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	<title>Invisibile Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Cesare Pavese e l’invisibile sofferenza</title>
		<link>https://www.borderliber.it/cesare-pavese-e-linvisibile-sofferenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Mar 2023 01:19:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Cesare Pavese e l’invisibile sofferenza&#8221; è un racconto di Giuseppe Gervasi. In copertina una foto scattata e rielaborata dall&#8217;autore Uno sguardo veloce su Facebook mi distrae dalla scrittura. Vedo una foto di Cesare Pavese. È seduto su una panca di legno con una gamba distesa verso terra e l’altra piegata sulla panchina. La solita eleganza: [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Cesare Pavese e l’invisibile sofferenza&#8221; è un racconto di Giuseppe Gervasi. In copertina una foto scattata e rielaborata dall&#8217;autore</strong></p>
<p>Uno sguardo veloce su Facebook mi distrae dalla scrittura. Vedo una foto di Cesare Pavese. È seduto su una panca di legno con una gamba distesa verso terra e l’altra piegata sulla panchina. La solita eleganza: il vestito, il cardigan che racchiude camicia e cravatta, la sciarpa.</p>
<p>Una foto in bianco e nero, che esalta un mezzo sorriso, la proverbiale malinconia e lo sguardo sospeso in basso. Credo di scorgere una sigaretta nelle dita della mano destra, mentre la sinistra stringe un po’ sopra la caviglia tra il pantalone e una calza scura.</p>
<p>Il post pubblicato riporta un suo pensiero: “L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, a ogni istante. Quando manca questo senso &#8211; prigione, malattia, abitudine, stupidità, &#8211; si vorrebbe morire.”</p>
<p>Il suo pensiero stravolge le mie certezze, ma al tempo stesso traccia i contorni e i riflessi della sofferenza invisibile. Una prigione con la porta socchiusa che ti invita ad uscire: vorresti, ma non hai le forze. L’abitudine a vivere giorni sempre uguali, che all’improvviso si trasforma in rassegnazione e speri che ritorni la speranza.</p>
<p>E poi devi fare i conti con la stupidità, nemica del silenzio e della riflessione. Si vorrebbe morire, diceva Cesare Pavese: per lui non era una semplice frase, ma il preludio a ciò che sarebbe accaduto il 27 agosto del 1950, nella stanza 346 dell’hotel Roma in piazza Carlo Felice a Torino. In quella stanza il tempo si è fermato a 70 anni fa: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”.</p>
<p>L’ultimo messaggio dello scrittore non lascia alcun dubbio sul suo essere un uomo tormentato, solo, che chiede perdono e che perdona, riuscendo a ironizzare sul pettegolezzo che avrebbe scatenato il suo terribile gesto suicida. Cesare Pavese non ha mai assunto un atteggiamento di indifferente distacco nei riguardi della società e dei mali del suo tempo.</p>
<p>Purtroppo non è riuscito a sconfiggere quella visione nera e senza alcuna via d’uscita dalla vita che stava vivendo e che lo stava lentamente uccidendo senza volerlo. È l’obiettivo della sofferenza invisibile: uccidere lentamente. Riusciremo a rendere visibile la sofferenza in un mondo spesso distratto e cieco?</p>
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		<title>Sotto la città. Daniele Petruccioli e le vite invisibili</title>
		<link>https://www.borderliber.it/sotto-la-citta-daniele-petruccioli-e-le-vite-invisibili/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Nov 2022 01:59:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Città]]></category>
		<category><![CDATA[editore]]></category>
		<category><![CDATA[Invisibile]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Novità]]></category>
		<category><![CDATA[Tetra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione di Filomena Gagliardi. In copertina: &#8220;Sotto la città&#8221; di Daniele Petruccioli, Tetra, 2022 Tetra non è l’aggettivo femminile singolare atto a designare qualcosa di buio. Tetra deriva dal greco τέτταρες, che significa “quattro” . Tetra è anche il nome di una piccola casa editrice che ha deciso di investire tutto sui racconti, facendo uscire [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.borderliber.it/sotto-la-citta-daniele-petruccioli-e-le-vite-invisibili/">Sotto la città. Daniele Petruccioli e le vite invisibili</a> proviene da <a href="https://www.borderliber.it">BORDER LIBER</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di Filomena Gagliardi. In copertina: &#8220;Sotto la città&#8221; di Daniele Petruccioli, Tetra, 2022</strong></p>
<p>Tetra non è l’aggettivo femminile singolare atto a designare qualcosa di buio. Tetra deriva dal greco τέτταρες, che significa “quattro” . Tetra è anche il nome di una piccola casa editrice che ha deciso di investire tutto sui racconti, facendo uscire all’inizio di ogni mese quattro racconti in altrettanto quattro uscite singole, ciascuna “confezionata” in un libretto dalla forma quadrata al costo di quattro euro l’uno. Penso così di aver dato conto del “quattro” come cifra portante del neonato progetto editoriale.</p>
<p>Per chi volesse approfondire, può ascoltare la conversazione in cui il direttore editoriale di Tetra, Roberto Venturini, illustra a Livio Partiti la sua nuova ideazione: <em>https://ilpostodelleparole.it/libri/roberto-venturini-tetra/</em></p>
<p>Uno dei primi scrittori coinvolti in questa sperimentazione è Daniele Petruccioli, traduttore e scrittore, inserito nella dozzina finalista del Premio Strega del 2021 con La casa delle madri edito da Terra Rossa Edizioni.</p>
<p>Il racconto di Petruccioli si intitola Sotto la città ed è uscito nell’estate 2022.</p>
<p>Il narratore racconta in terza persona, usando preferibilmente il passato prossimo o il presente. Pur essendo in terza persona, la voce narrante usa una focalizzazione spesso interna, calandosi nel punto di vista del protagonista: pertanto, talora il narratore si limita a osservare in modo distaccato le azioni del suo personaggio, talora filtra e giudica i fatti assumendone il punto di vista. Il protagonista delle vicende è un impiegato che svolge una vita monotona: vive nella periferia della capitale e ogni giorno si alza presto per prendere i mezzi per recarsi sul posto di lavoro in città. Gli anni, il tempo, le necessità della vita paiono aver irrigidito il suo cuore. Vessato dalle spese familiari, dallo stipendio non sufficiente a mantenere la moglie e i suoi due figli, ha deciso di non concedersi e di non concedere mai nessun diversivo; talora sembra cinico, talora ossessionato da quelle certezze che ha per poter andare avanti, come il non potersi permettere scarpe nuove, o una colazione al bar o non poter regalare ai suoi figli una giornata di divertimento.</p>
<p>Eppure talvolta questo labile e finto equilibrio crolla. E il protagonista non può non fare i conti con una realtà ancora peggiore della sua condizione economica, perché non di rado i soldi sono solo una scusa e nascondono il torpore della nostra anima: “L’umiliazione più bruciante [&#8230;] non è tanto dovuta alla mancanza di soldi. Non sono i suoi jeans scuri a umiliarlo, ma la certezza di essersi così clamorosamente sbagliato sulle cose di fondo, sulla scala dei valori. A rendere la sua sconfitta assoluta non è il non potersi permettere di portare sua moglie a cena e i figli al parco divertimenti, ma il fatto di avere pensato che il suo amore, le sue storie, i suoi giochi sarebbero potuti bastare, che avrebbero potuto vincere di fronte a un mondo in schiacciante maggioranza, che lui da solo con i suoi sogni vani avrebbero potuto essere più forte, per sé e per loro”. Il torpore diventa anche malessere fisico, segnale inequivocabile della fragile condizione interiore. E così, alla fine di un’ennesima giornata, forse peggiore delle altre, ma sempre monotona come le precedenti, il ritorno a casa diventa un ineludibile momento di resa dei conti: “sente le gambe cedergli, tremare. Non ce la fa. Non ce la può fare ad affrontare ancora tutto, a tornare a casa dalla moglie. Non ce la fa a nascondere ancora la paura”.</p>
<p>Scritto con uno stile scorrevole, chiaro, talora più asciutto e talora fortemente lirico, se non tragico, questa storia è il simbolo di tutte quelle esistenze che vivono parallele, o meglio “sotto la città” ovvero invisibili ai più, ma non per questo meno dignitose di essere raccontate, con le loro ansie, le loro dignità, le loro aspirazioni deluse.</p>
<p>Letture brevi come queste sono preziose anche per chi magari, facendo fatica a leggere, può trovare in esse una graduale e piacevole palestra fatta di esercizi semplici ma non banali, comunque fondamentali al fine di coltivare una delle attività più belle della vita umana.</p>
<p>&nbsp;</p>
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