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	<title>Divagazioni Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Il fallimento della ragione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 20:03:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Il fallimento della ragione&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto creata con l&#8217;intelligenza artificiale E guarda un po&#8217;: tutti questi sacrifici per diventare migliori per poi ritrovarsi delinquenti, narcisisti e aspiranti serial killer al Governo del mondo. Direi proprio questo a quei poveri genitori miei che si sono privati di tutto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Il fallimento della ragione&#8221; è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto creata con l&#8217;intelligenza artificiale </strong></p>
<p>E guarda un po&#8217;: tutti questi sacrifici per diventare migliori per poi ritrovarsi delinquenti, narcisisti e aspiranti serial killer al <strong>Governo del mondo</strong>. Direi proprio questo a quei poveri genitori miei che si sono privati di tutto per garantirmi una buona educazione, con la speranza di una eterna e imperitura felicità scaccia-timori.</p>
<p>Sarebbe bastato poco: avrebbero dovuto abbandonarmi in strada senza vestiti e a stomaco vuoto, lasciandomi coltivare quel naturale istinto che si rafforza a suon di scazzottate, pestaggi e altre violenze. Invece, si sono lasciati ipnotizzare dalla propaganda dello sviluppo e del progresso. Si sono affidati alla scuola, all&#8217;oratorio, ai buoni consigli di qualche marchettaro.</p>
<p><strong>E cosa rimane tra le mani?</strong> Niente, perché amministra davvero il potere solo colui che tratta l&#8217;altro come un essere da sottomettere e da annientare. Non c&#8217;era bisogno di coltivare la ragione, di innalzare tributi immensi alla pace e alla fratellanza. Bisognava agire come bestie e lasciare che ciascuno di noi sopravvivesse nel migliore dei modi. Sarebbe stata una lotta alla pari: <strong>uno contro uno. Il vincitore avrebbe garantito alla specie un lieve ma costante progresso.</strong></p>
<p>Questo avrebbe dovuto essere. Questo in fondo è quello che stiamo vivendo. Il fallimento della ragione è palese, palpabile. Mentre genocidi, ruberie, ipocrisie e altri abomini si muovono per il pianeta, qualcuno continua a inneggiare alla supremazia delle ideologie. Ciascuno trova la sua chiesetta e si mette a pregare, ordendo la distruzione di quella del vicino.</p>
<p>La maggior parte, composta da coloro che non hanno mezzi e capacità per soffocare nel sangue e nella disperazione il prossimo, si affida alla politica. Squadristi e radical chic si danno appuntamento in piazza, si scrutano come bestie affamate, danno inizio a un braccio di ferro senza tregua. Vince il potere, il manganello, il decreto legge, la costruzione di una minaccia.</p>
<p><strong>Dove sono le bombe? Dov&#8217;è il sangue che darebbe inizio a una pura escalation di umanità primordiale?</strong> Tornino di nuovo i maestri del terrore. Ne abbiamo bisogno.</p>
<p>I migliori dittatori, nonostante la volontà di creare un uomo nuovo che non conservasse nulla dell&#8217;uomo naturale, prediligeva l&#8217;esperienza formativa della foresta. Ciò serviva per introiettare nel popolo l&#8217;idea del fallimento della ragione, la superiorità della forza, l&#8217;uso della coercizione, l&#8217;amore per la sana violenza. Questo abbiamo dimenticato, questo rende noi succubi. Non esiste il futuro migliore per i figli. Le macerie sono state dimenticate, la distruzione è stata sdoganata.</p>
<p><strong>Gli scenari dell&#8217;Ucraina e del Medio Oriente ci appaiono ancora troppo lontani.</strong> Noi pensiamo che non arriveranno mai, invece bisogna abituarsi a quelle città desolate, a quelle immagini di morte. I nostri leader vogliono questo. Essi governano grazie a quella violenza. Essi prediligono quel sangue. Vogliono e sperano che qualcuno lo dica esplicitamente affinché sia additato come terrorista, proprio per mascherarsi meglio.</p>
<p>Essi sanno che il fallimento della ragione è qui e va sfruttato. Guardate quante persone sono pronte a morire per loro, a combattere per fermare nemici inesistenti. Sarà una carneficina, sarà l&#8217;amore per la distruzione. Sta tornando un&#8217;epoca di straordinaria decimazione.</p>
<p>Sì, hanno sbagliato tutto quei genitori che si sono sacrificati per dare un futuro migliore ai propri figli. Si sono lasciati ingannare. Bisognava lasciare che tutti potessero pascolare come pecore, per poi trasformarsi in lupi gentili come questi uomini di potere.</p>
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		<title>Dio ride: l&#8217;Inquisizione in un film</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Oct 2026 13:47:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Dio]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Adriana Sabato. In copertina la locandina del film «Dio ride» Guardando il film Leopoldo da Casamacchia, viene in mente innanzitutto quale potrebbe essere l’eredità lasciata dal periodo storico in cui è ambientato il film. Quello dell’Inquisizione. In secondo luogo è fortemente evidenziata la potenza del personaggio principale Fra Leopoldo, interpretato magistralmente da Pierfrancesco [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Adriana Sabato. In copertina la locandina del film «Dio ride»</strong></p>
<p>Guardando il film Leopoldo da Casamacchia, viene in mente innanzitutto quale potrebbe essere l’eredità lasciata dal periodo storico in cui è ambientato il film.</p>
<p>Quello dell’Inquisizione. In secondo luogo è fortemente evidenziata la potenza del personaggio principale Fra Leopoldo, interpretato magistralmente da Pierfrancesco Favino e la dolcezza mista all’autorevolezza del secondo personaggio principale, il cardinale Maculani, interpretato da un grande Silvio Orlando.</p>
<p>Ma Prima facciamo chiarezza dal punto di vista storico. L’Inquisizione nacque per un ben preciso concetto di bene comune. Va ricordato che la società cristiana premoderna identificava l’eresia con il reato. Tale società concepiva correttamente il bene comune, come bene che non dovesse intendersi solo in ordine alla materia, ma anche e soprattutto in ordine allo spirito.</p>
<p>Il bene comune veniva inteso come bene integrale che l’uomo era tenuto a raggiungere come unico fine; fine prima di tutto soprannaturale e poi anche naturale. In tal modo lo Stato avvertiva il dovere non solo di proteggere gli uomini dalle malattie del corpo (si pensi a cosa si faceva per le pestilenze), ma anche e prima di tutto dalle malattie dell’anima.</p>
<p>Capitava inoltre che alcune eresie minacciassero anche l’ordine sociale. Salvezza dell&#8217;anima e ortodossia: dal punto di vista dottrinale, lo scopo dichiarato era correggere gli eretici, indurli al pentimento (tramite l&#8217;abiura, o nel peggiore dei casi alla tortura fisica e in molti casi alla condanna al rogo) e &#8220;salvare la loro anima&#8221;, impedendo al contempo che il contagio delle idee sbagliate si diffondesse tra i fedeli.</p>
<p>Difesa dell&#8217;ordine sociale e politico: In un&#8217;epoca in cui potere religioso e potere civile erano profondamente intrecciati, mettere in discussione i dogmi della Chiesa era percepito come un attacco diretto all&#8217;ordine costituito e alla stabilità dello Stato (un crimine simile alla lesa maestà.</p>
<p>In questo contesto storico si inserisce la vicenda di Frate Leopoldo da Casamacchia che racconta il Vangelo con una gioia contagiosa portando, a chi lo ascolta, sollievo e speranza. Il suo messaggio si diffonde di villaggio in villaggio, conquistando il cuore di migliaia di persone che iniziano a seguirlo ovunque.</p>
<p>Un clamore che porta il Papa ad affidare il caso al cardinale Maculani, il più autorevole inquisitore del suo tempo. Quello che nasce come un processo si trasforma in un confronto inatteso, destinato a mettere in discussione convinzioni che sembravano incrollabili.</p>
<p>Mentre il destino di Leopoldo sembra ormai segnato, quello di Maculani e di chi come lui è stato colto dal dubbio prende direzioni inattese. Fra Leopoldo che, più che predicare, mette in scena dei racconti orali da attore consumato davanti a un pubblico che inizia a seguirlo sempre più numeroso, lo fa sempre all&#8217;aperto.</p>
<p>La sua caratteristica di ridurre all&#8217;essenza le vicende delle Scritture, con l&#8217;aggiunta di una nota ironica che arriva diretta a tutto il suo pubblico che è molto largo, dai bambini agli anziani, lo porta a farsi capire in maniera diretta e naturale.</p>
<p>Già dall&#8217;incipit risulta chiaro che il regista Giovanni Veronesi, nella lunga sequenza in cui Fra Leopoldo si carica letteralmente sulle spalle il suo priore malato (un commovente Paolo Rossi) per le campagne toscane, abbia lavorato su una regia molto studiata che, oltre all&#8217;utilizzo della macchina da presa a spalla che li pedina, è alla ricerca della luce naturale giusta, immergendoci da subito proprio nell&#8217;ambiente che tanta importanza avrà nel proseguo del racconto per la sua funzione narrativa.</p>
<p>Sicuramente la lezione che se ne può trarre ancora oggi è come la religione possa essere utilizzata per scopi di controllo sociale e politico e come l&#8217;assoluta certezza di possedere l&#8217;unica verità possa portare a giustificare la violenza e la soppressione del dissenso.</p>
<p>Nel 2000, si ricorderà, Papa Giovanni Paolo II ha chiesto pubblicamente perdono per i peccati commessi dai cristiani nel corso della storia, inclusi i metodi violenti utilizzati dall&#8217;Inquisizione per difendere la fede.</p>
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		<title>Il senso della cura oltre l&#8217;antropocentrismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 23:01:42 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Biologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Giusi D&#8217;Urso. &#8220;Il senso della cura oltre l&#8217;antropocentrismo&#8221; è già stato pubblicato sulla rivista Morel &#8211; Voci dall&#8217;isola ed è stato ripubblicato sul nostro blog su richiesta dell&#8217;autrice. L&#8217;immagine in copertina è stata creata con l&#8217;intelligenza artificiale Ci sono letture che lasciano il segno attraverso parole che diventano argini. Dentro questi argini col [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/cura-antropocentrismo-durso-articolo/">Il senso della cura oltre l&#8217;antropocentrismo</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Giusi D&#8217;Urso. &#8220;Il senso della cura oltre l&#8217;antropocentrismo&#8221; è già stato pubblicato sulla rivista </strong><strong><a href="https://www.vocidallisola.it/2026/09/30/il-senso-della-cura-oltre-lantropocentrismo/">Morel &#8211; Voci dall&#8217;isola</a></strong><strong> ed è stato ripubblicato sul nostro blog su richiesta dell&#8217;autrice. L&#8217;immagine in copertina è stata creata con l&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p>Ci sono letture che lasciano il segno attraverso parole che diventano argini. Dentro questi argini col tempo si allineano altre letture, riposizionano concetti, elaborano riflessioni, sostituiscono le certezze con i dubbi. Nel corso di quest’anno mi sono concentrata soprattutto su letture relative alle reti fra le specie viventi e al ruolo della nostra specie nei processi di cura individuale e ambientale, non solo per interesse formativo e professionale, ma perché credo che questo tipo di argomentazione debba interessare tutti e tutte.</p>
<p>Sono molti i testi e i podcast a cui attingere relativamente a questi contenuti. Fonti interessantissime dalle quali emerge con chiarezza il concetto di coevoluzione con le altre specie e una visione del mondo che mette in discussione e supera il concetto di antropocentrismo, fino ad arrivare a sottolineare responsabilità, emergenze e buone pratiche. Ecco gli argini all’interno dei quali mi sono posta alcune domande.</p>
<p>Farsi domande è una caratteristica prettamente umana e alcune di queste sono diventate inevitabili: “Cosa significa essere umani” [1]? Quali sconfinamenti e quali limiti, biologici e non, quali bias cognitivi e comportamentali sono caratteristici della nostra specie?</p>
<p>Se le domande sono necessarie, “le risposte uccidono la fecondità delle questioni”, dice Wilfred R. Bion [2]. Tuttavia, bisogna trovare il coraggio di cercarle e di trasformarle in strumenti razionali ed efficaci. Non è facile, lo stiamo vedendo, tendiamo a commettere sempre lo stesso errore: di fronte alle catastrofi ambientali, ad esempio, continuiamo a sperare che tutto rientri nella norma in assenza di interventi decisivi ed efficaci contro le azioni antropiche ai danni del pianeta.</p>
<p>La nostra istintiva propensione è dare per scontato che ogni cosa tornerà al suo posto. Gli antropologi ci spiegano che reiterare un’abitudine, una convinzione o un comportamento, è un retaggio evolutivo grazie al quale in tempi assai remoti siamo riusciti a riconoscere per periodi molto lunghi i rischi per la nostra sopravvivenza, imparando ad evitarli e a risolvere situazioni estremamente rischiose. È un paradosso: questo meccanismo, insito nella nostra memoria filogenetica e un tempo evolutivamente vantaggioso, si sta trasformando in un comportamento rischioso in questo nostro tempo in cui sarebbe importante e urgente cambiare sguardo e cognizione nei confronti dei problemi che affliggono il pianeta.</p>
<p>Ci allontaniamo ogni giorno dal concetto di coesistenza e coevoluzione, facendo continuamente un distinguo inutile e dannoso fra noi e ciò che ci circonda, commettendo l’errore ormai millenario, di considerarci una specie eletta, superiore per abilità e intelligenza a tutte le altre, essendolo in realtà solo per presunzione e arroganza. Ciò che continuiamo a chiamare natura, come se fosse cosa altra da noi stessi, esiste da milioni di anni, ci ha visti sin dagli albori della nostra vita terrestre e sopravviverà alla nostra estinzione.</p>
<p>Cosa c’è allora di così prezioso nel porsi domande su dove iniziamo e dove finiamo? Quali dubbi, quali cognizioni potrebbero sottrarci alla dipendenza dalle nostre granitiche abitudini e all’assuefazione al rischio di non avere più una casa (nel senso ecologico del termine)? Non ci sono risposte esaustive, ma per costruire un ragionamento da cui poter partire ho trovato utile il concetto di endobiosi, studiato molti anni fa nel corso di laurea in scienze biologiche, e ripreso oggi attraverso uno sguardo nuovo e più critico, una postura più matura, post-antropocentrica e post-umanistica.</p>
<p>Mi ha aiutata l’idea che “la vita sulla Terra ha una storia così interessante che non ci si può permettere di perdere l’inizio” [3], perché è da lì, proprio dall’inizio di tutto ciò che vive, che si dipana la strategia della coevoluzione di ogni specie vivente con le altre, con ciò che oggi chiamiamo, per abitudine neutra e distratta, “natura”. La nostra esistenza sul pianeta è solo una microscopica parte della storia della vita terrestre.</p>
<p>Un esempio illuminante è rappresentato dai microrganismi: “Il mondo microbico ci ha generati miliardi di anni fa, e non ci ha mai lasciati”, scrive Paul Hawken [4], alludendo ai miliardi di microrganismi che abitano il nostro corpo. Come possiamo dunque sostenere convintamente il concetto dualistico di un noi separato da tutto il resto? “Dalla constatazione progressiva dell’effettivo stato delle cose deriva un senso di responsabilità che può divenire schiacciante, per quella specie che non si è limitata a coevolvere col sistema vivente, ma lo ha manipolato a propria immagine e somiglianza” [5] e, aggiungiamo, nel proprio interesse.</p>
<p>Il concetto ormai scientificamente accettato di coevoluzione ci aiuta, dunque, a non fare distinzione fra noi e il resto del mondo vivente: la convivenza e la cooperazione, più che la competizione, fra viventi diversi ci ha condotti fino a qui e ci ha fatti come siamo. Da questo punto di vista, dice Angela Balzano [3], è difficile definire cosa sia un essere umano, poiché non ci si può concepire indipendenti dalla molteplicità di forme viventi che abitano e hanno abitato la Terra.</p>
<p>Le stesse cellule eucariotiche ospitano organelli, i mitocondri delle cellule animali e i cloroplasti delle cellule vegetali, i cui antenati sono stati microrganismi in tempi remotissimi. È stato un fenomeno di parassitismo? Ogni essere vivente vive a spese di un altro essere vivente. Allora, immersi in questa ricca e complessa rete di interazioni, come facciamo a segnare un limite netto fra noi e le altre forme di vita? E soprattutto, come possiamo continuare a considerarci speciali, a perpetuare modelli estrattivi e politiche di sviluppo insostenibile?</p>
<p>Questo sguardo che va oltre l’idea di specie superiore ci mette finalmente in discussione, ci toglie lo scettro dalle mani , ci scalza dalla posizione apicale del sistema vivente. Siamo la specie che a un certo punto della storia si è autodefinita sapiens (Linneo, Systema Naturae, decima edizione, 1758), ma di quale sapienza parliamo, se stiamo mettendo a rischio la nostra stessa sopravvivenza? Non siamo eterni né autosufficienti: la nostra esistenza è limitata nel tempo come quelle delle altre specie viventi e dipende da catene e reti alimentari vaste e complesse.</p>
<p>Volendo fare questo ragionamento per una strada diversa, basterebbe seguire le vie del carbonio, elemento capace di costruire dalle catene semplici degli alcani alle strutture complesse delle barriere coralline e di avere una sua memoria. Seguendo le strade del carbonio nel fluire della vita attraversiamo il regno delle piante, degli animali, degli insetti, dei funghi, del suolo e del cibo per approdare all’anidride carbonica liberata nell’atmosfera dall’attività biologica, e ritenuta il più temibile dei composti nell’ambito della crisi climatica.</p>
<p>Il carbonio entra ed esce dall’atmosfera da miliardi di anni, ma nell’ultimo secolo la velocità con cui lo fa è aumentata vertiginosamente a causa delle attività antropiche che, nel giro di pochi secoli, hanno bruciato dieci milioni di anni di carbonio fossile. Lo sappiamo da diversi decenni. E non ci sono molti alibi all’inazione, se non quello, ormai incongruo e inaccettabile, della crescita economica priva di attenzione al suo impatto sulle risorse planetarie. “I giovani, ultimi arrivati sul pianeta, trovano sbalorditivo che le generazioni precedenti abbiano compreso il pericolo dell’aumento dei livelli di gas serra ma non abbiano fatto nulla per fermarlo” [6].</p>
<p>In qualsiasi verso ci accingiamo a percorrere la storia della nostra permanenza sulla Terra e le sue conseguenze, finiremo sempre per approdare a quella consapevolezza di cui si accennava prima, e alla sua conseguenza naturale che è il senso di responsabilità. Ecco, allora, la domanda immediatamente successiva: cosa farcene?</p>
<p>In questo tempo così faticoso in cui il dibattito politico mondiale si allontana sempre più dalle politiche sanitarie e ambientaliste realmente efficaci [7] , per indirizzarsi quasi esclusivamente verso quelle relative alla sicurezza da un fantomatico invasore, emerge e ci rassicura un concetto, anzi un movimento, che deve rappresentare la nostra nuova bussola: quello di One Health. Non si tratta di un pensiero recente, l’espressione è stata coniata più di vent’anni fa dal veterinario statunitense William B. Karesh per spiegare la necessità di affrontare il tema della salute umana in relazione a quella dell’ambiente in cui vive.</p>
<p>Ma di certo è un’espressione molto efficace che mette d’accordo climatologi, biologi, psichiatri, sociologi, botanici e tutti gli studiosi e gli intellettuali che hanno a cuore la salute dei viventi e del pianeta. Questo modo di osservare ciò che ci sta accadendo indica un futuro ancora più consapevole, comprensivo di un’attenzione alla rete fra specie viventi e non (arte, architettura, materia inorganica). Compie quindi un passo in avanti e allarga la disamina a figure e contesti che possono apportare contributi sostanziali alla ricerca di strategie e soluzioni.</p>
<p>Accanto all’espressione One Health è necessario allora porne un’altra: One Care. “Non c’è salvezza per noi (né equilibrio, né prosperità) senza salvezza di ciò che a noi vive attorno (ma anche, con sguardo non antropocentrico, di ciò attorno a cui noi viviamo). Il futuro, vale per le relazioni tra persone e tra discipline, non può essere pensato entro confini autoreferenziali” [8].</p>
<p>Nell’ambito della cura, oggi le scienze omiche e la medicina delle reti rappresentano la frontiera più promettente per comprendere la complessità delle reti biologiche in fisiologia e in patologia. Si tratta di una prospettiva biomedica nuova, basata sulla relazione sinergica tra dati e reti, che si avvale di tecnologie capaci di identificare e quantificare le componenti biologiche su scale senza precedenti [9].</p>
<p>Le piattaforme omiche, la medicina e la biologia delle reti e dei sistemi ci offrono una visione chiara degli scenari del nostro tempo basata sul fatto che tutti gli esseri viventi condividono lo stesso linguaggio: il codice genetico. L’obiettivo di questo nuovo modo di pensare la cura (non solo umana) è quello di comprendere e tutelare la biodiversità, valutare lo stato di salute, l’impatto di interventi esterni e la capacità di adattamento, sia a livello individuale che ecosistemico, studiano in modo olistico e simultaneo grandi insiemi di molecole biologiche (come geni, RNA, proteine e metaboliti).</p>
<p>Attraverso questa lente e concentrandoci sulla parola “impatto”, consapevoli che da troppo tempo la crescita ha assunto tratti insostenibili, è possibile cogliere e auspicare un nuovo concetto di crescita sostenibile, che abbia al suo interno la valutazione dell’impatto di ogni intervento antropico. Questo modo di vedere “introduce nel linguaggio dell’economia e della finanza la cura del pianeta, del creato, degli altri, delle relazioni, della salute e del benessere. E fa crescere investimenti a tre dimensioni, che intenzionalmente colleghino il rischio e soprattutto il rendimento alla risoluzione dei problemi ambientali e sociali del nostro tempo” [10].</p>
<p>Lettura dopo lettura, le domande non si esauriscono, ed è bene che non lo facciano mai. Al contrario, è importante alimentarle insieme alla fiducia sulla progressiva consapevolezza e sul senso di responsabilità che ne derivano. Insieme alla prospettiva di trasformare la pretesa tutta umana di superiorità in un esercizio di umiltà che ci metta in condizione di superare la frammentazione delle competenze e di proporre modelli preventivi e produttivi in grado di salvaguardare la complessità dei contesti in cui viviamo.</p>
<p><strong>[1]</strong> Vittorio Gallese, Ugo Morelli, Cosa significa essere umani?, Raffaello Cortina Editore, 2024.<br />
<strong>[2]</strong> In Gallese e Morelli, pag. 107.<br />
<strong>[3]</strong> Lynn Margulin, Dorion Sagan, Microcosmo. Quattro miliardi di anni di coevoluzione. A cura di angela Balzano. Traduzione di Lucia Maldacea. Mimesis, 2025.<br />
<strong>[4]</strong> Paul Hawken, Carbonio. L’elemento misterioso della vita. Traduzione di Maurizio Riccucci. Aboca, 2025.<br />
<strong>[5]</strong> In Gallese e Morelli , pag. 116.<br />
<strong>[6]</strong> In Paul Hawken, pag. 25<br />
<strong>[7]</strong> Per l’Italia la situazione è ancora più preoccupante per il progressivo smantellamento delle politiche ambientali faticosamente avviate con i governi di centrosinistra, accompagnato da una vera e propria offensiva negazionista e “antiambientalista” senza precedenti (NdA).<br />
<strong>[8]</strong> Vittorio Lingiardi, Isabella Saggio (a cura di), One Health,. Il Saggiatore, 2025.<br />
<strong>[9]</strong> J. Loscalzo, A.L. Barabasi, E.K. Silverman. Traduzione di Lara Rossi. La medicina delle reti. Aboca, 2020.<br />
<strong>[10]</strong> In Vittorio Lingiardi, Isabella Saggio, pag. 121.</p>
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		<title>Giuseppe Genna ci parla del suo &#8220;L&#8217;uomo che non doveva tornare&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2026 22:02:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo aver recensito per BorderLiber &#8220;L&#8217;uomo che non doveva tornare&#8221;, Alessio Barettini ha intervistato Giuseppe Genna. Una chiacchierata a tutto tondo con lo scrittore milanese che non ha mancato di lanciare, come nel suo stile, qualche saggia provocazione. Buona lettura Leggendo &#8220;L’uomo che non doveva tornare&#8221; si ha l’impressione che tu ti sia divertito. Che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/giuseppe-genna-ci-parla-del-suo-luomo-che-non-doveva-tornare/">Giuseppe Genna ci parla del suo &#8220;L&#8217;uomo che non doveva tornare&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo aver recensito per <strong>BorderLiber</strong> <a href="https://www.borderliber.it/luomo-che-non-doveva-tornare-di-giuseppe-genna/"><strong>&#8220;L&#8217;uomo che non doveva tornare&#8221;</strong></a>, <strong>Alessio Barettini</strong> ha intervistato <strong>Giuseppe Genna</strong>. Una chiacchierata a tutto tondo con lo scrittore milanese che non ha mancato di lanciare, come nel suo stile, qualche saggia provocazione. Buona lettura</p>
<p><strong>Leggendo &#8220;L’uomo che non doveva tornare&#8221; si ha l’impressione che tu ti sia divertito. Che dopo anni di lavoro di scrittura che scende in profondità, che trivella il presente e scandaglia il futuro, tu abbia deciso di guardare tutto dall’esterno e, in qualche modo, tirare le fila. È così?</strong></p>
<p><strong>R:</strong> A dire il vero, le cose non stanno del tutto in questo modo, anche se, senza saperlo, tu cogli un elemento essenziale che ancora non si è sviluppato del tutto, poiché è in via di evoluzione. Ciò che una volta fu il narratore onnisciente, in questo libro e in quello che seguirà prossimamente, attiene a una diversa natura, anche dal punto di vista della tecnica e dell&#8217;impostazione narratologica. In questo libro tutto è completo e al contempo insufficiente, però è cosa certa che un occhio guarda dall’esterno. Non soltanto: un’intelligenza valuta tutto ciò che essa stessa mappa, prescrive e, come sta accadendo nell’attuale passaggio storico, linguifica – scrivendo e parlando. Nell’apparente thriller <strong>&#8220;L’uomo che non doveva tornare&#8221;</strong> il titolo è ambiguo e in quell’ambiguità stanno le ragioni dello sviluppo posteriore del libro stesso.</p>
<p>Fatte queste considerazioni, non mi diverto mai, se lavoro a un libro, nel senso in cui suggerisci. Piuttosto c’è da rilevare nel libro l’elemento apparentemente comico di una faccenda tragica. La deformazione fisica (alcuni personaggi, come la homeless, i due calabresi Spavento e Manzuni, oppure quel Calimani che è collega storico dell’ispettore Lopez ), la deformazione della geografia ormai priva di scala e in cui ogni località vanta una celebrità geometrica nell’occhio equalizzante di <strong>Maps</strong>, oltreché la deformazione architettonica (il locale Paradiso) guardano certamente a una tradizione canonica, dalle tavole di <strong>Apocalypsis cum figuris</strong> di Albrecht Dürer al <strong>Teatro Naturale</strong> di Oklahama in <strong>Amerika</strong> di Franz Kafka. Questo deformarsi in direzione di cieli metafisici o di sismi storici è un elemento narrativo, una componente specifica narrativa e non poetica direi, che mi ha sempre affascinato.</p>
<p><strong>Un’altra cosa che notavo recentemente e di cui vorrei avere una tua opinione riguarda il modo con cui fai muovere l’ispettore Lopez, ovvero attraverso le fitte maglie della contemporaneità. Questa scelta non ti ha spaventato? Voglio dire, sembra che molti scrittori contemporanei, almeno in Italia, abbiano difficoltà a inserire la loro narrativa nella storia contemporanea. A te questo procedimento non solo sembra che non intimorisca, ma che ci sguazzi. Come mai secondo te la letteratura italiana avverte questa distanza?</strong></p>
<p><strong>R:</strong> La narrativa e la poesia italiane contemporanee le frequento, ma prediligo autrici e autori stranieri, per quanto questo paradossale esilio linguistico, pur risiedendo in patria, sia per me duro e difficile da affrontare. Uno dei momenti più alti della mia esistenza intellettuale è stato sicuramente il dialogo che ho avuto l’occasione di intrattenere dal vivo con <strong>Don De Lillo</strong>, quando Einaudi pubblicò la versione italiana del suo <strong>Zero K</strong>. DeLillo articola la storia passata, quella presente e quella futura secondo metriche che investono non soltanto il linguaggio, ma il pensiero e i suoi arconti, cioè il destino e la casualità, il tempo cosmico e quello extracosmico, le velocità che tollerano o impongono il superamento delle costanti della bolla universale in cui si sviluppa l’ambigua vicenda della nostra specie.</p>
<p>Se <strong>Underworld</strong> designa l’abbraccio finale a una storia ancora comprensibile secondo linee spezzate del presente di allora, quello che avanzava accelerando ai tempi della scrittura di quell’opera, con <strong>Zero K</strong> e con il precedente <strong>Point Omega</strong> si ha una visione complessa dell’intreccio tra metafisica e storicità. Si applicano in <strong>DeLillo</strong>, a questa altezza, i canoni estetici di una narrativa filosofica e poetica che per paradosso non ha nulla a che vedere con i generi stessi o con classificazioni per periodi. <strong>Zero K</strong> non è fantascienza e <strong>Point Omega</strong> non è postmoderno. Se consideriamo il dittico finale dell’opera di <strong>Cormac McCarthy</strong>, cioè <strong>The Passenger</strong> e <strong>Stella Maris</strong>, ci troviamo nuovamente a quelle coordinate per cui la storia non coincide mai con sé stessa né tantomeno inerisce alla documentazione che prova a classificarla, a certificarla, a mapparla.</p>
<p>La storia storica, quella del presente, entra in <strong>Michel Houellebecq</strong> in modo mirabile, a volte addirittura se ne avverte un’eco quasi profetica, anche se la sua letteratura anticipa di poco tempo i fatti della cronaca o della storia. Non è profezia, bensì lettura del testo della realtà, che comporta sempre un numero ristretto di possibilità, estremamente evidenti e prevedibili allo sguardo dell’intellettuale e dell’artista. <strong>&#8220;L’uomo che non doveva tornare&#8221;</strong> è una parte autoconclusa proprio di un dittico. La storia non è più una, così come la distinzione tra vero e falso o qualsiasi categoria di interpretazione del mondo. Il libro ha per oggetto questa trasformazione genetica della storia, perché la questione oggi mi pare la possibilità del salto di specie, cioè l’avvento di un passaggio in cui la storia umana non sarà più leggibile secondo le linearità a cui eravamo abituati. Si è sotto mutazione, con le macchine che premono per innestarsi nella cognizione, nell’emozione e nel corpo.</p>
<p>Non so come sia possibile prescindere, non dico nell’atto poetico, ma certamente in quello narrativo, da un momento storico di trasfigurazione dell’umano come l’attuale. L’enciclica di <strong>Leone XIV</strong>, che peraltro è citato in incipit del libro, si intitola <strong>Magnifica Humanitas</strong> esattamente per questi motivi. Probabilmente questo tipo specialissimo di letteratura, cioè la teologia, è in piena fioritura, mentre altrove cade l’immagine, cade la parola e cade il suono, per dirla con <strong>William Burroughs</strong>.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-16302 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2026/08/formatconvert_20260801_173656_60173235719491792748145.jpg?resize=800%2C421&#038;ssl=1" alt="L'uomo che non doveva tornare" width="800" height="421" data-recalc-dims="1" /></p>
<p><strong>Mi sembra che tu abbia disseminato il romanzo di piccole citazioni, giocando con il lettore. Me ne sono accorto perché una frase mi ha ricordato una vecchia canzone di Bertoli, poi ho letto un post in cui qualcuno notava lo stesso atteggiamento, questa volta verso Giulio Mozzi. Questo discorso mi sembra si inserisca in quello della recensione fatta da Claude e che hai pubblicato sul tuo profilo Facebook e sul tuo sito (www.giugenna.com). Del resto il ruolo delle IA ti affascina da tempi non sospetti, e forse nelle frasi brevi del tuo romanzo, nella tua sintassi spezzata e asfittica, si potrebbe intravedere, se non una comunanza di stili, almeno il tuo interesse per certe forme di scrittura?</strong></p>
<p><strong>R: </strong>Non si tratta di un esercizio ironico, il che poteva forse darsi in un periodo globalmente industrializzato come l’epoca estetica definita postmoderna. Se alcune vibrazioni da <strong>Wallace Stevens</strong> o da<strong> Paul Celan</strong> o da <strong>Franco Battiato</strong> sussistono nel testo, non è per un gioco enigmistico o enigmatico. Piuttosto ciò avviene perché credo che abbiamo tutti a che fare con un momento di passaggio assai simile a quello che realizza <strong>T.S. Eliot</strong> con La terra desolata (continuerei a tradurre in questo modo <strong>The Waste Land</strong>). Alla fine di quel poema, un brandello di <strong>Gérard de Nerval</strong> sta accanto a un residuo di <strong>Dante Alighieri</strong>: non è la discarica della storia e nemmeno la restanza confusa di una cultura centrifugata, bensì si tratta delle “bianche ossa” che restano in punta di evoluzione e sparizione della specie.</p>
<p>Il discorso sulle e della <strong>Intelligenza Artificiale</strong> è ovviamente molto complesso. E anche opaco, a partire proprio dalla questione che si definisce tecnicamente dell’opacità dei processi a cui assistiamo con i sistemi linguistici dell’A.I. conversazionale. Si definiscono opachi, perché non sappiamo cosa e come avviene davvero nel processo decisionale che restituisce un risultato discorsivo stratificato e coerente. Siamo nell’ignoranza che è sempre una condizione beata e dannata, mentre una macchina dei saperi si alimenta e si mette progressivamente in moto in maniera sempre più autonoma. L’<strong>Intelligenza Artificiale</strong> è l’ultima lettrice della nostra storia. L’umanità pare molto disinteressata alla forma libro e al fatto letterario, mentre l’A.I. esercita un’ossessiva attenzione a ciò che è scritto. Qualcosa di scritto è un testo eccezionale di <strong>Emanuele Trevi</strong>, risalente a qualche anno fa. Il titolo (e ovviamente il corpus stesso del libro, poiché il titolo è una citazione da Pasolini) definisce una sintesi perfetta dell’ambiguità attuale. Ambiguità che certifica una nuova ontologia del testo, stavolta a prescindere dall’umanità. Qualcosa è scritto, non si sa se da un umano e precisamente cosa.</p>
<p><strong>In questo periodo quali sono gli autori che leggi e che ti interessano di più?</strong></p>
<p><strong>R:</strong> Ho molto diradato le letture letterarie e contemporanee. Sono vittima infelice di un’interruzione continua e di un sovraccarico informativo del complesso nervoso, un po’ come tutti in epoca digitale. Sono pochissimo presente sui social anche per questo, non manco ma ho limitato quasi del tutto gli interventi o, per dirla con<strong> Norman Mailer</strong>, la pubblicità per me stesso. Mi ritrovo in letture perenni che sono le “bianche ossa” della formazione umanistica. Frequento la filosofia occidentale e orientale, le scritture universali che attraversano l’arco storico, mi espongo soprattutto alla poesia, non soltanto quella contemporanea o moderna.</p>
<p>Mi trovo ad avere a che fare con un verso che per giorni mi tiene inchiodato, con una parabola evangelica o un sermone che mi paralizzano per una settimana e con un sutra o un’immagine o un passaggio sonoro mi accade lo stesso. Tutto mi sembra avere acquisito un peso decisivo. Mi pare attualmente incongruo per me leggere in modo onnivoro, anche data l’enormità della proposta attuale, dove sono in risalto decine di titoli comunque fondamentali (come fai a non leggere cosa sostiene <strong>Giorgio Parisi,</strong> cosa afferma <strong>Raymond Kurzweil</strong>, cosa teorizzano <strong>Henry Kissinger</strong> prima di morire o<strong> Mario Draghi</strong> in sospensione attica, cosa rivelano su <strong>Enrico Mattei</strong> Vincenzo Calia e Giuseppe Oddo? – giusto per fare alcuni nomi tra le centinaia di possibili).</p>
<p>Tra le arti, poi, quella più viva mi pare il cinema, nonostante l’abominio mainstream. Film come <strong>Bardo e Digger</strong> di Alejandro Iñárritu, <strong>Ritorno a Buenos Aires</strong> di Marco Bechis,<strong> Racconto di due stagioni</strong> di Nuri Bilge Ceylan o <strong>April e Beginning</strong> di Dea K’ulumbegashvili (meritoriamente prodotta da Luca Guadagnino, egli stesso regista interessantissimo) hanno al momento una preminenza assoluta rispetto alla produzione letteraria attuale.</p>
<p><strong>Domanda da rotocalco TV anni ’90: l’ispettore Lopez non doveva tornare ed è tornato: e ora dove andrà? </strong></p>
<p><strong>R:</strong> Non è ancora andato. Sta arrivando di nuovo. Chi legge <strong>&#8220;L’uomo che non doveva tornare&#8221;</strong> ha forse l’impressione che sia effettivamente tornato, ma non è detta l’ultima parola. Perché a questo stiamo arrivando: all’ultima parola.</p>
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		<title>Luciana De Palma sul suo &#8220;I linguaggi femminili del viaggio&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Oct 2026 22:01:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Luciana De Palma]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo e intervista di Martino Ciano. In copertina una foto della scrittrice Luciana De Palma Dopo Virginia Woolf, Luciana De Palma ha scelto di dedicare un altro saggio all&#8217;universo delle scrittrici. «I linguaggi femminili del viaggio», pubblicato per Qed Edizioni, è un libro che abbraccia una tipologia stravagante, spesso anche troppo mitizzata, nell&#8217;ambito del panorama [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/luciana-de-palma-intervista-linguaggi-viaggio/">Luciana De Palma sul suo &#8220;I linguaggi femminili del viaggio&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo e intervista di Martino Ciano. In copertina una foto della scrittrice Luciana De Palma</strong></p>
<p>Dopo Virginia Woolf, <strong>Luciana De Palma</strong> ha scelto di dedicare un altro saggio all&#8217;universo delle scrittrici. «<strong>I linguaggi femminili del viaggio</strong>», pubblicato per<strong> Qed Edizioni</strong>, è un libro che abbraccia una tipologia stravagante, spesso anche troppo mitizzata, nell&#8217;ambito del panorama letterario. Studiare un fenomeno, però, vuol dire anche ridargli una veridicità storica. Per questo motivo ho posto alcune domande all&#8217;autrice pugliese.</p>
<p><strong>Donne in viaggio pronte ad affrontare ogni tipo di pericolo e di pregiudizio pur di trovare l&#8217;ispirazione. E tu invece che via hai scelto per giungere a questo saggio?</strong></p>
<p><strong>R:</strong> La mia passione per la scrittura ha la stessa intensità di quella per i viaggi, perciò in questo libro ho unito due interessi che sento profondamente miei. La ricerca di storie di donne che hanno viaggiato da sole è stata più che fruttuosa, nei secoli ce ne sono state davvero tante che hanno rotto gli schemi, facendo quello che solo agli uomini era concesso. Le testimonianze scritte che hanno lasciato sono prove vive di quanta cura, quanta determinazione e quanta curiosità intellettuale ognuna di loro ha infuso negli incontri, nelle riflessioni, nello studio e nelle avventure. Ciascuna a suo modo ha mantenuto uno sguardo acuto e una mente aperta.</p>
<p><strong>Tra le storie che racconti in quale ti rivedi di più?</strong></p>
<p><strong>R:</strong> Ho amato tutte le vicende biografiche e letterarie delle donne di cui ho scritto. Se proprio devo sceglierne una, allora è <strong>Isabelle Eberhardt</strong>. Il suo spirito inquieto l&#8217;ha portata in <strong>Algeria</strong>, dove è morta nel 1904, vivendo di stenti, ma con profondo senso del tempo, della bellezza, della poesia e della ferocia esistenziale. Per meglio conoscere le realtà sociali algerine indossava abiti maschili, in modo da aggirarsi indisturbata e respirare l&#8217;essenza del luogo, delle persone, della storia. L&#8217;immagine viva che ho di lei è quella di una figura che al tramonto lascia il villaggio galoppando rapida verso le dune di un deserto a cui confidava i suoi tormenti e le sue pene.<br />
Nei suoi diari sono raccolte pagine indimenticabili.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-16880 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2026/10/FormatConvert_20261016_182121_1660.jpg?resize=800%2C533&#038;ssl=1" alt="Luciana De Palma" width="800" height="533" data-recalc-dims="1" /></p>
<p><strong>Precisiamo una cosa: tu parli di linguaggi femminili del viaggio. In cosa si differenziano da quelli maschili?</strong></p>
<p><strong>R: </strong>Ho trovato un&#8217;incredibile capacità di queste donne di intraprendere strade linguistiche differenti: leggendo ciò che hanno scritto, è più che palese quanto ognuna abbia cercato prospettive di viaggio, di osservazione, di analisi, di esplorazione diverse, senza mai ricalcare stereotipi, luoghi comuni né cercare facile approvazione. I loro linguaggi sono precisi, colti, diretti, ricchi di immagini e di sensazioni, con un ritmo lento e cadenzato come si fa con i racconti orali, improntati alla ricerca della verità e alla suggestione del momento. I termini usati rivelano interesse per tutto ciò che ha a che fare con la conoscenza, mentre in nessuna ho trovato parole o frasi che tradissero una presunta superiorità occidentale. Inoltre molto spazio è stato riservato al mistero, all&#8217;incanto e alla meraviglia.</p>
<p><strong>Come dice anche il tuo prefatore, il professore Mauro Francesco Minervino, la donna viaggiatrice era considerata una «outsider». Questo vale sia per quelle di ieri che per quelle di oggi, nonostante le spinte emancipatrici?</strong></p>
<p><strong>R:</strong> Credo di sì, purtroppo. Le donne oggi hanno certamente la libertà economica e sociale per poter viaggiare da sole, ma è ancora serpeggiante lo stereotipo che accosta una donna in viaggio da sola per il mondo con una poco di buono. La libertà di fare qualcosa non è diventata libertà dai vecchi schemi culturali. Le domande che una donna decisa a viaggiare sola deve sorbirsi sono sempre le stesse: Dove vai da sola? Non puoi trovare chi ti accompagna? Perché non ci ripensi? Come te la caverai senza qualcuno al tuo fianco?</p>
<p><strong>Concludiamo in maniera provocatoria: il tuo saggio è un segno di pace o di sfida nei confronti di chi, ogni giorno, emargina la donna dal contesto culturale e letterario?</strong></p>
<p><strong>R:</strong> In questi tempi di guerre in tutto il mondo non sarò certo io a fomentarne un&#8217;altra. Questo lavoro è un segno di pace che contiene una sfida: le donne si riapproprieranno delle sfide lanciate dai loro desideri di conoscenza e di avventura e agli uomini non resterà che accettarlo pacificamente.</p>
<p><strong>Ringraziamo per la collaborazione Luciana De Palma.</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/luciana-de-palma-intervista-linguaggi-viaggio/">Luciana De Palma sul suo &#8220;I linguaggi femminili del viaggio&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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