continuare da soli, procedono in modo freddo. Frasi brevi, ampio uso di verbi dal modo indefinito, le parole sembrano contenitori che devono tenere insieme dei pezzi di loro stessi, le cose si susseguono come elenchi di forme che scorrono davanti a occhi troppo presi da altri sentimenti per accorgersi del tutto di loro. La precisione è ossessiva, l&#8217;effetto è sgranato: come un&#8217;immagine troppo definita, l&#8217;eccesso di oggetti produce straniamento, senso di attesa che finisce per essere il maggiore ostacolo al ritorno alla vita.</p>
<p>Così le pagine della ricostruzione dell&#8217;incidente, dello sguardo narrativo all&#8217;auto distrutta contro l&#8217;albero, appaiono della stessa tonalità di tutte le altre, ugualmente fredde, distanti, come un resoconto di polizia dentro il quale sgomitando due parole più piccole di tutte le altre, padre e madre, abbiano deciso di risalire e ritrovare le loro dimensioni naturali, strada necessaria tanto per la memoria dei loro figli quanto per loro stessi.</p>
<p>Nonostante l&#8217;ampio numero di oggetti, la narrazione non si allarga mai, e questo restare sul bordo crea un effetto di finta estensione. Tutto in realtà accade in fretta. Il libro è molto breve, la densità degli eventi raccontati si chiude su sé stessa, il senso di asfissia è senz&#8217;altro reso con precisione. <strong>Ruol</strong> sceglie di non mostrare alcuna luce, lascia che essa resti un&#8217;idea, una possibilità, e questo non nuoce all&#8217;architettura del libro ma forse all&#8217;andamento generale che attraversa i personaggi.</p>
<p><em>Passati otto anni, il dolore era sempre lì, immutato. Madre, quando pensava alla sua vita, immaginava la foresta distrutta dal fuoco nella stessa notte dell&#8217;incidente. Rivedeva quelle distese di alberi carbonizzati, distese di moncherini neri lungo il fianco della montagna. Un bosco identico a quello che c&#8217;era prima non sarebbe mai più cresciuto, lei lo sapeva.</em></p>
<p>Scrivere di dolore non è semplice. Raccontare il dolore che non si rimargina mai, se non nella consapevolezza della sua eternità, richiede precisione e forse arguzia. È quest&#8217;ultima che forse è mancata a questo libro, nel fatto che Padre e Madre sono raccontati dalla stessa identica voce, sia che siano passati sette giorni dall&#8217;incidente, sia che siano passati diciotto anni. L&#8217;autore con caparbietà mostra questa evoluzione appena in controluce, finendo per affrettarla.</p>
<p>Il romanzo, chiaramente non semplice nei contenuti e neanche nella forma (narrazione esterna che si muove fra gli oggetti e deve quindi conservare una certa omogeneità), di buona fattura e pagine non banali, mostra una voce interessante che sarebbe ingiusto collocare già nel campo dei capolavori. È un lavoro che appare sorto da un&#8217;idea di fondo sviluppata con intelligenza e uniformità, che offre riflessioni interessanti sia per sé stesso sia all&#8217;interno di tutti i libri della dozzina dello Strega, che suggerisce un possibile percorso in crescita per un autore alla sua prima prova, e per una casa editrice anch&#8217;essa alla prima prova (il libro è entrato in cinquina), ma che ha già fatto vedere potenzialità ed è ormai una realtà cresciuta e conclamata nel panorama generale.</p>
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		<title>La signora Meraviglia di Saba Anglana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Jul 2025 22:01:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;La signora meraviglia&#8221; di Saba Anglana, Sellerio editore Romanzo dallo sfondo mitologico, favolistico, che illustra un compimento, un lungo percorso, quello dell&#8217;ottenimento della cittadinanza, come un&#8217;iniziazione intrisa di rituali bizzarri, grotteschi, tristemente seri ma non autorevoli. Saba Anglana intreccia un prima e un dopo lasciando che i due elementi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Alessio Barettini. In copertina: &#8220;La signora meraviglia&#8221; di Saba Anglana, Sellerio editore</strong></p>
<p>Romanzo dallo sfondo mitologico, favolistico, che illustra un compimento, un lungo percorso, quello dell&#8217;ottenimento della cittadinanza, come un&#8217;iniziazione intrisa di rituali bizzarri, grotteschi, tristemente seri ma non autorevoli.</p>
<p>Saba Anglana intreccia un prima e un dopo lasciando che i due elementi sfumino l&#8217;uno nell&#8217;altro. Il prima: una storia di famiglia, di identità africane già mischiate, la Somalia, l&#8217;Etiopia e l&#8217;Italia conquistatrice, una donna Dighei, zia della narratrice/autrice (il romanzo è scritto in prima persona e la narratrice coincide nel nome con l&#8217;autrice), che lega i due tempi. Il secondo, presente, l&#8217;Italia.</p>
<p>Quarant&#8217;anni di permanenza e la necessità improvvisa di ottenere questo documento, che per la narratrice, più che per la zia, diventa qualcosa di imprescindibile, una Meraviglia, dopo un dialogo con un&#8217;impiegata scocciata che funziona come innesco per desiderarla ancora di più, per farla diventare una ragione di vita.</p>
<p>Il mito mette le sue radici appunto in Africa, dove la situazione non appare diversa, un&#8217;identità precisa non c&#8217;è, sembra che tutto dipenda da contingenze, da idee sbagliate, in mezzo a tanta confusione ideologica, morale, quotidiana. Esattamente come nel dopo, a Roma, dove le due donne si confrontano per cercare un senso a questa condizione di assurdo, tacito dissenso che non può che esprimersi negli sguardi solidali e nelle parole sommesse ma mai abbastanza condivise. Il leit motiv è la memoria, fra dialoghi e riflessioni, a volte accessorie a spiegare momenti presenti, altre volte lasciate da sole a illustrare pezzi di sé, senza didascalismi.</p>
<p><em>Sull&#8217;inizio in Italia c&#8217;è poco da dire. Dalla costa della Somalia siamo approdati a quella di Ostia a metà degli anni Settanta. In attesa che la casa comprata molto tempo prima da mio padre si liberasse dagli inquilini che la occupavano, andammo ad abitare vicino a dove fu assassinato Pasolini. (…) Ma che ne sapevano i miei che era una zona malata fino all&#8217;osso? Già era stato un successo organizzare tutto a novemila chilometri di distanza, da un altro continente.</em></p>
<p>C&#8217;è tutta una galleria di personaggi, le impiegate e l&#8217;avvocato, gli incontri casuali e la gente senza volto, a costellare il tentativo del conseguimento di questa carta, a rendere questa ricerca grottesca e quasi impossibile. Imbarazzi, inutili complicazioni, capovolgimenti della sorte si intrecciano con la storia della guerra civile in Somalia, storie apparentemente lontane e inconciliabili, segnate da diverse e simili maledizioni. Le due parti risultano però molto diverse fra loro. L&#8217;osservazione del presente appare critica, effetto di una letteratura civile, poco propensa a trovare fiducia al di fuori di sé stessa.</p>
<p><em>Mi domando se questa signora Meraviglia riempirà un vuoto o sarà riparo per la sua inquietudine. Forse aveva ragione la funzionaria del Patronato, sta diventando un&#8217;ossessione. Sto facendo una violenza alla zia? Di una cosa credo di essere certa, però: nessun documento al mondo, nessun atto notarile, nessun certificato di nascita può parlare di identità allo strato più intimo della mia o della sua coscienza. Il ragazzo tatuato scende, finalmente la signora anziana che gli stava davanti può sedersi al suo posto.</em></p>
<p>La ricostruzione della memoria entra nelle radici familiari, è un modo per ricordare, per non perdere le tradizioni, religiose e quotidiane, religiose soprattutto, nel senso lato del termine. Qui la centralità gira infatti intorno ad Abebech, madre di Dighei, e al suo spirito che la perseguita, segno di una maledizione che sembra imprescindibile.</p>
<p><em>Ci parlava, con quelle forze, che non erano poi così estranee. Le sentiva tutte sopra la sua testa quando si coricava. Un suono a cui la gente comune non era abituata, o che non voleva ascoltare. Almeno fino a quando quelle voci non potevano più essere ignorate.</em> L&#8217;autrice sembra però la prima a scrivere per consolidare le proprie radici, quasi avesse perso l&#8217;istinto e il diritto di crederci:<em> “Voglio sentirmi ancora figlia di una storia”, scrive, esplicita, mostrando un timore e un senso di sconfitta mescolato con il senso dell&#8217;attaccamento, una fede scettica, moderna, vittima di una modernità implacabile perché onnivora e ingorda.</em></p>
<p>La storia va ricostruita, tenuta insieme con “occhi che tengono al guinzaglio la memoria”. Una personale ricerca del tempo perduto che è certo tradizione ma anche tentativo di sistematizzare ciò che non va, una sorta di maledizione familiare che si riscontra nei vari mostri interiori, la Gorgone che abita nella narratrice, come lo Spirito che abitava sua madre, sono il segno di una storia familiare che la ricerca di un&#8217;identità, finanche burocratica, potrebbe forse raggiungere.</p>
<p><em>Questa faccenda della cittadinanza mi ha costretto a ricognizioni che sono diventate anche più approfondite del necessario. La cosa forse mi sta scappando di mano, ma il percorso è avviato. Prima la malattia dormiva sottopelle, ora risalgo alla sorgente, non riesco a fermarmi, non posso.</em></p>
<p>Così il Gioco dell&#8217;Oca della cittadinanza attraversa la vita di chi la richiede, mostrando, nelle sue richieste di definizione delle storie familiari, la necessità che la memoria penetri verso un recupero delle storie, a mostrare una normalità che però non sarà mai lasciapassare di un modo di pensare razzistico e miope, che viene aggirato da decine di digressioni, personali modalità per fare di questo percorso un successo, nato da un costante processo di riparazione del sé, tratto tipico in ogni migrante.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/la-signora-meraviglia-di-saba-anglana-barettini-recensione/">La signora Meraviglia di Saba Anglana</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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