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		<title>T(z)ár. O la musica del potere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Mar 2023 01:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Asessualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Antonio Maria Porretti. In foto:&#8221; Cate Blanchett at the Berlin Film Festival 2020&#8243; di Harald Krichel, in uso tramite licenza CC BY-SA 3.0, via Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Cate_Blanchett#/media/File:Cate_Blanchett-0546_(cropped).jpg In realtà, il titolo dell’ultimo film di Todd Field è Tár: la zeta di Zar in parentesi nel titolo è dovuta a una mia libera associazione per assonanza e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/tar-recensione-film-porretti/">T(z)ár. O la musica del potere</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Articolo di Antonio Maria Porretti. In foto:&#8221; <a class="extiw" title="en:Cate Blanchett" href="https://en.wikipedia.org/wiki/Cate_Blanchett">Cate Blanchett</a> at the <a class="extiw" title="en:Berlin Film Festival" href="https://en.wikipedia.org/wiki/Berlin_Film_Festival">Berlin Film Festival</a> 2020&#8243; di <span class="mw-mmv-author"><a title="User:Harald Krichel" href="https://commons.wikimedia.org/wiki/User:Harald_Krichel">Harald Krichel</a>, in uso tramite licenza </span></strong></em><em><strong><a class="mw-mmv-license" href="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0" target="_blank" rel="noopener">CC BY-SA 3.0,</a> via <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Cate_Blanchett#/media/File:Cate_Blanchett-0546_(cropped).jpg">Wikipedia:</a> https://it.wikipedia.org/wiki/Cate_Blanchett#/media/File:Cate_Blanchett-0546_(cropped).jpg</strong></em></p>
<p>In realtà, il titolo dell’ultimo film di Todd Field è <strong>Tár: la zeta di Zar in parentesi nel titolo è dovuta a una mia libera associazione per assonanza e pertinenza fra il cognome della protagonista e la trapassata carica della Russia Imperiale.</strong> Infatti, è di potere che qui fondamentalmente si parla. Della sua natura più perversa; dei deliri di onnipotenza a cui conduce; delle manipolazioni e delle distorsioni che è in grado di operare sulla percezione della realtà; delle prevaricazioni che si compiono oltrepassando ogni limite di etica ed estetica. Il tutto solfeggiato dalla vigorosa bacchetta di Lydia Tár, direttore – come lei stessa desidera farsi chiamare – di una delle più prestigiose compagini orchestrali berlinesi. A questo punto occorre subito dire che se non si è più che amanti e appassionati di musica cosiddetta colta o classica, la durata di due ore e trentotto minuti della pellicola sgominerebbe ogni capacità di resistenza alla noia. <strong>Il ritmo si concede infatti un tempo lento, maestoso e descrittivo, tipico di un certo sinfonismo tardo ottocentesco di area germanica.</strong></p>
<p>Così come occorre con altrettanta celerità precisare che si tratta di un film calibrato al fotogramma sulla sontuosità interpretativa di <strong>Cate Blanchett</strong>, qui alle prese con il ruolo che potrebbe rappresentare l’apice della sua carriera. Lo stesso regista ha più volte dichiarato che nessun’altra attrice avrebbe potuto interpretare un personaggio tanto complesso e controverso. Una persona, verrebbe quasi da dire, tale è l’impressione di sottofondo che esista davvero questa ex-allieva di Leonard Bernstein giunta ormai ai vertici della direzione d’orchestra, insegnante nelle più prestigiose accademie musicali, ossequiata e riverita da colleghi e dall’industria discografica. Non a caso ci viene presentata nel corso di una lunga intervista condotta da <strong>Adam Gopnik</strong>, famoso giornalista e commentatore del <strong>New Yorker</strong> che interpreta se stesso. Una incoronazione mediatica a tutti gli effetti, in vista dell’imminente uscita di un saggio da lei scritto, nonché della sua attesa esecuzione – e registrazione per la Deutche Grammophon- della <strong>Quinta Sinfonia di Gustav Mahler.</strong> Riguardo a questa sensazione di realtà, e per dovere d’informazione, non si possono ignorare certi evidenti parallelismi con la vita e la carriera della direttrice d’orchestra statunitense <strong>Marin Alsop</strong>: stesso percorso formativo, stessa scelta della qualifica al maschile per designare la sua conduzione musicale, traguardi artistici e professionali di pari livello e non per ultima, la sua omosessualità vissuta senza schermi o coperture di comodo.</p>
<p>Una scena dopo l’altra, veniamo a contatto con la vita privilegiata e rarefatta di <strong>Lydia Tár</strong>, tra aerei di prima classe, esclusive sartorie maschili per rifornire il suo guardaroba, ristoranti e alberghi di lusso, sale da concerto costruite nei materiali più pregiati e innovativi. L’appartamento che condivide con Sharon Goodrov, primo violino dell’orchestra che dirige (una magnifica Nina Hoss), rappresenta un compendio del più patinato radical-chic in circolazione. Successo, prestigio, denaro, si rivelano indispensabili corollari da utilizzare senza scrupoli, per consolidare e ribadire il suo status di autorità e comando. Che voglia attrarre e sedurre giovani musiciste in carriera, o ironizzare sulle preferenze di repertorio espresse da un suo allievo della Julliard, o affrontare una compagna di scuola della figlia adottiva Petra per porre fine ad atti di bullismo di cui è vittima &#8211; scena breve ma di capitale importanza nel mettere a fuoco la psicologia del personaggio che si presenta come padre &#8211; il modus operandi a cui ricorre, si conforma al codice di un patriarcato contro il quale lei per prima ha dovuto scontrarsi. <strong>Ed è questo, a mio avviso, l’aspetto più spiazzante e scomodo della pellicola, soprattutto in tempi di Me Too: mostrare l’asessualità di una certa concezione estremistica del potere, prima o poi destinato all’implosione e alla decadenza.</strong> Come non manca di accadere nemmeno in questa storia. L’impossibilità di procedere nella scrittura di una sua composizione, insieme alla perdita progressiva del dominio acquisito e al fallimento delle sue relazioni professionali e personali, sanciscono la condanna e l’ostracismo che come musicista e donna Lydia Tár dovrà affrontare.</p>
<p>Per concludere, un film che nonostante le inceppature in cui tende a bloccarsi, come il prolungamento a oltranza di una stessa frase musicale, che non fa nulla per piacere, né avvicinare il pubblico, distanziandolo (provocandolo?) invece ricorrendo a una fotografia dai toni gelidi, meriti comunque di esser visto per la tematica che presenta – e il dibattito che ne potrebbe scaturire. <strong>Qualcuno potrebbe trovarlo addirittura bernhardiano, nella scrittura delle sue immagini.</strong></p>
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