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	<title>Impero Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Villa Adriana: cronache e memorie di ieri e di oggi</title>
		<link>https://www.borderliber.it/villa-adriana-gagliardi-reportage/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 May 2025 22:01:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Adriano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Villa Adriana: cronache e memorie di ieri e di oggi&#8221; è un simpatico reportage di Filomena Gagliardi. La visita si è svolta a inizio aprile 2025. Le foto presenti nell&#8217;articolo sono state fornite dall&#8217;autrice “Si può sperare Che il mondo torni a quote più normali Che possa contemplare il cielo e i fiori Che non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;Villa Adriana: cronache e memorie di ieri e di oggi&#8221; è un simpatico reportage di Filomena Gagliardi. La visita si è svolta a inizio aprile 2025. Le foto presenti nell&#8217;articolo sono state fornite dall&#8217;autrice</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>“Si può sperare</em><br />
<em>Che il mondo torni a quote più normali</em><br />
<em>Che possa contemplare il cielo e i fiori</em><br />
<em>Che non si parli più di dittature</em><br />
<em>Se avremo ancora un po&#8217; da vivere</em><br />
<em>La primavera intanto tarda ad arrivare”<br />
( Franco Battiato)</em></p>
<p>Sto per perdermi nella Storia in questa giornata.<br />
Accompagno insieme ad altri colleghi due classi a Tivoli.<br />
Andremo a visitare Villa Adriana e Villa D&#8217;Este.<br />
Non mi pare di esserci stata mai.<br />
Sono emozionata.</p>
<p>Preparando lo zaino, avrei voluto mettervi <strong>Le Memorie di Adriano</strong> della Yourcenar. Come sempre, però, quando cerco un libro non lo trovo e poi… sono rientrata tardi da scuola, incombe la partita del Milan contro l’Inter per la semifinale di Coppa Italia, i capelli da lavare… mi arrendo. La mattina è veloce il viaggio: attraversiamo le montagne abruzzesi ancora innevate e siamo nel Lazio.</p>
<p><strong>Tivoli:</strong> è ancora presto per il nostro appuntamento a Villa Adriana. Visitiamo un po’ la cittadina e poi, appuntamento con la Storia.<br />
Roma II sec d.C.<br />
Roma è sotto gli imperatori d’adozione, e si gode la sua ultima <strong>Pax</strong>, il suo estremo periodo di gloria prima della crisi irreversibile del III sec d.C.<br />
Con Adriano l’impero raggiunge la sua massima espansione.<br />
L’imperatore, ricordato per il suo immenso amore per la cultura, si fa costruire una villa in un luogo lontano dalla metropoli caotica: <strong>si tratta della villa più grande dell&#8217;antichità</strong>, ci spiega la guida Sabrina e, per darci un&#8217;idea della Cosità della Cosa (come direbbe Martin Heidegger), ce ne fa vedere un plastico che in un solo colpo d’occhio ci possa contezza delle dimensioni.</p>
<p>Adriano si trasferisce nella residenza di Tibur (antica Tivoli) prima che i lavori, iniziati nel 118 d.C., finiscano: lui stesso non vedrà la villa terminata quando morirà nel 138 d.C. (è diventato imperatore nel 117 d.C.), dopo Traiano. Sabrina ci conduce in quelle che erano le antiche stanze del complesso monumentale, ad esempio la <strong>Sala absidale o dei filosofi</strong> dove l’imperatore si sedeva sotto l’abside e parlava agli ospiti. La stanza è stata ribattezzata anche come la <strong>Sala dei filosofi</strong> perché si pensava ci fossero le immagini dei Sette Savi; importantissimo il vano in cui Adriano poteva lasciare il mondo fuori e starsene nel suo Teatro Marittimo, nella sua Isola artificiale dove la luce proveniva solo dal marmo, dall’acqua e dal cielo.</p>
<p><strong>Fondamentali erano le Thermae:</strong> in generale lo erano nel mondo romano, per vari aspetti. Ci si poteva incontrare, parlare, lavare, godere degli effetti benefici del caldo e del freddo. A tutti a Roma era concesso accedervi, anche agli schiavi&#8230; non per motivi di bontà ma per motivi igienici. Nella <strong>Villa Adriana</strong>, grande per 120 ettari di terra, una vera e propria città, vivevano e lavoravano molti schiavi: anche loro potevano accedere ai bagni. Del resto varie terme erano dislocate un po’ in tutto l’edificio, ed erano diverse a seconda del tipo di ospite.</p>
<p>Degno di nota è l’edificio con la peschiera. Ci troviamo all’interno del Palazzo d’inverno, una zona pensata per i mesi freddi. La villa annovera, però, anche una zona per l’estate. Salendo, all’interno di questa città che un tempo doveva essere coloratissima, troviamo il Canòpo, dove infatti l’imperatore risiedeva nei mesi caldi. In questa zona c’era una lunga piscina e sopra altre aree da cui è ancora possibile godere di una bella vista panoramica dei “piani sottostanti”.</p>
<p>E, dopo questo momento contemplativo, si scende di nuovo per tornare all’ingresso. Nel pomeriggio ci attende la visita a Villa d’Este. Di questa esperienza magari parlerò un’altra volta. Intanto posso godermi la passeggiata in discesa e a ritroso: mi capita di ripassare davanti al Pecìle, un doppio porticato di cui resta parte del muro; qui c&#8217;erano una piazza, una piscina, ma soprattutto, lungo le doppie mura, <strong>Adriano</strong> svolgeva la camminata giornaliera di circa 3 chilometri raccomandata dai medici del tempo.</p>
<p>Anche io oggi, sulla falsariga di Adriano, mi sono dedicata al mio benessere e nel frattempo ho imparato delle cose in più; a me piace camminare, vado in palestra, ma soprattutto amo muovermi <strong>en plein air</strong>. Oggi la mia palestra è stata costituta dalla salite, dalle discese, dalle scale di questo meraviglioso sito archeologico, a contatto con la Natura che, come ha spiegato anche Heidegger è parte integrante di un complesso monumentale antico.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-14040 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2025/04/Villa_Adriana_1.jpg?resize=800%2C545&#038;ssl=1" alt="Villa Adriana, seconda foto" width="800" height="545" data-recalc-dims="1" /></p>
<p>Stasera, tornando a casa, ho anche ritrovato le <strong>Memorie di Adriano,</strong> allora voglio chiudere in bellezza leggendone e citandone un passo:</p>
<p>“La mia camera segreta al centro d’uno stagno della Villa non è un rifugio abbastanza segreto: vi trascino questo corpo invecchiato; vi soffro [&#8230;] l’esistenza mi ha dato molto, o perlomeno, io ho saputo ottenere molto da lei; in questo momento, come ai tempi in cui ero felice, e per ragioni completamente opposte, mi sembra che non abbia più niente da offrirmi; ma non sono certo di non aver più nulla da imparare nulla da lei. Ascolterò sino all’ultimo le sue istruzioni segrete. Per tutta la mia vita, mi sono fidato della saggezza del mio corpo; ho cercato di assaporare con criterio le sensazioni che questo amico mi procurava; devo a me stesso d’apprezzarne anche le ultime. Non respingo più quest’agonia fatta per me, questa fine lentamente elaborata dal fondo delle mie arterie, forse ereditata da un antenato, preparata poco a poco da ciascuno dei miei atti nel corso della mia vita. L’ora dell’impazienza è passata; al punto in cui sono, la disperazione sarebbe di cattivo gusto tanto quanto la speranza. Ho rinunciato a precipitare la mia morte” <em>(M. Yourcenar, Memorie di Adriano, tr. it.1963, Einaudi, Torino; Prima edizione in francese Mémoires d’Hadrien,1951, Librairie Plon, Paris; questo passo è tratto dalla sezione Patientia)</em>.</p>
<p>Il mio resoconto sulla visita a Villa Adriana non è assolutamente un report completo di quanto visto oggi, né di tutta la villa, visitabile solo in parte rispetto alla sua grandezza; né ho le competenze tecniche per fornire una relazione più specialistica; le mie parole, inoltre, non rendono ciò che ho ammirato, che già di per sé, oggi, è manchevole di molti particolari (colonne, statue, dipinti) presenti all’epoca e oggi finiti altrove o nei musei, o all’estero o chissà dove (ma questa è un’altra storia).</p>
<p>Ho voluto soltanto, in modo amatoriale, fissare un’esperienza nell’arte, che mi ha emozionata e che mi ha spinto a ripassare la storia antica nonché a rileggere qualche pagina del capolavoro della <strong>Yourcenar</strong>. Parigi vale bene una messa!</p>
<p><strong>Ci aspettano i ponti di primavera:</strong> in questa nostra meravigliosa Italia, che disprezziamo ogni giorno (e mi viene in mente Povera Patria di Battiato), forse occorre ricominciare non dall’estate, afosa e caotica, ma dalla timida, silenziosa, saggia Primavera!</p>
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		<title>Quel che resta del giorno. Riflessioni su Kazuo Ishiguro</title>
		<link>https://www.borderliber.it/kazuo-ishiguro-giorno-resta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Feb 2024 00:20:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
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		<category><![CDATA[cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Quel che resta del giorno. Riflessioni su Kazuo Ishiguro&#8221; è una recensione di Giovanni Caporale. In copertina: &#8220;Quel che resta del giorno&#8221; di Kazuo Ishiguro, Einaudi Nessun romanzo sembra più inglese di Quel che resta del giorno, pubblicato nel 1989 dal futuro premio Nobel Kazuo Ishiguro, nato a Nagasaki e cresciuto in Gran Bretagna, nonché [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><strong>&#8220;Quel che resta del giorno. Riflessioni su Kazuo Ishiguro&#8221; è una recensione di Giovanni Caporale. In copertina: &#8220;Quel che resta del giorno&#8221; di Kazuo Ishiguro, Einaudi</strong></p>
<p dir="ltr">Nessun romanzo sembra più inglese di <strong>Quel che resta del giorno</strong>, pubblicato nel 1989 dal futuro premio Nobel <strong>Kazuo Ishiguro</strong>, nato a <strong>Nagasaki</strong> e cresciuto in <strong>Gran Bretagna</strong>, nonché reso celebre dal film che ne è stato tratto nel 1993 da <strong>James Ivory</strong>, con protagonisti <strong>Anthony Hopkins</strong> ed <strong>Emma Thompson</strong>.</p>
<p dir="ltr"><strong>Quel che resta del giorno</strong>, in lingua inglese, ha per protagonista un perfetto maggiordomo inglese al servizio di un Lord inglese con prati all’inglese, tazze da tè, discorsi formali, in un ambiente snob e classista che più inglese non si può.</p>
<p dir="ltr">La storia si svolge integralmente in <strong>Inghilterra</strong>, la prima parte nel periodo antecedente e la seconda in quello appena successivo alla seconda guerra mondiale. Il nobile assistito dal maggiordomo è filonazista così come gli abituali invitati del padrone di casa: <strong>saranno tutti pubblicamente screditati con lo scoppiare del conflitto</strong>. Il maggiordomo, sicuramente uomo di scarsa iniziativa intellettuale e sentimentale, dopo lo scandalo si rende conto di aver sprecato la sua vita a servizio di un farabutto e di non essere riuscito ad esprimere i suoi sentimenti, perdendo la donna che amava. Alla domanda di un giornalista sul rilievo della cultura d’origine dell&#8217;autore nel romanzo, Ishiguro rispose irritato:<strong> “il Giappone non c&#8217;entra nulla”</strong>.</p>
<p dir="ltr">Ebbene, contro ogni evidenza, io sostengo che il romanzo parla del <strong>Giappone</strong>, anzi rappresenta alla perfezione la cultura e la mentalità giapponese. Per comprenderlo dobbiamo partire un po’ da lontano, dalla concezione dell’uomo in occidente e oriente nelle rispettive religioni. Orbene, le religioni occidentali monoteistiche sembrano basarsi sull&#8217;assunto che gli esseri umani siano creati a<strong> immagine e somiglianza di Dio</strong> e siano divinità in miniatura. Il fine di avvicinarsi il più possibile alla divinità li porta a elevare fino alla perfezione l&#8217;ego.</p>
<p dir="ltr"><strong>I buddhisti-shintoisti</strong> credono che, per raggiungere la vera libertà spirituale, ci si debba liberare da tutti i <strong>karma</strong> o desideri dell&#8217;ego e da connessi interessi, dalla speranza. La vera libertà o realtà assoluta si raggiunge solo abbandonando l&#8217;ego, annullando la propria identità. <strong>&#8220;Molti è uno. Uno è molti&#8221;</strong>; <strong>&#8220;Essere è non essere&#8221;</strong>; <strong>&#8220;Essere è Mu (nulla). Mu è essere&#8221;</strong>; <strong>&#8220;La Realtà è Mu. Mu è la realtà&#8221;</strong>; <strong>&#8220;Ogni cosa viene dal Mu e viene assorbita nel Mu&#8221;</strong>.</p>
<p dir="ltr">Nella cultura giapponese Io è Nulla. L’Uno è molti. L’Io è un Io collettivo. Non a caso i giapponesi pospongono il nome al cognome: <strong>prima l’appartenenza familiare e poi l’identità personale.</strong> Dunque, l’individuo è nella cultura giapponese un elemento trascurabile all’interno del gruppo. Ciò che conta è il gruppo che a sua volta è all’interno di un altro gruppo, che è all’interno di un altro gruppo fino al gruppo più grande: i giapponesi. Perdere l’appartenenza al proprio gruppo significa perdere l’identità e può portare al suicidio.</p>
<p dir="ltr">Un artista nipponico, almeno fino a tempi recenti, non pensava di esprimere se stesso con l’arte, perché ciò che esprimeva era una cultura di cui si sentiva parte. I giapponesi non esprimono i propri pensieri e non hanno reazioni spontanee non perché siano bugiardi, ma perché la loro opinione e i loro sentimenti personali non sono rilevanti: <strong>si comportano come si devono comportare secondo le fittissime regole sociali che disciplinano ogni comportamento.</strong> Secondo la formazione classica, sorridono quando devono sorridere, salutano quando devono salutare, si vestono come si devono vestire,  scrivono e dipingono come devono scrivere e dipingere e cioè secondo regole che identificano la propria scuola di appartenenza.</p>
<p dir="ltr">Da un punto di vista occidentale appare incomprensibile che l’arte possa essere espressione di un <strong>Io collettivo</strong> e di ferree regole. Nessun insulto sembra essere peggiore in occidente per un artista che sentirsi accusare di non essere originale. L’arte sembra essere, anzi racchiusa, in quel <strong>quid</strong> di personale che lo distingue dagli altri. L’arte occidentale vede nell’artista una sorta di demiurgo creatore tanto più degno di ammirazione quanto più crea dal nulla.</p>
<p dir="ltr">In Giappone, l’arte è tale in quanto inquadrabile all’interno di regole ben definite e, anzi, deve essere replicabile e imitabile quanto più possibile:<strong> l’opera è il contributo dell’autore alla cultura di appartenenza, alla sua arte e alla sua scuola. </strong>Insomma, l’arte è tale solo se riconosciuta dal gruppo di appartenenza: <strong>non è dell’autore ma di tutti…</strong> anche per questo i giapponesi sono facili al plagio artistico e industriale. Non comprendono cosa ci sia di male a partire dalle idee altrui e perché ogni autore debba simulare di non avere né padri né madri.</p>
<p dir="ltr">Il cambiamento avviene, ma all’interno delle singole scuole, secondo dinamiche interne che non escludono l’innovazione e, come si vedrà tra breve, l’imitazione di altre culture.</p>
<p dir="ltr"><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-9183 size-full" src="https://i0.wp.com/www.borderliber.it/wp-content/uploads/2024/02/Stampa-Giapponese.jpg?resize=800%2C600&#038;ssl=1" alt="Quel che resta del giorno, foto di contorno" width="800" height="600" data-recalc-dims="1" /></p>
<h3><strong>Quel che resta del giorno: una disamina necessaria sull&#8217;Io e sull&#8217;arte</strong></h3>
<p>In questa stampa giapponese del 1886 mi ha colpito molto il personaggio vestito come un ammiraglio europeo: <strong>è l’Imperatore del Giappone.</strong> Dal 1635 al 1853 era stato vietato l’attracco alle navi straniere. Eppure, dopo due secoli di clausura culturale, in 33 anni la cultura giapponese si era già così occidentalizzata da poter mostrare un Imperatore vestito da Ammiraglio inglese.</p>
<p>Il punto è che il Giappone non può avere il culto della propria originalità perché <strong>una cultura nipponica originale non esiste.</strong></p>
<p>Se si chiedesse a cento occidentali quale delle culture sia più antica, se la cinese o la giapponese, 99 occidentali su 100 risponderebbero che sono più o meno coeve. E invece non è così: la scrittura cinese ha almeno 3500 anni e ai tempi dell&#8217;Impero Romano, sotto la dinastia Han, la Cina era già grande impero e aveva generato una cultura complessa e splendida paragonabile a quella occidentale se non superiore. Il Giappone, invece, fino al sesto secolo dopo Cristo non esisteva come concetto, non esisteva come Stato, non esisteva come cultura e non esisteva come scrittura. La scrittura giapponese nasce come imitazione di quella cinese, importata e adattata da scriba coreani. Fino al 1200 1300 la lingua ufficiale della corte giapponese era il cinese e gli atti ufficiali venivano scritti in cinese.</p>
<p>La cultura giapponese nasce imitando la Cina e continua imitando le altre tradizioni culturali. In definitiva la cultura giapponese ha l’imitazione nella sua tradizione: <strong>imitando l&#8217;altro ribadisce di essere giapponese.</strong></p>
<p>L’Io in queste condizioni trova difficoltosa l&#8217;espressione. Un giapponese, nella cultura tradizionale, per dire ciò che pensa, lo fa attraverso altri senza mai tradire i suoi veri pensieri né mostrare i suoi sentimenti in modo diretto. Nelle poesie d’amore la parola<strong> amore</strong> è rara; si parla delle stagioni, della frutta. Nel <strong>Genij Monogatari,</strong> il Principe seduttore corteggia donne nascoste da paraventi con dialoghi così sottilmente allusivi da essere incomprensibili per un occidentale:<strong> per parlare d’amore parlano di frutta, di stagioni, di tutto tranne che di amore.</strong> Non può stupire a questo punto che il teatro giapponese sia un teatro con delle maschere fisse inespressive che sono palesemente altro rispetto a chi recita… solo dietro una maschera possono parlare liberamente, solo dietro un altro personaggio possono esprimere il proprio io (…solo dietro il paravento di un’altra cultura possono parlare della propria).</p>
<p>Fin qui sembra che abbiamo parlato d&#8217;altro, invece abbiamo fornito tutti i presupposti per comprendere il senso di &#8220;<strong>Quel che resta del giorno&#8221;</strong> di <strong>Kazuo Ishiguro</strong>. Sappiamo che i giapponesi sono prima di ogni altra cosa giapponesi e per questo non criticano mai il gruppo di appartenenza, non esprimono mai le loro idee e i loro sentimenti. <strong>Ma cosa pensa Kazuo Ishiguro?</strong> Qualcosa si capisce da uno dei suoi primi romanzi.</p>
<p>In<strong> Un artista del mondo effimero, </strong>ambientato in Giappone, un anziano pittore, all’indomani della seconda guerra mondiale, ripensa al proprio percorso artistico e umano. Rivedendo alcune scelte passate, attraverso il protagonista si esprime una critica velatissima al sistema anteriore alla seconda guerra mondiale, che voleva un rispetto assoluto delle scelte dell’Imperatore, anche a costo di chiudere gli occhi di fronte a errori e orrori; il tutto in poche sibilline frasi: senza una maschera inglese i pensieri sarebbero troppo facilmente riconducibili all’autore. Infatti, un giapponese è veramente se stesso solo quanto è qualcun altro. L’Io non si esprime mai direttamente, ma solo dietro maschere. Quanto più perfetta è la maschera tanto più si esprime liberamente.</p>
<p>Visto in quest’ottica, <strong>Quel che resta del Giorno</strong>, si svela come un gigantesco gioco di maschere. Lo scrittore di origini giapponesi <strong>Kazuo Ishiguro</strong> riesce a portare il suo attacco radicale alla cultura giapponese ma solo da lontano e mascherato da tutt&#8217;altro, in una perfetta imitazione della cultura inglese. Dietro il culto delle forme, nel maggiordomo inglese e nella sua subalternità al Nobile collaborazionista, non c&#8217;è altro che il popolo giapponese subalterno all&#8217;Imperatore, colpevole di avere portato alla distruzione il <strong>Giappone</strong>, con la sua alleanza con <strong>Hitler</strong> e <strong>Mussolini</strong>.</p>
<p>Allo stesso modo, l’incapacità del protagonista di esprimere emozioni è una critica al modo giapponese di porsi di fronte al sesso e ai sentimenti, negandoli pertanto a se stessi e all’espressione diretta. Insomma, <strong>Quel che resta del giorno</strong> è giapponese esattamente nella misura in cui se ne distacca totalmente. Persino la cultura nipponica viene attaccata alla giapponese, ossia <strong>parlando di tutt&#8217;altro travestito da altro.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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