Daniela Di Sora: una vita per l’editoria

Pubblichiamo un’intervista di Leonardo Floriani a Daniela Di Sora. Questo contributo è realizzato in collaborazione con il Centro Culturale Connessioni. La foto in copertina è tratta dal web ed è stata fornita dagli autori
Ho conosciuto Daniela Di Sora all’incirca un anno fa, se la mia memoria bislacca non mi inganna. Fu in occasione di un incontro con il gruppo di lettura Ciampino legge, organizzato per dialogare di Piccole Morti, di Ivana Sajko, appena uscito per i tipi Voland. Incontro, che però, mai si svolse.
Il mio caro amico Nicola Argenti s’era preso l’impegno improbo di raccattarci in giro per Roma e di portarci fino a Ciampino, ma la Città Eterna aveva per noi piani diversi e, a dire il vero, non fu affatto un male. Complice una manifestazione di proporzioni bibliche e il mal tempo, dopo tre ore chiusi in un’automobile nemmeno spaziosa, paralizzati tra i flutti di una fiumana infinita dalla quale non c’era scampo, non eravamo riusciti neppure ad abbandonare il quartiere Esquilino dal quale partivamo. Alla fine decidemmo di rifugiarci in una pizzeria qualsiasi, lasciando il veicolo alla come viene – che il flusso ininterrotto di automobili se lo portasse pure via! – per dare a quel disastro una parvenza di senso.
Be’, non me ne vogliano gli amici di Ciampino legge che attesero invano, sprecando ore del loro tempo, ma quel bidone colossale fu, per me e per Nicola, una benedizione. Non solo avemmo modo di curiosare tra i panni dell’editoria, di venire a parte di aneddoti in bilico sul confine del surreale, di comprendere meglio dinamiche che, nonostante la passione, ci erano del tutto oscure. Godemmo soprattutto del piacere di conoscere la Daniela Di Sora persona, una donna forte, schietta al limite del brusco, preparata da farci vergognare, ma pure simpatica, delicata, disponibile, purtroppo ferita.
Questa intervista, per la quale devo ringraziare l’amica Elisa Zumpano, mi riempie di gioia, perché mi dà modo di far conoscere ad altri una mollichina almeno di Daniela Di Sora e della sua Voland, editrice indipendente che pubblica libri di livello altissimo (ne ho letti ormai moltissimi e continuerò), perché la Lady Voland – come per affetto la chiamiamo tra di noi – non solo ama il suo lavoro, ma ama l’oggetto del suo lavoro, ovvero la letteratura. E non è cosa da poco.
Come e quando nasce Voland?
La casa editrice viene fondata da me e da Sergio Giordano, un amico scomparso molti anni fa, con atto costitutivo presso un notaio nel dicembre del 1994 ma i primi 3 libri escono a marzo/aprile del 1995, il che mi consente di giocare su due date, e di creare un po’ di confusione… L’anno scorso abbiamo festeggiato i 30 anni della casa editrice, e quest’anno continuiamo a festeggiare.
Voland nasce soprattutto perché all’epoca mi sembrava inconcepibile (e così continua a sembrarmi ancora adesso) che letterature tanto ricche di opere interessanti e affascinanti fossero poco considerate dal mercato editoriale italiano. Io sono laureata in lingua e letteratura russa, ho studiato con il mitico Angelo Maria Ripellino le letterature russa e ceca, sono andata a lavorare come lettrice di lingua e letteratura italiana in Bulgaria, ho tradotto per varie case editrici da queste lingue, e collaborato spesso con loro… ma non tutte e non sempre le mie proposte venivano accettate dagli editori. E allora un bel giorno ho deciso di scendere in campo di persona. Non a caso uso questa espressione: nel 1994 ci fu un’altra più famosa, e a mio avviso più deleteria, discesa in campo… ma era anche l’epoca in cui molti pensavano che con la cultura si potesse cambiare il mondo. Comunque i primi libri furono tradotti dal russo e dal bulgaro, ed erano: Gogol’, Dall’Italia, Tolstoj/Ripellino Per Anna Karenina e Emilijan Stanev Il ladro di pesche: libri di cui sono orgogliosa ancora adesso…
Quanti editori donna c’erano quando hai iniziato e cosa comportava esserlo?
Non so quante fossimo, i primi nomi che mi vengono in mente sono di sicuro quelli di Emilia Lodigiani di Iperborea e Sandra Ozzola di E/O, donne straordinarie che sicuramente sono state almeno in parte prese da me a modello… Inoltre c’erano Elvira Sellerio, Claudia Tarolo di Marcos y Marcos… Prima ancora c’era Laura Lepetit, che aveva fondato La tartaruga, poi c’è stata Ginevra Bompiani, di Nottetempo… Quello dell’editoria indipendente è un mondo popolato da molte donne, anche oggi. Molte editrici, molte traduttrici, molte redattrici e addette stampa…
A me non sembra di ricordare di aver avuto problemi particolari o di averne ora per il fatto di essere donna. Ma forse è solo perché sono una inguaribile ottimista per natura. Sono però anche pronta e ben disposta a difendere a spada tratta le mie scelte, e a pagare di persona quando sbaglio.
Oggigiorno ritieni che la situazione sia cambiata per le donne al vertice nella tua professione?
Oggigiorno siamo forse più consapevoli della nostra forza, e delle nostre capacità. Ma spesso anche più stanche, almeno quelle della mia generazione…. I meccanismi della professione sono però sempre gli stessi, mi sembra. Semmai più complessi ma non solo per le donne.
Di quale risultato vai più fiera?
Domanda a cui è difficilissimo rispondere… Forse la risposta più vera è che sono fiera dell’aspetto grafico dei miei libri, della cura con cui sono stati concepiti e vengono realizzati. E in questo è stato molto importante l’apporto e la grandissima professionalità da Alberto Lecaldano. Quando ci siamo incontrati Voland era nata da poco, e alcuni libri di quei primi anni sono piuttosto, diciamo così, approssimativi. Quando Alberto ha iniziato a occuparsi dell’aspetto grafico della casa editrice ha rivoluzionato molte cose: il tipo di carta, il suo colore e il suo peso, la foliazione in sedicesimi o in trentaduesimi, la gabbia. Poi a un certo punto, in uno dei pochi momenti in cui in cassa c’era qualche soldo, io gli ho comunicato il mio desiderio di avere una font con il nostro nome, una font Voland. Disegnata apposta per noi. Lui mi ha preso selvaggiamente in giro, dicendomi che non ricordo quale Luigi di Francia fosse stato l’ultimo a farsi disegnare appositamente una font a lui dedicata. Ma ha contattato un suo bravo e giovane collega, Luciano Perondi, che si è messo all’opera. Hanno lavorato per mesi, io non avevo la minima idea di cosa volesse dire “disegnare” una font, i caratteri maiuscoli e minuscoli, la punteggiatura, il corsivo, il grassetto, i numeri… un lavoro infinito e certosino. Ma da quel fatidico 2010 abbiamo una font che porta il nome Voland, e che ha una microscopica codina del diabolico diavolo bulgakoviano nella V, maiuscola e minuscola. Il primo libro uscito con la nuova font è stato Viaggio d’inverno, di Amélie Nothomb. Ecco, questa cosa mi fa sorridere e mi riempie di gioia ancora oggi.
Ma non è l’unica cosa di cui vado fiera: vado fiera di aver portato in Italia Amélie Nothomb, Georgi Gospodinov, Mircea Cartarescu… Vado fiera dei miei autori in generale, e dell’amicizia profonda che mi lega ad alcuni di loro… Vado fierissima di ciascun premio vinto da loro, e dai premi vinti dalla casa editrice. Vado fiera delle mie ragazze, la redazione che non si risparmia mai. Vado fiera di pubblicare 24 titoli l’anno e di non cedere alla tentazione di farne di più.
Non so se si è capito che, nonostante tutte le indicibili difficoltà, la fatica, la rabbia di non riuscire spesso a vendere in modo decente un titolo in cui credo, nonostante tutto questo, amo il mio lavoro.
Hai mai pensato di arrenderti? Se sì, perché (grazie al cielo) hai desistito?
Alcuni anni fa c’è stato un momento molto brutto e molto faticoso in cui mi è sembrato di aver sbagliato tutto, in cui avevo – per mia imperizia soprattutto – accumulato un numero tale di debiti che non mi faceva dormire la notte… In quei mesi maledetti sono stata sul punto di mollare, non vedevo vie d’uscita. Dopo molte notti insonni, ho invece preso la decisione di vendere la casa che possedevo, di cercare pian piano di saldare i debiti e di continuare. Non so bene cosa rispondere al “perché hai resistito?”. Forse perché sono testarda, un ariete con ascendente in ariete, forse perché amo questo lavoro e mi sento viva quando trovo un libro che mi interessa, che mi prende, che mi intriga e vorrei far leggere ad altri, a molti altri… di certo anche perché ho avuto vicino persone che mi hanno capito e sostenuto. E posso dire che adesso, in un momento per me doloroso e complicato al livello personale, sapere di dovermi occupare del piano editoriale dei prossimi mesi mi dà forza e speranza. E’ un lavoro totalizzante e coinvolgente, che ti occupa ogni momento della giornata… Di certo posso dire che non ho resistito perché penso di essere insostituibile.
Fammi un’istantanea del mondo editoriale di oggi.
90.000 novità l’anno ti bastano come istantanea? Siamo un paese in cui aumenta il numero dei libri pubblicati ogni anno e diminuisce il numero dei lettori: secondo l’ISTAT in Italia legge il 39,3 % della popolazione (in Francia il 63%, in Spagna il 54%)… dunque leggono in pochi ma scrivono in moltissimi… Un paese in cui le librerie indipendenti chiudono e le catene sopravvivono malamente e cercano di far cassa vendendo spazi sugli scaffali. Un paese in cui gli editori hanno dovuto lottare a lungo per ottenere il prezzo fisso del libro (il prezzo fisso garantisce soprattutto le librerie indipendenti, che non potevano permettersi di fare sconti insostenibili come le catene). Un paese in cui i grandi gruppi editoriali dominano il mercato e possiedono catene di librerie…
Forse non è un’istantanea, piuttosto un quadro di Bosch.
In che maniera si dovrebbe intervenire per salvarlo o quantomeno stabilizzarlo questo paziente, secondo te?
Non ho formule magiche, e credo sempre meno che si possa davvero modificare qualcosa… un tempo avevamo creato un’associazione di editori indipendenti, i Mulini a vento, e abbiamo cercato di lottare: qualcosa di importante l’abbiamo ottenuto con Adei e AIE, come il prezzo fisso del libro sul modello della legge Lang in Francia che ha reso impossibile alle catene di fare sconti insostenibili per le librerie indipendenti. Penso ancora che ci si debba battere per ottenere una maggiore protezione per le librerie indipendenti, sgravi fiscali, tariffe postali vantaggiose per la spedizione dei libri per competere con Amazon, fondi per le biblioteche scolastiche…
L’immagine che i non addetti ai lavori hanno dell’editore è spesso astratta. Un’entità senza volto, rinchiusa in un eremo, oppure appollaiata all’ottantesimo piano di un grattacielo, dalla cui algida volontà dipendono le fortune di uno scrittore. Facci sapere com’è davvero e, se vuoi, per farlo raccontaci un aneddoto.
A parte che la redazione Voland è composta di tre stanze abbastanza piccole e al piano terra di un immobile nei pressi di piazza Vittorio, non escludo che ci siano editori chiusi all’ultimo piano di un grattacielo… Posso solo dire che esistono tanti tipi di editori, ognuno con la sua esperienza e con suo carattere. Io, come molti altri editori indipendenti, amo molto essere presente alle fiere, parlare dei miei libri, incontrare i lettori, accompagnare le autrici e gli autori nelle librerie, intervenire durante le presentazioni, spiegare perché ho scelto un libro… ovviamente posso permettermelo perché pubblichiamo 24 titoli l’anno, e conosco tutto il mio catalogo a memoria. Io però mi diverto, anche se è una fatica improba. E anno dopo anno ritrovo delle persone che mi dicono “mi è piaciuto molto il libro che mi ha consigliato…” Mi piace indovinare che tipo di lettore ho davanti, se è un lettore “Nothomb” o un lettore “Cartarescu” o “Gospodinov” o invece preferisce gli italiani…
C’è un brano di Fisica della malinconia del bulgaro Georgi Gospodinov che leggo spesso alle fiere, a pagina 126 nella nuova edizione, che io trovo geniale e con cui conquisto immancabilmente un lettore, ed è il seguente, cito:
“In sostanza tutta la mia pubertà può essere descritta attraverso la situazione politica degli anni ’80.
Primo bacio a una ragazza.
Muore Brežnev.
Secondo bacio (a un’altra ragazza).
Muore Černienko.
Terzo bacio…
Muore Andropov.
Sono io che li ammazzo?
Primo goffo amplesso nel parco.
Černobil…”
Qual è il libro che ti ha fatto innamorare della letteratura?
Delitto e castigo, di Dostoevskij. A 17 anni, più o meno. Non mi ricordo come fosse capitato in casa mia, non provengo da una famiglia di intellettuali, i libri erano rari e poco importanti, mia madre leggeva Annabella e Novella (dove c’erano però i racconti di Giorgio Scerbanenco e Brunella Gasperini, che divoravo). Comunque lo ebbi in mano e non riuscivo a staccarmene. Fu lì che mi innamorai della letteratura. E decisi anche di studiare la lingua, per leggerlo un giorno in originale…
Grazie.
