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	<title>Prigione Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>&#8220;Falconer&#8221; di John Cheever</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2024 01:49:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione e foto di Marta Fanello. In copertina &#8220;Falconer&#8221; di John Cheever, edizione Feltrinelli Non è facile parlare di John Cheever. Una vita in bilico tra alcolismo, redenzione, radici mancate e un Premio Pulitzer, per cui Cheever è eccesso, paura, rimorso, istinto, contraddizione, espiazione e autodistruzione: “Il problema è stato: troppo gin, troppo fumo, troppe [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione e foto di Marta Fanello. In copertina &#8220;Falconer&#8221; di John Cheever, edizione Feltrinelli</strong></p>
<p>Non è facile parlare di <strong>John Cheever</strong>. Una vita in bilico tra alcolismo, redenzione, radici mancate e un <strong>Premio Pulitzer</strong>, per cui Cheever è eccesso, paura, rimorso, istinto, contraddizione, espiazione e autodistruzione: “Il problema è stato: troppo gin, troppo fumo, troppe cagate di tutti i tipi. Così mi preparo un cocktail e mi accendo una sigaretta.” (Una specie di solitudine). Ma, sopra ogni cosa, è onesta, inquieta ricerca di un senso, un senso che non trova e che, anche quando sembra passargli accanto, tanto da poterlo toccare, gli sfugge ancora di mano. Ma<strong> Cheever</strong> non abbandona mai la sua ricerca, è in questa mancata rassegnazione, Cheever è speranza.</p>
<p>Nel suo romanzo <strong>Falconer</strong> (1977, pochi anni dopo aver scoperto di soffrire di un edema polmonare che lo avrebbe ucciso), <strong>John Cheever</strong> sembra condensare ogni cosa, farne metafora di un senso che solo alla fine di una vita può inaspettatamente disvelarsi. <strong>Ezekiel Farragut</strong> è un insegnante medio borghese, un padre di famiglia, un marito come tanti il cui universi si sgretola nel momento in cui viene arrestato, processato, condannato per fratricidio. È l’unico fatto che conti. Non ci interessano le circostanze, le attenuanti, il profilo psicologico dell’assassino. Nell’ordine delle cose, importa solo che <strong>Farragut</strong> sia passato dall’essere un rispettabile borghesuccio al <strong>detenuto numero 734-508-32</strong>.</p>
<p>Il detenuto 734-508-32. Non è un ex-Farragut, ma il solito vecchio Farragut alle prese con una nuova quotidianità, scandita dagli orario e dalle abitudini del carcere di <strong>Falconer</strong>, alle prese con la tossicodipendenza e un’omosessualità latente da sempre ma mai legittimata a se stesso, alle prese con i compagni di prigionia, individui che oscillano tra violenza, carnalità malsana, impeti di tenerezza, ricordi impregnati da vuoti d’affetto e relazioni con donne a loro volta ferite e irrisolte, pronte ad affondare la lama in ferite inguaribili. <strong>Uomini brutali e insieme pronti ad accorrere come bambini in festa per farsi fotografare di fianco a un albero di Natale.</strong></p>
<p>Alle prese con tutto questo, Farragut viene a contatto la vastità della propria mente, percepisce i limiti in cui ha vissuto la propria vita fino al giorno dell’arresto. <em>“Tutti i detenuti, ovviamente, soffrono di una perdita d’identità, ma quel tocco leggero mi ha spalancato l’immagine terrificante dell’abisso della mia alienazione”.</em> È a <strong>Falconer</strong>, tra mura all’apparenza invalicabili e porte sprangate, laddove tutto è sfumato, luce e ombra, libertà e prigionia, bene e male, giusto e sbagliato, sesso e amore, che la ricerca di un senso, dell’equilibrio tra atto e potenza, ciò che era e ciò che avrebbe potuto essere, può prendere forma.</p>
<p>Non è <strong>Falconer</strong> la vera prigione, ma la vita inconoscibile che intrappolava <strong>Farragut</strong>: quotidianità, inerzia, incapacità di conoscersi, finzione, passività. Risentimento, d cui tutto scaturisce, verso un padre che avrebbe voluto abortirlo, un fratello che non fa che ricordarglielo. E forse, in questa storia il primo atto di liberazione è il fratricidio, l’assassinio di un concetto troppo a lungo reiterato e represso, un rito d’iniziazione, un lasciapassare verso un percorso d’affrancamento.</p>
<p><em>“Perché devi sapere che in tutti i viaggi che noi facciamo, anche nei più stupidi, alla fine c’è sempre qualcosa di buono, come per esempio un sacco d’oro o una fonte di giovinezza o un oceano o un fiume che nessuno aveva mai visto o almeno una gran bistecca con una patata al forno. Deve esserci per forza qualcosa di buono al termine di un qualunque viaggio…”</em></p>
<p>Cheever diceva:<strong> Non posso scrivere senza lettori.</strong> È come un bacio: <strong>non te lo puoi dare da solo</strong>. Ed è grazie al lettore che Farragut si affranca: consegnandoci i suoi pensieri, col suo stile metamorfico, diretto, fatto di incastri. E infine evade da Falconer e dal sé passato, oppresso, irrisolto, con un finale che mette i brividi: <strong>“Rallegrati, pensò, rallegrati.”</strong></p>
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