Lo sbilico di Alcide Pierantozzi

Recensione di Alessio Barettini. In copertina: “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi, Einaudi, 2025
Quando mi è arrivata notizia dell’uscita dello Sbilico, ho pensato, non senza una certa supponente mancanza di empatia, “ancora un altro libro sul disagio mentale”. Questa mia resistenza, mi accorgo, nasce non tanto da un eccesso di pubblicazioni che si occupano in misura diversa di depressione, disagio mentale, disequilibrio psichico, quanto per il fatto che, non essendo digiuno di tali letture, so che il loro difetto più evidente, lo stesso peraltro di molti libri contemporanei italiani, anche di altri argomenti, è l’autoreferenzialità, il parlarsi addosso, lo stigma del vittimismo che, qui lo direi fuori dai denti, mi ha stancato, non tanto per il divario che si erge fra chi si lamenta e chi lo ascolta, quest’ultimo in bilico fra l’empatia e il fastidio, quanto perché la letteratura dovrebbe essere altro da sfogatoio personale, diaristico, autocelebrativo.
Mi sono invece, piacevolmente ricreduto, leggendo, e molto rapidamente, “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi, tanto che sento qui il bisogno di ringraziarlo, persino. Spiego rapidamente perché: Lo sbilico è un romanzo in prima persona in cui l’autore e il narratore coincidono. Nonostante questo è l’autore stesso a dichiarare che non si tratta di un’opera autofinzionale. Perché? A mio avviso questo dipende dal fatto che l’autofiction è qualcosa che in potenza potrebbe anche non coincidere con l’autore, mentre qui l’operazione letteraria sembra aggirare tale questione, portando il narrato, dalla vita dell’autore a quella del lettore in modo diretto.
L’esperienza è quella della psicosi dello scrittore, e parlare di psicosi, prima di tutto, non è mai facile. Non lo è per la società, scomodamente chiamata in causa quando si tratta di riconoscere che fra le minoranze ci sono anche loro, quelli che una volta avremmo chiamato “matti” o “scemi del villaggio”, incuranti del carico e della ferocia di certe etichette. Non lo è per chi vive accanto a queste persone, supportandole e non di rado sopportandole, perché può essere davvero drammatico e quindi incomprensibile a occhi esterni. E non lo è per il malato, ed è tutto qui il merito di Pierantozzi. La sua lucidità nel raccontare la propria esperienza è infatti mirabolante, esemplare.
Pierantozzi scrive un libro di letteratura, non un diario, non un memoriale, sebbene la narrazione sia memorialistica. È un libro che fa paura, tanto forte è la capacità dello scrittore di far trasparire il proprio dolore dagli eventi, dai racconti dei fatti, mai, appunto, in modo autoreferenziale. Se così fosse stato saremmo davanti a uno scenario finzionale, mentre la forza, nello Sbilico, è la verità. Solo chi soffre di psicosi può dire agli altri cosa sia. Ma spiegarsi, quando si è considerati strani, se non peggio, non è facile per niente. Pierantozzi non solo ci riesce, dimostrando una lucidità tale che gli psichiatri dovrebbero inchinarsi alla sua bravura, che è anche quella di dimostrare che vivere con una psicosi si può, che non si è costretti al deterioramento, che è sì una condizione di sofferenza, di mancanze, ma è una condizione possibile.
Ciò che mi ha davvero lasciato stupito, infatti, leggendo Lo sbilico, oltre alla bravura dell’autore capace di usare un lessico mai banale, capace di costruire parallelismi e antitesi interessanti, allegorici, funzionali, fra sé stesso, la sua vita, la sua malattia, è che mentre leggevo, quella sensazione di sofferenza, quasi claustrofobica all’inizio, piano piano si dipana, si scioglie, perché Pierantozzi, tanto come autore quanto come malato sofferente di psicosi, adotta e offre un’ironia (un’autoironia) che disorienta qualunque pregiudizio sul tema.
